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Cosa indossano i vegani d'inverno al posto della lana?

La biotecnologia sta compiendo passi da gigante nel settore tessile per consentire ai vegani di restare al calduccio anche d'inverno.

Essendo cresciuta nella periferia di Chicago, Leanne Mai-ly Hilgart ha imparato già in tenera età come possano essere brutali gli inverni da quelle parti. Così, quando, nel 2008, ha lanciato la sua linea di moda vegan, Vaute, sapeva che il suo abbigliamento outdoor doveva essere non solo cruelty free ed elegante: ma sopratutto doveva tenere caldo.

"È davvero difficile trovare un cappotto invernale realizzato con fibre animali sia bello che caldo, ma trovare qualcosa che rispetti anche i principi vegan è impossibile" mi ha raccontato Hilgart nella sua boutique del Lower East Side di New York. "Ho capito che potevo usare tessuti ad alta tecnologia e combinarli in modo che somigliassero ad un cappotto più caldo della lana."

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Ci sono vegani che sono rigorosi solamente riguardo al cibo, altri, invece, estendono il principio del non danneggiare gli animali a più ambiti possibile della loro vita, abbigliamento compreso. La lana, le piume d'oca, le pellicce, il cuoio e il camoscio sono tutti off-limits (sì, persino quello della lana spesso è un business piuttosto scorretto), il che lascia libere poche opzioni guardando ai tessuti tradizionali.

Uno dei modelli di Hilgart, un giaccone invernale vegan. Immagine: Vaute

Tuttavia, i designer come la Hilgart hanno uniti le forze con chi svolge ricerca nel settore delle biotecnologie per sviluppare nuovi tessuti adatti non solamente ai vegani, ma a chiunque desideri degli abiti che tengano caldo. Questi tessuti futuristici sono altrettanto caldi, forti e durevoli dei tessuti tradizionali—a volte, riescono persino a superare le loro prestazioni—oltre ad essere eco-friendly, sostenibili e, ebbene sì, vegan.

Forse non sorprende che alcuni dei leader in questo settore siano i marchi specializzati nell'abbigliamento per outdoor, come Patagonia o North Face, che offrono da anni alternative vegan.

"Chi acquista abbigliamento outdoor ha una mentalità ambientalista e valuta le prestazioni dei prodotti," mi ha spiegato Daniel Meyer, business developer presso Spiber, una startup giapponese che crea filamenti sintetici che riproducono la seta dei ragni—una delle fibre più resistenti del pianeta. A dispetto di quello che si potrebbe credere, non è realizzata sfruttando dei ragni, ma avvalendosi di microrganismi geneticamente modificati.

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Ho parlato con Meyer in occasione del debutto negli Stati Uniti della collaborazione di Spiber con North Face Japan: un parka invernale composto da seta di ragno sintetica, soprannominato "moon parka." Finora, ne esiste solo un prototipo esposto in un negozio di North Face sulla Fifth Avenue di New York, pensato come esempio di cosa può essere ottenuto combinando la moda con le biotecnologie.

Un avventore scatta una foto del moon parka alla sua presentazione negli Stati Uniti. Immagine per gentile concessione di The North Face

La seta di ragno sintetica non è solamente vegana—a meno che non si tenga conto dei microrganismi utilizzati per produrla—ma anche più sostenibile, dal momento che la lavorazione avviene in un laboratorio e non comporta lo sfruttamento del petrolio o di animali che contribuiscono all'effetto serra. Eppure, non è l'unico indumento futuristico animal friendly disponibile sul mercato.

Mentre visitavamo il suo negozio, la Hilgart mi ha raccontato come utilizza una serie di materiali high-tech per realizzare il suo abbigliamento invernale. Ci sono i suoi cappotti button-down, che combinano un materiale organico e impermeabile di cotone pesante con PrimaLoft, un'alternativa alle piume d'oca sviluppata originariamente per l'esercito per ottenere un tessuto isolante che resta caldo anche quando è bagnato. Anche se il tessuto di fustagno non è una novità, la versione organica resistente all'acqua di Hilgart è una sua innovazione.

"Mi sono detta 'voglio realizzare questa cosa, come faccio?' Un laboratorio con cui abbiamo lavorato era in grado di ottenerla," mi ha raccontato. "Sono proprio super-nerd su queste cose. Anche se formalmente sarei un imprenditrice, vedo il mio lavoro più come un'occasione per sperimentare e inventare cose nuove con i tessuti."

La Hilgart non ha ancora avuto modo di mettere ufficialmente alla prova i suoi vestiti, ma mi ha raccontato che dei suoi clienti sostengono che i suoi capi vegan tengono al caldo anche a temperature di -20 gradi Fahrenheit (circa -29 gradi Celsius.)

Anche se al momento si tratta di un un mercato ancora apparentemente di nicchia, sia la Hilgart che Meyer sono convinti che i loro tessuti, un giorno, potrebbero prendere il posto dei tessuti dominanti sul mercato. Al momento, però, un moon parka della Spiber costa 1.000 dollari (circa 956 euro) mentre i cappotti di Vaute si aggirano sui 300-500 dollari (287-478 euro), i costi di produzione sono ancora un po' troppo alti.

Ma una volta prodotti su scala maggiore, questi tessuti sintetici diventeranno più accessibili, rendendoli attraenti anche per un pubblico più vasto. In un futuro prossimo, la vostra giacca preferita potrebbe essere vegan senza che ve ne accorgiate.