La hardvapour è la vaporwave nichilista di cui avevamo bisogno

È nato un nuovo microgenere che mescola attitudine punk, immaginario est-europeo e fredde sonorità digitali.
13 luglio 2016, 8:44am

La copertina della compilation di DJ Vlad che ha dato vita al genere.

Sono passati ormai anni da quando i collage sonori lenti e ripetitivi della vaporwave sono comparsi nelle nebbie sfocate dell'orizzonte. Il movimento, famoso per i suoi pigri assemblaggi di immaginario da vecchie VHS e musica da ascensore anni Ottanta, secondo il critico Adam Harper cercava di "fare il passo successivo nella inquietante sequenza logica del tecno-capitalismo". Avendo Internet ridotto la musica a un prodotto di consumo sempre più effimero, Harper sostiene, la musica aveva bisogno di un nuovo linguaggio in risposta al ritmo forsennato e accelerazionista della produzione e consumo online. Prendendo la musica da centro commerciale—o da centro commerciale virtuale—e digitalizzandola, la vaporwave è riuscita a compiere questo passo successivo, allargando e deformando l'atmosfera aziendalista di quella musica fino a trasformarla in un voluttuoso piano luccicante. È il suono di una musica che critica la sua stessa posizione storica in virtù della sua pura ambiguità.

Grazie a un buon numero di analisi teoriche riguardanti la sua critica al capitalismo—più di tutte quelle di Harper stesso—il genere è velocemente diventato popolare a cavallo tra il decennio scorso e questo, spingendo una miriade di producer a creare le loro versioni del genere. La costruzione in stile patchwork lampeggiante di album come Underwater Mirage di Internet Club e il famigerato Floral Shoppe di Macintosh Plus—insieme agli ugualmente innovativi progetti del producer Vektroid—hanno portato il genere in prima fila nel circuito mondiale della musica elettronica su Internet.

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Ma come la maggior parte delle cose su Internet, la vaporwave era prona a essere ridicolizzata e fraintesa. Forse a causa del suo teatrale "rifiuto dell'originalità", era difficile anche accordarsi su come suonasse la vaporwave "fatta bene". Gli articoli online spesso, per malizia o per ignoranza, rappresentavano in modo sbagliato gli obiettivi del genere; la sua voce su Know Your Meme riassume la vaporwave come "una satira della cultura aziendalistica e consumistica e del capitalismo moderno, focalizzata in particolare sulla critica della EDM mainstream", anche quando non c'è nulla nelle uscite fondamentali che rimandi alle strutture o ai suoni della EDM. Quando né i media né i fan sanno bene di che cosa si tratti, un genere finisce facilmente per mordere la sua stessa coda, e la vaporwave è stata presto dichiarata morta tanto dai blogger quanto dai media ufficiali.

Negli anni seguenti, però, gli strascichi della vaporwave non se ne sono andati, producendo stili come il future funk, che prende in considerazione principalmente gli elementi più disco-house del genere, e la mallsoft, che mette in evidenza la componente più "muzak" e le suggestioni di spazio postmoderno. Anche sottogeneri come "vaportrap", "vaporgoth" e "vapornoise" hanno raggiunto una certa popolarità a livello sottoculturale, per poi mutare rapidamente in nuove forme sempre più lontane dalle caratteristiche primordiali del genere. Questa rapida proliferazione di sottogeneri è diventata essa stessa una parte della "barzelletta vaporwave", indicando l'assurdità del genere stesso anche quando funziona da trampolino per la sperimentazione di molti artisti.

Recentemente, però, è emersa una strana nuova branca del genere, costruita attorno a un immaginario di radice slava e suoni più aggressivi, con il preciso obiettivo di attaccare la soffice, fiacca pseudonegatività della vaporwave. Andtimer, un producer anonimo associato alla netlabel Antifur, ha gettato le fondamenta di questo sound lo scorso dicembre con l'uscita di Vaporwave Is Dead, un assalto da 38 minuti di suoni industrial sferraglianti e dotati di una forza senza precedenti per il genere. In una traccia intitolata "Welcome to Hardvapour" troviamo una linea di basso minacciosa appoggiata su accordi che ricordano la acid house e il big beat di decenni fa. Con la sua amalgama oscura di tempi veloci e synth pesanti, hardvapour sembrava incanalare lo spirito della vaporwave dentro una struttura più radicale e più "punk", scambiando la eterea beatitudine del genere originale con una buona dose di bile densa e oscura.

