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Venezia è hardcore

Siamo stati al Venezia Hardcore, il festival Punk HC più apocalittico della nostra penisola.

Tutte le foto sono di Umberto Colferai

Entro al Rivolta che non sono neanche le 16. Lungo via Fratelli Bandiera, a Marghera, alcune prostitute sono già sulla strada. Fa caldo, pur essendo il 9 maggio c'è un clima estivo. Saluto qualcuno degli organizzatori che in questi giorni ho contattato e comincio ad aggirarmi per il festival Venezia Hardcore, per vedere com’è disposto.

I palchi sono due, quello dell’Osteria, più piccolo, e il Nite Park, entrambi al chiuso. Poi c’è l’enorme sala dedicata alle etichette, con le bancarelle e la rampa da skate. Sono entrato tra i primi 200, tant’è che mi regalano la compilation Destroy Gondola!, che raccoglie più di venti tracce di band della crew di Venezia Hardcore. Di queste, una decina suoneranno oggi, nella prima parte del festival. La sera sarà dedicata ai gruppi provenienti dall’estero, alcuni arrivati in Italia solo per questa data.

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Non c'è ancora molta gente, ci sono soprattutto organizzatori indaffarati, molti di questi poi suoneranno con la proprio band tra non molto. Ci sono parecchi ragazzi giovani, non tutti di qui, con zainetti ricolmi di birre e magliette truci.

Quando sono arrivato, gli eventi erano cominciati già da un po’. Mi sono perso la presentazione del documentario Black Hole, avrò modo però poi di incontrare per il festival l’autore, Turi Messineo. Turi, un batterista straightedge, attivo da molti anni, che conosce bene l’ambiente hardcore europeo dall’interno, ha fatto un gran lavoro: un documentario girato in due anni in cui parla della scena underground di realtà come Milano, Roma, Bologna. Ne è venuto fuori anche un libro, molto ben documentato, che si accompagna al film.

È il secondo lavoro di questo genere che ho modo di conoscere in pochi mesi, dopo Rmhc 1989-1999 di Giulio Squillacciotti, che parla appunto della scena hardcore romana (in realtà quest’anno il film è uscito in DVD, l’uscita ufficiale del documentario risale al 2012, ma queste cose hanno tempi di respiro lunghi, per fortuna).

Penso che entrambe queste produzioni siano un segno di una scena culturale e musicale che finalmente sta trovando modalità per raccontarsi e definirsi. L’hardcore, come testimoniano i documentari, esiste da parecchi anni, e operazioni come queste danno modo ai più giovani (sono sempre molto giovani i ragazzi che cominciano a seguire l’hardcore, lo vedrò nel pogo più tardi) di ricapitolare cosa sia successo prima di loro. Ma ogni testimonianza di questo genere è anche un ponte verso l’immediato presente, perché molti dei protagonisti sono ancora attivissimi, pronti a scrivere nuovi capitoli della storia.

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Il primo gruppo che riesco a sentire sono gli On A Ship. Loro, assieme ai Mos, sono tra i più giovani partecipanti al festival. Lo spazio del Nite Park è ancora abbastanza vuoto, quindi il gruppo suona davanti a pochi ascoltatori. Ma non è un problema. Scendono dal palco, si prendono tutto lo spazio che credono. Sono incazzatissimi, bravi tecnicamente e hanno pezzi che girano bene. Li avevo già sentiti, suonano molto nei piccoli festival che si fanno qui in Veneto. Si confermano un gruppo dalle grandi potenzialità.

All’Osteria riesco a vedere gli Hittin’ Random. Qui lo spazio è più raccolto, per queste prime bands l’atmosfera è ottima. Il gruppo merita, ha una gran furia, con pezzi comunque molto musicali. Si comincia finalmente a pogare.

Qui in Osteria riesco a vedere altri concerti (ce n’è uno ogni venti minuti, in alternanza tra i due palchi, che distano una sessantina di metri almeno), come gli Zeit, devotissimi a Converge e all’universo post-hardcore sullo stile dei Dillinger Escape Plan, molto bravi tecnicamente.

