Kaitlyn Aurelia Smith e il suono della natura

L’opposizione tra “naturale” e “artificiale” è una delle forze che fanno pulsare il cuore dell’elettronica e Kaitlyn Aurelia Smith ne è la dimostrazione.
20.6.16

L'opposizione tra "naturale" e "artificiale" è una delle forze che fanno pulsare il cuore dell'elettronica: sta nella giustapposizione tra "veri" e "falsi" musicisti che continua ad esistere nelle menti di chi concepisce la musica solo come prodotto di chitarre, bassi e batterie; sta nel sentimento primordiale e prepotentemente umano che la strumentazione elettronica riesce comunque a creare in chi la ascolta; sta nei tentativi della musica d'ambiente di raccontare contesti reali in forma sonora come ideali sottofondi per l'esperienza umana.

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Volendo, potremmo immaginare una sorta di linea che racconta l'uso dei sintetizzatori in musica. Ad un estremo troveremmo quello che un tempo era il non-umano e oggi è post-umano (dai Kraftwerk a Holly Herndon, da Laurie Anderson a Fatima Al Qadiri, dai Buggles a PC Music e così via); a quello opposto avremmo invece il fisico, il racconto del reale sotto forma di sintesi sonora (chessò: l'universo in espansione di Laurie Spiegel, l'ambient nella prima concezione di Eno, esperimenti di collage sonoro alla Chill Out dei KLF). Insomma: se da un lato si fa elettronica per rifuggire il reale, dall'altro lo si fa per rilavorarlo in forma artistica grazie alla tecnologia.

Ecco: la musica di Kaitlyn Aurelia Smith, composta quasi esclusivamente per synth modulare, si introduce in questo secondo filone. La particolarità che rende le sue composizioni particolarmente sentite ed efficaci, credo, è lo strettissimo rapporto che ha con la materia che racconta: la natura. Ma una natura specifica. "Certo, crescere su un'isola ha avuto un'influenza sulla mia persona", spiega Kaitlyn. "Mi ha spinto a dover gestire la scarsità, a lavorare con quello che avevo sotto mano. L'isola era la mia sola risorsa, e ho dovuto abituarmici."

La Smith sta parlando di Orcas, la più grande delle San Juan Islands━un arcipelago al confine tra Stati Uniti e Canada, parte dello stato di Washington. È lì che la sua famiglia, originaria di Agoura Hills, una cittadina di 20000 abitanti poco sopra Los Angeles, si trasferì poco dopo la sua nascita. Guardandone qualche immagine, il pensiero si dirama: da una parte va a tutte le persone che hanno deciso di usare "Supertramp" come cognome su Facebook, dall'altra si abbandona a una fantasia di ritiro spirituale dal mondo contemporaneo. L'esperienza di Kaitlyn non fa che confermare la cosa: come molti altri ragazzi che lì sono cresciuti ha studiato a casa, con artisti di vario genere in pensione a svolgere il ruolo dei suoi maestri, professori e, soprattutto, mentori.

Insomma: è su Orcas che Kaitlyn è cresciuta e si è avvicinata alla musica━inizialmente grazie ad alcune lezioni di pianoforte, strumento su cui faceva pratica nella cappella gestita dallla madre. Fu poi un vicino di casa, un compositore di colonne sonore, a prenderla sotto la sua ala e regalarle dei campionatori Kurzweil e una copia di ProTools quando aveva 16 anni, dopo un periodo passato a lavorare e studiare assieme lontano dall'isola, di nuovo in California.

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Aggiungiamo al fascino per la sintesi sonora quello per la natura che l'ha circondata per buona parte della sua infanzia e adolescenza ed ecco che EARS, il suo nuovo e secondo album, prende senso. Invece di imporsi modus operandi artificiali (come aveva fatto per il suo esordio Euclid, le cui composizioni erano strutturate secondo dettami della geometria euclidea), Kaitlyn è partita a lavorare ripensando al luogo in cui è cresciuta con l'intento di creare quella che definisce una "giungla futuristica".

C'è da dire che, ad ascoltare le sue canzoni con questa chiave di lettura in mente, è facile immaginarsi in mezzo a una sorta di umida foresta tropicale. "First Flight", il brano che apre l'album, inizia con ondate di note arpeggiate che si sovrappongono l'una sull'altra, a creare costruzioni armoniche con lunghe note d'ambiente come fondamenta. Con il passare dei secondi, piccoli interventi sonori arrivano e scompaiono all'improvviso come insetti in volo, musi di animali che spuntano da metaforici cespugli per poi rinfilarsi nel sottobosco. Infine, l'apparizione di una voce umana, filtrata fino a diventare quasi irriconoscibile.