Tracce come "Steel Talon" di Berkut '88 e "Bloodline" di DJ Alina (delle label pioniere Antifur e Dream Catalogue) ruggiscono frenetiche tra casse hardcore e synth affilati che emergono improvvisi con un tempo feroce. "Coarse Grain Carbide" dei Chrononautz e "The Finger" di Roy Batty tendono verso suoni industrial che ricordano Blawan o AFX, mentre altre tracce, come "бездна" di Biosynthesis o "Flesh Castle" di C Money Burns optano per sonorità più lente e acide e un beat sgangherato.

Questi suoni marcano una netta virata rispetto ai piatti inizi della vaporwave. Mentre dischi come Redefining the Workplace di Internet Club lasciavano i suoni presi dalla musica d'atmosfera corporate praticamente inalterati, hardvapour torna alle batterie programmate e ai VST della hardstyle di primi anni Zero e della drum'n'bass. Affiancandole a un denso cocktail di esplicito immaginario Est-Europeo, la hardvapour gioca con questi suoni retro-futuristici portandoli al punto in cui ciò che è "nuovo" e "progressista" diventa obsoleto.

Un pizzico di autoconsapevolezza sembra necessaria in ogni comunità artistica tanto legate alla cultura di internet come questa, e l'affidamento che l'hardvapour fa sull'autoreferenzialità sardonica sembra quasi infinito. Mentre artisti come James Ferraro hanno costruito un immaginario vibrante in tracce con titoli quali "Global Lunch" e "Palm Trees, Wi-Fi, and Dream Sushi", la hardvapour offre solamente una narrazione autocelebratoria come "Long Live Hardvapour" o "Welcome to Hardvapour"—che si riferiscano direttamente al movimento stesso o prendano in giro indirettamente l'interpretazione che la comunità online darà del nuovo sound (quando non lo dichiarerà "finito") tramite una produzione infinita di bizzarre .gif e foto e video dai toni nichilistici. Mentre la vaporwave immaginava una Virtual Plaza utopica, che prendesse la musica sintetica da centro commerciale e la stiracchiasse fino a trasformarla in un vero mondo digitale, hardvapour sradica questo ottimismo con ferocia nichilista.

In un articolo pubblicato nel 2015 su Resident Advisor intitolato "The Online Underground: A New Kind of Punk", Harper ipotizza che "la vaporwave sia punk eccome, per le sue caratteristiche di crudezza e minimalismo", notando che la sua "soglia di partecipazione è sostanzialmente più bassa rispetto a quella che fu del punk rock—non ti serve altro che un semplice software audio (molti usano Audacity), del materiale sorgente accettabile, qualche clic e ci sei". La "punkità" della vaporwave risiede nella sua dedizione a un'etica DIY che, avendo la soglia di sbarramento forse più bassa di ogni altro genere musicale, permette a chiunque di replicare il genere secondo la propria visione con soltanto pochi semplici (e spesso gratuiti) strumenti digitali. Pur abbracciando questa etica DIY "punk" nella sua forma di democrazia radicale, la hardvapour rivolta l'atmosfera pigra e compiaciuta della vaporwave con beat frenetici che ricordano la formula originale del punk, potente e ribelle. "Humanoid Sound (гуманоид звук)" di Trend potrebbe fare a gara con la roboante intensità delle origini da tre accordi del genere, mentre "Immortal" di DJ Alina adotta delle basse distortissime che potrebbero essere benissimo rubate da una canzone dei Circle Jerks o dei Dead Kennedys di trentacinque anni fa.