Poi gli Angler, divertenti, molto spontanei. Sotto il palco si comincia a fare sul serio, l’Osteria si riempie piano piano. Fa caldo, ma evidentemente per chi poga non è un problema. Gli Angler sono il gruppo giusto per smuovere i presenti, hanno buona presenza sul palco e un sound molto definito.

Alfio, il cantante, è uno dei ragazzi che mi hanno aiutato a preparare l’articolo, assieme a Samall degli Slander. Fino a poco prima correva su e giù per il festival con la scaletta dei concerti in mano, a fare il soundcheck agli altri gruppi, a smontare i palchi dagli strumenti. Poi arriva a suonare. Smonta e riprende a correre fino a sera, senza mai dimenticarsi di pogare e ammazzarsi sotto il palco durante i concerti degli altri gruppi.

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Devo fare un sacco di complimenti a questi ragazzi, che hanno lavorato come non mai, con un’organizzazione al dettaglio, spinti esclusivamente dalla passione che dimostrano in ogni momento.

Un vichingo che poga.

Ma siamo appena all’inizio. Riesco a far qualche parola con Corey, Nadav e Yoni dei Kids Insane, che suonarenno la sera. Il gruppo è originario di Tel Aviv. In occasione del festival presenteranno lo split appena uscito, realizzato assieme agli Slander. Sono in Italia dal giorno prima, in cui hanno suonato proprio con gli Slander a Seregno, provincia di Monza. Dopo il festival ripartiranno subito per il tour italiano, 8 date in 10 giorni, toccando Bologna, Pesaro, Mantova, Bari. È la terza volta che vengono in Italia, quest’anno.

Ammetto di non sapere che esista una scena hardcore in Israele. «In realtà è attiva una scena punk, soprattutto a Tel Aviv, che esiste da almeno vent’anni», mi spiegano. «È formata da gruppi anche molto diversi tra loro, che vanno dal punk più pop all’hardcore più violento. La cosa bella è che nascono sempre nuovi gruppi, è una scena molto vivace». Com’è suonare hardcore in Israele? «Il primo obiettivo che si ha quando si suona questa musica è far pensare le persone con le canzoni che scriviamo. Alcune di queste le abbiamo scritte contro gente razzista o ignorante che sta attorno a noi. I nostri pezzi sono ovviamente anche molto politici, spesso contro le scelte del governo israeliano e verso una situazione che non ci piace». «Io credo addirittura che, se si guarda la cosa dal punto di vista politico, ci dovrebbero essere ancora più gruppi punk», mi dice Corey, il cantante. «Mi auguro che ci siano sempre più band a fare questa musica, che in fondo è una forma di protesta. Ci sono un sacco di cose di cui parlare ancora. Speriamo che sempre più persone vengano coinvolte da questi temi, ma questo non vale solo per Israele, vale per qualsiasi altro posto al mondo».

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Il pogo durante i Discomfort

Se si parla di scena è evidente come le band che si sono man mano aggregate sotto il nome di Venezia Hardcore abbiano fatto un enorme lavoro. Collaborando alla pari tra loro, facendo suonare i più giovani di spalla ai gruppi con più esperienza, hanno dato vita ad una realtà che sorprende quanto a qualità musicale e preparazione anche dei gruppi di ragazzi adolescenti o poco più.

Andando indietro nel tempo, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, la situazione era certo molto diversa. Esistevano alcuni ottimi gruppi, come i trevigiani Full Effect (da cui poi negli anni si sono sviluppati progetti musicali interessantissimi, come Captain Mantell e BOLOGNA VIOLENTA) o i With Love, guidati da Nico Vascellari, oggi animatore del Codalunga, spazio dedicato a musica e performance a Vittorio Veneto, e ancora attivo in ambito musicale con l’elettronica dei Ninos Du Brasil. Poi L’Amico di Martucci (nome geniale, avete presente Un sacco bello di Verdone?), più vicini all’universo punk che da queste parti contava molte band di valore, come i Senzasicura o i certo più conosciuti Peter Punk.

