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Quando Vasco era un fattone (e nessuno se ne era ancora accorto)

Uno sguardo al periodo più nero del Blasco, fatto di musica altrui, violenza gratuita e anfetamina.
23 ottobre 2013, 1:57pm

"L'anfetamina è terrificante. Sono stato per sette mesi a letto senza alzarmi perché non riuscivo più a muovermi senza anfetamina. Guardavo la televisione, rimbambito. E mi chiedevo: 'Possibile che uno guardi 10 ore la televisione?' Non avevo la forza di alzarmi, né la voglia."
—Vasco Rossi riflette sul dopo '81

Il ritorno di Vasco Rossi con il singolo "Cambia-Menti", più che offrire speranze di ripresa artistica (chiaramente disilluse già dal titolo), ha suscitato controversie fra gli addetti ai lavori, a causa di un probabile se non certissimo plagio a un brano di Fossati, cavallo di battaglia di Loredana Berté: ovvero "Dedicato". La fotocopia musicale è evidente, ma il Blasco non è certo nuovo a tali pratiche: nel docufilm "questa storia qua", infatti, è lo stesso produttore Guido Elmi a confessare che " non scrive le canzoni, le ruba". Il filmato di repertorio è del 1981, l'anno di un album spiazzante e fuori misura: "Siamo solo noi": forse uno dei primi esempi di "disco di campionamenti suonati" di sempre, molto prima quindi dei Daft Punk.

A dir la verità, già nel precedente Colpa D'Alfredo troviamo un paio di esempi in tal senso (a danno di Dalla e degli Skiantos , soprattutto): ma il passaggio definitivo da cantautore matto di provincia a rocker impasticcato è sancito più da questo lavoro. Lo si nota dal suo abbigliamento proto-doom, dalla copertina—poi censurata per ovvie ragioni —che vede un Vasco in bianco e nero ritratto in una smorfia di furore belluino, quasi dovesse azzannare qualcuno alla faccia dopo inalazioni di Sali da bagno. Nonostante l'album sia ricordato esclusivamente per la title track, questa non è altro che un intro ad uno stato di confusione mentale che pervade tutto il resto dell'opera. Certo, col suo incedere stuporoso paragonabile alle colonne sonore di Badalamenti per Lynch, "Siamo Solo Noi" è una canzone disarmante, dolce quanto amarissima, commovente, specchio della generazione "no future" italiana, che all'epoca è nel pieno del suo abisso. Uno dei capisaldi della poetica del rocker di zocca, che in un sol colpo mette insieme gli Who di Quadrophenia, il Lou Reed di "Walk On The Wild Side", Ivan Graziani e il punk dei Sex Pistols periodo Great r'n'r Swindle.

Apparentemente piu' Vicious che Rotten , il nostro riesce invece ad unire i due post-pistols (quindi PIL e Professionals) e il metal nel successivo pezzo, ovvero la terrificante "Ieri Ho Sgozzato Mio Figlio", titolo che non ha bisogno di commenti. Si basa su una nota sola grattugiata sulla chitarra in stile thrash. Le similitudini con altrettante storie di follia urbana raccontate dai PIL di Metal Box sono evidenti, così come evidente è che il brano (e il disco tutto) trova la sua forza nell'assenza di idee: sembra fatto per truffare la casa discografica nella grande tradizione del rock tossico (Unsane docet). Maurizio Solieri, forse per la prima e unica volta in assoluto, si lancia in assoli storpi e atonali che neanche uno dei Flying Luttenbachers: come se non bastasse Vasco si auto campiona nell' incipit (pratica a lui cara) e nel finale fanno capolino anche i Decibel senza compromessi di Figli Di... uscito quattro anni prima.

Dopo questi due picchi di malessere, si passa alla caraibica e all'apparente disimpegnata "Che Ironia": nonostante sembri un simpatico riempitivo alla "Fodderstompf" dedicato a una "bambina prepotente", il pezzo è chiaramente riferito alle droghe, e le consonanze "bamba/bambina" e "ironia/eroina" parlano chiaro: Che ironia questa malattia che non mi fa dormire, che non va più via. Non c'è dottore. Vasco in questo periodo inizia a caricarsi di qualsiasi cosa serva per tenerlo su, farlo produrre, dargli sicurezza durante i live, imitando forse in maniera provincialotta gente come keith Richards. Ma si fa anche di morfina pura, al tempo legale, che gli prescrive direttamente il medico di fiducia. Con queste sane abitudini alle spalle, arriverà al grande successo di "Vita Spericolata" senza dormire per giorni, andando al massimo fino al 1984, anno del suo arresto e ai famosi 22 giorni di carcere di cui 5 in isolamento.