L'elemento fondamentale della musica di Kaitlyn è un aggeggio non particolarmente ingombrante, pieno di tasti, manopole e cavi colorati. È un sintetizzatore modulare, il Buchla Music Easel. "È la mia voce, almeno per ora. Immagina il momento in cui un chitarrista si rende conto di aver trovato una chitarra in grado di parlare con la 'sua' voce. Ecco." E pensare che Kaitlyn l'ha tenuta in mano per un bel po', la chitarra: prima di scoprire la sintesi modulare suonava negli Ever Isles, un duo folk che aveva fondato mentre studiava composizione e ingegneria del suono per piano e chitarra classica alla celebre università di Berklee, a Boston. Appena dopo la cerimonia di laurea, però Kaitlyn scelse di tornare a casa, ad Orcas. Fu allora che un vicino di casa le diede l'opportunità di mettersi a smanettare su un sintetizzatore.

"Mi disse che potevo prendere il suo Buchla per un anno per imparare a usarlo, e da allora non sono più tornata indietro. Ho appeso la chitarra al chiodo, praticamente. Rendermi conto di potere fare così tanto con un solo macchinario, avere così tante risorse contemporaneamente, mi ha dato un'iniezione di fiducia, un sentimento di potere positivo." In effetti, a serpeggiare sotto la sua musica, c'è un certo sentimento di forza vitale che sembra scaturire dal suo rapporto con lo strumento. "E inoltre è comodo per viaggiare!", aggiunge Kaitlyn, sorridendo.

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Oltre al Buchla, ci sono altri elementi che definiscono il suono di EARS: uno, decisamente inaspettato, è la m'bira, uno strumento africano costituito da lamelle di metallo incollate su un piano in legno. Il suo suono è un po' quello di uno xilofono processato attraverso un delay. "La prima volta che me ne sono trovata una di fronte è stato grazie a un amico che vive a Orcas", spiega Kaitlyn. "Poi, a Berkeley, ho preso lezioni dalla fondatrice di un'associazione di scambio culturale tra Zimbabwe e Stati Uniti. Faccio pratica ogni giorno, è diventata uno dei miei strumenti preferiti da suonare. Ad attirarmi sono le sue capacità ritmiche, gli ipertoni che crea, la sua natura ciclica."

Anche se le percussioni sono praticamente assenti in EARS, è proprio tramite la sovrapposizione di suoni in sequenza che la Smith riesce a dare un senso di ritmo alle sue composizioni. "Il ritmo è uno degli elementi che trovo più interessanti, da qualunque punto di vista lo consideri. Provo sempre a capire come fare a incastrarne di nuovi. Ad essere sincera, una delle cose che più mi da' soddisfazione fare a livello musicale è prendere due ritmi che non dovrebbero teoricamente stare bene insieme e cercare di trovare una soluzione per farli entrare in armonia."

Altro elemento fondamentale nel suono di EARS è la voce: "Qualche volta i miei pezzi nascono anche solo da una linea vocale che canto in macchina", mi spiega Kaitlyn. Il bello è che, su disco, è a tratti quasi irriconoscibile━filtrata fino all'inverosimile, rovesciata, modificata. "Penso che il mio apprezzamento o meno per una voce stia nella potenza che riesce a trasmettere. E un senso di presenza, il fatto che chi canta stia comunicando qualcosa nell'immediato".

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Più difficile le viene pensare a come la voce umana potrà essere manipolata in futuro per aumentare le sue potenzialità: "Ogni tanto provo a immaginare come fare a spingermi oltre a quello che già faccio a livello vocale, ma ci sono così tanti esempi di voci umane naturali spinte in territori assurdi che mi viene difficile pensare a come riuscirci. Pensa al canto di gola dei monaci tibetani, a quello degli inuit, o ad una figura come Yma Sumac. Trovo molto affascinante il fatto che, oltre ad essere musica splendida, è come se fossero esercizi aerobici per la voce."

Un Buchla, la m'bira, la voce: un suono creato da tre punti fermi, grazie all'aiuto e all'intervento di personaggi-mentori che si trovavano al posto giusto nel momento giusto. Ed è ad una costante ricerca di questi che Kaitlyn, ri-trasferitasi in California, tuttora si dedica. Oltre a un ingegnere del suono che le ha fornito diversa strumentazione e l'ha introdotta al mondo del sound design e delle ricerche tridimensionali, altri due personaggi sono al momento particolarmente importanti nella vita artistica della Smith: la compositrice minimalista Suzanne Ciani, che Don Buchla lo conobbe di persona; e Noah Lennox, in arte Panda Bear degli Animal Collective.

Kaitlyn ha conosciuto la Ciani mentre lavorava assieme a suo marito come volontaria in una cucina sociale a Bolinas, una cittadina costiera della California del nord, vicino a San Francisco. Se la trovò di fronte, la riconobbe, e diventarono praticamente subito amiche. Il risultato, oggi, è un album collaborativo. "L'abbiamo appena finito", mi dice Kaitlyn, senza poter però rivelare altro. "Sfortunatamente non viviamo più nella stessa città, e mi manca tantissimo. Ho imparato tantissimo da lei, ed è difficile limitare l'influenza che ha avuto su di me a qualche aspetto specifico. Le sue sono lezioni di vita. Entrambe siamo curiose, appassionate di sintesi modulare, ed entrambe ci chiediamo spesso, 'Che cosa succederebbe se facessi questo?' E così abbiamo fatto, e sperimentato assieme."