La scena però era dispersa, con poche eccellenze e una miriade di progetti che nascevano e morivano in poco tempo. Proprio questa dispersione, anche geografica, ha fatto sì che in queste zone siano nati progetti musicali eccezionali, diversissimi quanto a genere e proposta (cito a caso: Father Murphy, One Dimensional Man, Jennifer Gentle, Northpole, Non Voglio Che Clara). Ma di cui appunto è quasi impossibile raccontare come fossero un insieme omogeneo.

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La storia recente dell’hardcore da queste parti è invece interessante proprio perché, finalmente, le cose sono mutate. Difficilmente si era vista nel passato una scena così coesa e in grado di lavorare a questo livello. In pochi anni si sono formati nuovi gruppi, alcuni di ragazzi molto giovani. Attorno a qualche sala prove e studio di registrazione si sono aggregati una serie di gruppi che, influenzandosi l’un l’altro, ora dimostrano un enorme talento e preparazione. Il collettivo Trivel (primo nucleo poi allargatosi a Venezia Hardcore Crew) ha avuto il merito di unire la freschezza delle nuove leve all’esperienza dei gruppi storici. Si è creato un gruppo di lavoro eccezionale. Poche chiacchiere e molti fatti, un grande lavoro di comunicazione, realizzato appunto in collettivo (parlo anche di videoclip, grafiche, packaging dei dischi, tutto secondo lo spirito diy ma con grande consapevolezza). Si sono organizzati moltissimi eventi, più o meno grandi, nei centri sociali come il Pedro a Padova, l’Arcadia a Vicenza, il Rivolta, ma anche in pub e osterie davvero poco adatte, in cui vedere un festival hardcore è una sorpresa inaspettata (la data da Ciccetti pochi mesi fa, osteria a Musile sull’argine del Piave, che meraviglia). Il pubblico è cresciuto man mano.

Le prime due edizioni del Venezia Hardcore Fest sono indicative in questo senso. Ai giovani gruppi local si mescolavano con naturalezza i gruppi che hanno fatto la storia recente dell’hardcore tra Venezia, Treviso, Belluno, Padova.

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Gli headliner della prima edizione sono stati gli Oltrezona e i Danny Trejo, suonavano anche i Vetro, tutti gruppi di una generazione di musicisti attivi da almeno una decina d’anni. Gruppi con molti dischi alle spalle, parecchi concerti in giro per l’Italia tutta e l’Europa, grazie all’inossidabile network che unisce da sempre questa fetta di underground musicale.

Alla seconda edizione, tenutasi come la prima al Pop Corn (altro locale di Marghera, in realtà a pochi metri dal Rivolta, ma molto più raccolto), i gruppi principali erano gli emiliani Hierophant e i Vitamin X, storica band straightedge di Amsterdam. Immaginate come sia suonare a festival come questi per un gruppo alle prime armi, quanto a esperienza ed esposizione al pubblico.

Discomfort.

Riprendo a seguire i concerti. Il pubblico comincia ad essere numeroso, a fine serata gli ingressi conteggiati saranno più di duemila. Al Nite Park suonano i Discomfort. C’è qualche problema con l’impianto, a un certo punto salta proprio l’elettricità e non si riesce a proseguire. Quando viene rimesso in funzione ai Discomfort è rimasto poco tempo, quindi decidono di fare tre sole canzoni una dietro l’altra. Ovviamente il pogo è violentissimo. Bello, finalmente. Una sala così grande quasi piena rende giustizia a un gruppo di una potenza spaventosa. C’è anche qualcuno di ammaccato, un ragazzo viene portato via perché è caduto maluccio. Ma è tutto sotto controllo.

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Il concerto successivo è quello degli Slander. Mi trovo in mezzo a decine di persone che dal Nite Park si spostano in Osteria. Discomfort, Slander e Hobos sono gli ultimi tre gruppi local a suonare oggi, poi cominceranno i live dei gruppi ospiti. L’affetto che i presenti dimostrano per queste band è qualcosa di splendido.