Questa idea si allinea con gli obiettivi che la stessa comunità hardvapour ha esplicitato. Come ha recentemente dichiarato il fondatore anonimo della label HVRF Central Command, la hardvapour è "ispirata da GABBER, HARD TEKNO, NOISE, BEAT DISTORTI, SCHIZOFRENIA", pur rimanendo radicata in un "framework concettuale" simile a quello vaporwave. Il gruppo traccia un collegamento tra vaporwave e gabber—con il suo impeto adrenalinico a base di cassa veloce e disorientanti synth dai toni sgargianti—nelle loro origini "punk" condivise. Descrivendo il concepimento della hardvapour nella stessa dichiarazione, l'anonimo commenta: "Nell'autunno del 2015 WOLFENSTEIN ha immaginato come i ragazzini di strada in Est Europa sarebbero stati motivati da quanto sia 'punk' mettere la propria musica su Bandcamp—specialmente con tutti quegli pseudonimi vaporwave—ma questi ragazzini odiavano la merda lenta e pensavano che fosse 'per fighette'—così avrebbero lanciato la HARDVAPOUR".

E infatti, la hardvapour colpisce con un'estasi brutale mai sentita nella vaporwave—seppure la si ritrovi nelle prime uscite di Fatima Al Qadiri, di Gatekeeper e altri artisti legati alla distroid, un altro microgenere della stessa galassia toccato da Harper nel secondo capitolo del suo pezzo sulla Virtual Plaza. Se la distroid, come suggerito da Harper, era "hi-fi fino al punto di feticizzare i ronzii e sfarfallii in alta frequenza che il lo-fi era incapace di produrre", la hardvapour si pone a metà tra distroid e vaporwave, hi-fi senza feticizzare gli strumenti hi-fi (laptop, DAW, synth VST). Con la vaporwave, molti artisti si basavano su edit ed effetti basilari—riverbero, delay e low-pass e hi-pass—pre-installati nei software digitali. Hardvapour usa questi strumenti non per scelta stilistica, ma perché sono gli strumenti più economici e facili da trovare.

Il movimento letterario e cinematografico conosciuto come cyberpunk, definito come "fantascienza che riguarda future società urbane dominate dalla tecnologia dei computer", risulta particolarmente vicino alla fascinazione della hardvapour con i suoni gabber/hardcore, l'immaginario slavo e l'estetica hacker. Hacking for Freedom di Flash, per esempio, riporta un chiaro riferimento iconografico a Matrix, un film ampiamente citato come "trionfo cyberpunk" mentre altre uscite hardvapour—come Visions dei Chinese Hackers e Жорсткий щойно випав сніг della Bannik Krew—utilizzano video sgranati da telecamere di sicurezza e immagini di sorveglianza digitale, un altro tema tipico del cyberpunk.

La fascinazione della hardvapour per l'Est Europa è piuttosto difficile da analizzare. I caratteri giapponesi erano un attributo inevitabile dell'identità visuola della vaporwave, ma la maggior parte dei producer erano giovani uomini bianchi occidentali che utilizzavano un linguaggio che associavano al boom tecnologico anni Ottanta, cosa di per sé problematica. Nel caso della hardvapour, una minoranza di producer sembra venire davvero dall'Est Europa; la J-card inclusa nella compilation Hardvapour di Antifur, per esempio, contrassegna ogni contributo con una bandiera indicante il paese di residenza del DJ, collegando circa un quarto delle tracce a Russia, Ucraina e Croazia, anche se la maggioranza è comunque made in USA, UK ed Europa Occidentale. Alcuni producer come wosX e HKE hanno base Canada e Regno Unito, mentre altri—come Flash, DJ Alina e Krokodil Hunter sono tutti etichettati come russi o ucraini. Con tanti nomi che emergono tutti allo stesso tempo, naturalmente, è difficile determinare la legittimità di queste designazioni. Ma, a questo punto, ci chiediamo se la credibilità dell'attribuzione geografica sia davvero così significativa nell'era post-internet, un tempo in cui i luoghi sembrano contare così poco. E se le radici orientali della hardvapour fossero una specie di imbroglio?

Se continuerete a scavare scoprirete che non esiste una risposta oggettiva—soltanto una grande quantità di producer online che sfornano album dopo album di una musica tra le più strane e vitali del momento. E in un clima così frammentario e intricato come questo, l'incertezza potrebbe significare molto di più di quel che pensiamo.