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"Che ironia" è praticamente lo scatto di un inquietante loop di dipendenze per tutta la sua durata, come vocine della "rota" che cantano canzoni sceme causate dall'astinenza: ancora altissimo quindi il tasso di disagio. Segue finalmente un momento ottimista, "Voglio andare Al Mare": La traccia è un reggae bianco, evidentemente plagiato dai Police di "The Bed is Too Big Without You", con qualche omaggio percussionistico a Fred Buscaglione, ritrae invece un tipo "rassicurante" che va al mare nell'intenzione di molestare le fanciulle, come un maniaco a Capocotta. Con "Brava" torniamo invece al Vasco cantautorale nel tentativo folle di sposare Venditti ai The Nuns: storia d'amore e di delusione in apparenza standard, si basa però su un rovesciamento di fronte in cui l'uomo è "oggetto" e non il contrario. Pezzo fatto con tre accordi, Ramones style, troviamo questi medesimi nella seguente "Dimentichiamoci Questa Città", un plagio dei Judas Priest in cui Vasco incita la compagna a darsi a pratiche poco ortodosse. La cifra dell'album è tutta qua: roba scarna, tre accordi, sezione ritmica serratissima senza fronzoli, il plagio è necessario, i suoni anfetaminici, i testi bradi. Il brano in questione è un inno all'edonismo "rossiano", messo a contraltare del pezzo dopo.

Ovvero, "Incredibile Romantica": in cui una ragazza invece di prendere il volo e vivere in un attimo solo preferisce sognare il principe azzurro e rimanere quindi perennemente fregata perché rimedia solo sconvoltoni. In questo caso delle chitarre gracchianti di Massimo Riva che volendo potrebbero ricordare il miglior hardcore si mescolano ad armonizzazioni tipo Brian May dei Queen che ha dei problemi con l'alcool (ma anche tipo Dodi Battaglia dei Pooh fine anni settanta, che infatti poi collaborerà con Vasco), per poi sfociare in un synth inanimato quasi minimal wave della serie: "Che stiamo facendo"? La risposta è subito dopo: ci prendiamo il "Valium". È il picco del disco, un film dell'orrore in pochi minuti. Ritratto di una crisi di astinenza, l'ennesima, mescola il più banale dei blues con i Police, unito a vuoti pneumatici post-punk dettati da una batteria che non si decide fra lo storto e il dritto. Il risultato è una "Walking On The Moon" all'inferno, col finale agghiacciante e tristemente profetico in cui il protagonista muore (nel nostro caso, molti anni dopo, il braccio destro di Vasco, Massimo Riva). Anche qui degli assoli di Solieri completamente privi di senso, a colpi di pitch, lo mettono fra Keith Levene e un Agata dei Melt Banana coi crampi allo stomaco per l'astinenza. Chiude l'album un looppetto di "Voglio Andare Al Mare" messo al triplo della velocità, come sigillo straniante ad un' opera che fa del nulla la sua stranezza e dell'ignavia la sua cifra stilistica. Forse anche una richiesta subliminale di aiuto: basta con questa vita, voglio andare al mare, appunto.

Fotografia dei "bad trip" del rock italiano, dai suoni drogati dalla Bologna dei Gaznevada virata pop (Guido Elmi li produrrà infatti piu' avanti ), Siamo Solo Noi rispetto agli altri episodi riusciti del repertorio di Rossi ( Non Siamo Mica Gli Americani del '79 e Bollicine dell'83), va rivisto criticamente come il remix di un DJ (quello che alle origini era Vasco) che mette sul piatto qualcosa di bello per tagliarlo, cucirlo con la veracità della sua voce, incollarlo con testi ermetici e farlo diventare qualcosa di brutto, nel senso surrealista del termine. Un vero artista , anche quando interpreta uno "zombie", un barbone da suburra, un rottame umano, ci mette quel lievito che ti ripaga dalla bruttura del fango, dell'orrido che contiene il personaggio. Invece, quello sciagurato di Vasco era "orrido-nature", orrido-allo-stato-brado.

Ecco, nonostante il disprezzo, l'osservazione targata 1981 del critico Nantes Salvataggio (al quale vasco poi dedicherà ironicamente "Vado al Nassimo") è l'unica che si accorge dell'iperrealismo brutale di Rossi e dell'imbuto in cui lui e la Steve Rogers Band si erano ficcati. Vasco ufficialmente dice di esserne uscito nel 1985, ma in realtà nel 1988 la polizia lo ripizzicò con le mani nel sacco. La morte di Riva per overdose, nel 1999, dimostra che i lupi avevano perso solo il pelo. Un Vasco così è—naturalmente—oramai un miraggio: probabilmente dopo la malattia ha ora smesso del tutto. Una volta non aveva voglia di fare dischi perché era fatto lui, ma poi li incideva ed anche bene. Adesso non ne ha voglia lo stesso, ma lo costringono a farli. Parafrasando un suo brano del 2008, forse è vero: "non si può spingere solo l'acceleratore".

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