L’Osteria, che in sé è uno spazio piccolino, è colma di persone appollaiate in ogni angolo. Fa caldissimo, c’è quest’odore di stalla abbastanza pungente, l’umidità è a livelli da record. Il petto nudo va per la maggiore. Gli Slander, uno dei gruppi più seguiti qui, sono pieni di energia e l’atmosfera è quella di una grande festa. Anche qui a un certo punto l’impianto salta, ma si continua come se nulla fosse, solo il batterista a suonare e band e pubblico a urlare assieme. È un grande concerto, calorosissimo e preludio a quello che succederà durante il resto della serata.

Poi tocca agli Hobos. Di nuovo la grande processione da un palco all’altro, con sempre più ragazzi che si aggregano. Gli Hobos sono un’istituzione, con il loro metalcore cattivissimo, cantato in italiano. La band ha un impatto enorme, esprime un’energia oscura che scatena l’inferno sotto il palco. Non so quanto duri esattamente il loro set ma tutti sono entusiasti, presi a sberle da questi quattro bestioni che sprigionano una violenza musicale davvero catartica. Finiscono di suonare e tutti applaudono a lungo, ma è un applauso a tutti i gruppi che stanno animando questa realtà così viva e ricca.

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Siamo tutti ancora inebetiti per l’assalto degli Hobos e si esce all’aria aperta. C’è ancora il sole, sono appena le 20. Abbiamo appena cominciato a divertirci.

Pogo selvaggio.

Il primo gruppo della sera che riesco ad ascoltare sono i Demonwomb, austriaci. Il bassista si presenta con una maglia del First Vienna, che è una chicca per chi sa qualcosa di calcio, è una di quelle squadre dalla storia piena d’onore ma poco vincenti negli ultimi decenni. I Demonwomb sono molto tecnici, influenzati dal thrash metal. A me ricordano molto i Testament, ma la mia è di sicuro anche una suggestione legata alla somiglianza che il cantante ha con Chuck Billy. Il soundcheck dura un po’ troppo, con il batterista che si inalbera, «no bass on my monitor, no bass on my monitor!». Poi capisco. Il basso ha un suono davvero grosso, e il quintetto ha un grande impatto. Bravi.

Seguono gli A Traitor Like Judas, più melodici, anche loro molto influenzati dal metal. Sono tedeschi, di Hannover, come molti gruppi di quelle parti hanno un suono più quadrato, con queste doppie chitarrone in evidenza. Dal vivo hanno una potenza notevole. Qualcuno della band nel pomeriggio mi ha spiegato il progetto che stanno portando avanti assieme ad altre realtà musicali, si chiama Hardcore Help Foundation. Molti dei loro eventi e concerti, organizzati assieme ad altri gruppi soprattutto tedeschi, servono a raccogliere fondi da inviare a progetti internazionali in Kenya e nelle Filippine. I progetti sono legati soprattutto a calamità ambientali, come il tifone che ha colpito le Filippine nel 2013.

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A Traitor Like Judas.

Lo spirito di collaborazione è molto importante per tutti questi gruppi, se è vero che gli A Traitor Like Judas sono in tour europeo con i No Turning Back, gli olandesi Hawser, i lussemburghesi Eisberg. Venezia è la seconda tappa, unica data italiana, per le quattro band, che poi proseguiranno il viaggio in Austria e Germania.

I No Turning Back, leggende dell’hardcore europeo (olandesi di origine), scaldano ancora di più la temperatura sul Nite Park. Il loro hardcore muscolare, potentissimo e ben suonato da una band che ha centinaia di concerti alle spalle, è qualcosa di esaltante.

Sono i preparativi per il gran finale.

Trash Talk.

Mi prendo una pausa. Vago un po’ per lo skate park. Ci sono serigrafie come Nutty Print che ha fatto le bellissime magliette del festival, oppure Small Caps che dal vivo realizza alcuni poster. Le etichette ovviamente, i banchetti delle band con il loro merchandise, organizzazioni come Sea Sheperd, l’associazione che si batte per la salvaguardia dell’ambiente marino, da sempre molto legata all’universo hardcore, la cui presenza è stata fortemente voluta dagli organizzatori.