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L'incontro con Lennox è stato, se vogliamo, più tradizionale: dopo aver sentito alcune delle sue cose, è stato lui a chiederle se voleva accompagnarlo in qualche data dal vivo. A quanto pare, la cosa è andata bene dato che Kaitlyn si è trovata poi a suonare assieme agli Animal Collective stessi, che━per quanto ormai lontani dalla concezione primordiale/animalesca che animava le loro prime uscite━restano comunque suoi spiriti simili, interessati all'incontro tra digitale e naturale. La cosa si applica anche alle reazioni del pubblico: "Tra quelli che mi sono trovato di fronte, il loro è sembrato il più ricettivo. Ma non chiedermi perché!"

Quando le chiedo se si è mai chiesta chi fosse il suo pubblico, Kaitlyn si prende un minuto per pensare. Poi, convinta, risponde: "Penso che la mia musica abbia senso di esistere in un punto a metà tra classicità e contemporaneità. Ascolto senza problemi classica, musica africana, compositori minimalisti e musica… pop sperimentale? Non so bene come chiamarla, sinceramente. Certamente non possiamo più definirla indie. Tu hai un'idea?" Non ce l'ho. Ma è ok così, penso: oltre agli AnCo, nell'ultimo ann la Smith è salita sul palco assieme ai Battles, a Dan Deacon , a Four Tet, a Floating Points: tutta gente che si prende cura del suono, e si diverte a crearne di strani smanettando con tasti, interruttori, pedali, plug-in e così via.

"È come se percepissi un certo collegamento con ognuno di loro, ed è bello rendersi conto di come la mia presenza venga ugualmente accettata dai loro pubblici. Non potrei mai scegliere di dedicarmi completamente a questo lato più moderno o alla ricerca più accademica, classica. Sarebbe come perdere parte della mia ispirazione", spiega Kaitlyn. Il che ha senso dato che, nella sua concezione, avere una conoscenza accademica e teorica della musica non è affatto una condizione necessaria per raggiungere risultati soddisfacenti: "Applico quello che ho studiato a quello che faccio per circa il cinquanta percento di quello che senti. Il resto è sperimentazione spontanea e intuizione."

Questo approccio particolarmente libero, non-pianificato alla ricerca musicale si sente eccome, in EARS: innanzitutto nella varietà delle composizioni, in cui è difficile che un suono si ripeta uguale a sé stesso per troppo tempo. Poi, in maniera più subdola, nell'approccio con il quale la natura stessa viene sonorizzata: "Uso registrazioni ambientali, anche se potrebbe non essere palese. Le faccio con un iPhone, ma non le inserisco nei pezzi così come sono." I file audio passano poi per un processo di sintesi granulare: i "grani" del suono, micro-misure dalla durata di qualche millisecondo, vengono modificati e gestiti come un unicum, andando a creare nuvole sonore, dense o sottili a piacimento.

E così, ancora, il naturale incontra l'artificiale in un processo di arricchimento reciproco. Un synth può quindi assomigliare al verso del tordo di Swainson, uno degli uccelli tipici di Orcas ("Wetlands"); oppure può ribaltare la prospettiva di partenza, adottando paesaggi artificiali come fonte: "Ad essere onesta, la natura è solo metà della questione… trovo affascinante e vitale anche la meccanicità del suono. Provo a trovare ispirazione da qualsiasi ambiente in cui mi trovi, come se fosse una pratica quotidiana da svolgere indipendentemente dal mio posto del mondo. È divertente obbligarsi a cercare qualcosa che ti colpisca, soprattutto se un giorno lo trovi in una macchina che ti passa di fronte nel bel mezzo di New York e il giorno dopo sei nelle Alpi Svizzere."

Quando le chiedo come e se si sta adattando alle attenzioni che ormai riceve da qualche tempo, Kaitlyn mi parla solo di "apprezzamento" e "gratitudine": sono le ultime due parole che pronuncia, a parte i saluti finali. Parlare di un'artista usando termini simili come chiave di lettura della sua persona può suonare scontato, ma credo che nel caso della Smith non ci sia niente di male nel farlo. La sua musica nasce e vive grazie a continui incontri: con le persone che l'hanno direzionata nelle sue ricerche artistiche, con gli ambienti che registra e rilavora per crearne di nuovi, con le orecchie di chi la ascolta dal vivo. E il risultato migliore possibile a livello emotivo, in tutti e tre i casi, è proprio l'apparizione di quelle due emozioni.

Segui Elia su Twitter: @elia_alovisi