L’atmosfera qui dentro è più rilassata, anche se comunque la colonna sonora sono gli Slayer e i Sepultura. Mi fermo un po’ a guardare gli skaters. Ho grandi aspettative su un tipo che pare un vichingo trapiantato a Los Angeles, con lunga barba e capelli biondi, ma in canottiera e cappellino, che cozzano un po’ con l’elmo e l’armatura con cui mi verrebbe spontaneo immaginarlo. In realtà mi delude, nemmeno un trick decente. Mentre un tipo con un’improbabile camicia hawaiana si dimostra davvero un mostro. Si merita gli applausi di tutti i presenti, che non sono pochi. È un timidone, ma ringrazia.

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In Osteria stanno suonando i Long Knife. I quattro di Portland suonano sporchi, sono il gruppo più rockeggiante sentito finora. Sono molto divertenti, ruvidi e scanzonati. Sono particolarmente adatti per l’Osteria, in cui la temperatura non si è mai abbassata e si suda solo affacciandosi.

A loro seguono i Public Domain, che hanno una resa dal vivo immensa. I cinque di Vienna suonano potentissimi, fanno saltare tutti i presenti con il loro hardcore ritmato ed energico. Il cantante è in realtà Nick dei Dead Swans, band originaria di Brighton, anche loro come i Public Domain molto legati all’immaginario dello skateboarding. Qui dentro però si fa fatica a respirare, esco e bevo una birra. Una sorta di quieta pausa prima della tempesta.

Sul palco del Nite Park si preparano gli Gnarwolves, trio punk di Brighton. Nel pomeriggio ho intercettato Charlie, il bassista. «Sai, noi esistiamo da 4-5 anni, ma le cose sono cambiate tantissimo nell’ultimo anno e mezzo. Ora facciamo un sacco di date, sia in Europa che negli Stati Uniti, cominciamo ad avere un grande seguito», così mi racconta. La cosa che più mi sorprende è la giovane età del gruppo: Charlie ha solo 23 anni. Ma dal vivo si vede che ci sanno fare. Del resto sono tra gli headliner, e sono venuti qui appositamente per il festival. «Siamo venuti qui in aereo, con un volo low cost. Ripartiamo domani. È l’unica data che abbiamo in Italia per un po’». «Questo festival merita davvero», mi dice Charlie, «io adoro suonare qui, la cosa che mi piace di più è il calore che ti trasmette la gente durante i concerti». Il pubblico pare infatti apprezzarli molto. Il Nite Park si è riempito e siamo tutti pronti per l’atto finale.

Trash Talk.

Quando i Trash Talk salgono sul palco è il delirio. La band non doveva nemmeno partecipare al festival. Non era prevista nella scaletta iniziale: si sapeva che era in tour italiano, ma in altre città. Quindi si era deciso di lasciar perdere. Poi qualcuno ha fatto sapere al gruppo di questo festival. I Trash Talk se ne sono innamorati, «vogliamo suonarci assolutamente». Bene. A una settimana dal festival si aggiunge la band numero 21, gli alfieri dell’hardcore californiano che da più di dieci anni incendiano i palchi di tutto il mondo. I ragazzi di VExHC organizzano staffette in macchina per andare a prenderli a Cesena la sera stessa (dove hanno suonato, questo è il secondo concerto per questa sera, si comincia che son già le 2 infatti) e portarli a Milano il giorno successivo.

«… We are Trash Talk from California!» è il segnale di guerra. Si scatena un pogo incredibile, tutti a salire sul palco, Lee Spielman che canta in mezzo al pubblico, nessuno capisce più nulla. I Trash Talk riversano una ferocia mai vista prima e chi ha resistito fino a quell’ora (ma vorrei capire chi è riuscito ad andare via in realtà) si sfoga in quella che è l’esplosione definitiva, il premio per un festival riuscitissimo e selvaggio.

Lee Spielman, frontman dei Trash Talk.

Vado a prendermi un’ultima birra, mentre cerco di ripigliarmi dalla fine del concerto. C’è qualcuno che si è messo a dormire in giro, in posizioni dalla comodità dubbia, ma la giornata è stata in effetti molto lunga.

Brindo ai fioi di Venezia Hardcore e me ne vado soddisfatto.

Arrivederci alla prossima edizione, chissà se è possibile fare meglio di così.