Fotografia di Daniel Shea.

La brutale corrida del nuovo album di Arca

Arca è tornato con la sua opera al contempo più violenta e pacifica, un'esplorazione di sé tra estasi e dolore in forma elettronica.

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12 aprile 2017, 12:23pm

Fotografia di Daniel Shea.


Nessuno sa con certezza quanti matador sono rimasti uccisi nelle arene. La statistica più citata riporta una cifra relativamente esigua: 52 negli ultimi 300 anni. Alexander Fiske-Harrison, autore di un importante libro sulla pratica della tauromachia, Into the Arena, nota però che esiste un libro di storia in quattro volumi, intitolato Vittime della Tauromachia, in cui si dettagliando esaustivamente gli eventi più fatali avvenuti nelle arene a prtire dal 1700. Stando a quel libro, la cifra minima di fatalità si aggira attorno a 533. Senza contare le morti di matador amatoriali durante eventi non ufficiali. Ognuna di queste morti è stata orribile, brutale—causata dalle corna o dagli zoccoli di un animale di una tonnellata circa. È difficile relazionarsi con fatti simili, ma bisogna sempre ricordarsi che nella tauromachia tradizionale, anche una corrida di successo termina con una morte. Quella del toro. 

La prima scena del video di "Reverie", uno dei singoli tratti dal nuovo album di Alejandro Ghersi, in arte Arca, ha come protagonista la manica strappata della giacca cerimoniale di un matador. È lacerata, lì lì per staccarsi definitivamente, o per il troppo uso o come testimonianza di una colluttazione. Il video si apre con un primo piano della manica, mentre degli inquietanti archi di synth si piegano attorno a una parte vocale senza parole; la camera comincia poi ad allontanarsi e rivela che il matador è Arca stesso (in buona forma, tra l'altro, considerato il danno sartoriale da cui abbiamo cominciato). Ma non finisce qua. Quando la canzone raggiunge il suo climax, cacofonico e disorientante, scopriamo che Arca è attaccato a un'approssimazione metallica delle gambe di un toro, su cui balla come fossero tacchi, su cui si e grida terrorizzato non appena un corno di metallo gli emerge dal bacino. Arca si spalma il suo sangue suo corpo in un gesto al contempo sensuale e preso dal panico. Apparentemente, si è appena reso conto che è sia autore che soggetto del proprio dolore. 



Il video è un'analogia appropriata per la maggior parte della musica che Ghersi ha pubblicato a nome Arca. Partendo dai rap shiftati e gli sguazzi metallici dei suoi Stretch EP fino alla stimolante bellezza dei suoi due album, Xen e Mutant, Arca si è progressivamente spostato verso suoni sia feroci che feriti. Se usa un dolce crescendo d'archi, lo fa enfatizzandolo on un synth che suona più o meno come dei cuscinetti a sfera buttati da una scalinata piena di gente—trovando un equilibrio tra tenerezza e terrore. Ecco: il suo nuovo album, Arca, è qualcosa di diverso. La maggior parte dei suoi dodici brani mette in primo piano il suo cantato spagnolo. La voce di Arca è apparsa su quasi tutte le sue pubblicazioni (anche straziata e modificata, magari), ma questo nuovo album rappresenta la prima istanza in cui ha scelto di renderla protagonista sotto forma di un cantato diretto—un atto che descrive in termini piuttosto orripilanti. "Ecco la mia voce e tutte le mie interiora: sentitevi liberi di giudicarli," ha scritto in un comunicato stampa. "È come una corrida: state guardando una violenza emotiva per ottenerne piacere. Volete sangue? Eccovi il sangue."

Le prime parole che Ghersi pronuncia sul disco—"Quitame la piel de ayer", o "Toglimi la pelle di ieri"—sono deliberatamente ambigue. Possono rappresentare un metaforico nuovo inizio come una fine terrificante, collassano la distanza semantica tra amore e violenza. Sono parole inquiete e crude—a cui poi se ne uniscono altre ancora, con Arca che offre la sua bocca all'ascoltatore, mostra la sua carne viva mentre archi e sintetizzatori gli crescono sinistramente attorno. Il suo è un falsetto versatile che sfarfalla tra due modalità: l'innamorato-che-confessa-segreti e il-soprano-sotto-le-luci-dei-riflettori. Da "Reverie" fino alla fine dell'album, tutto si fa solo più brutale. 

La copertina di "Arca."

Il passaggio più potente dell'album si apre con una delle strumentali dai titoli feroci che compaiono sull'album, un collage di fruscii e schiocchi intitolato "Whip", "Frusta" (un altro si chiama "Castration"). Fa venire la pelle d'oca di per sé, ma è ancora più efficace se accoppiato alla sirena da raid aereo che apre la traccia successiva, "Desafío." Proprio quando il suo suono sta per farsi troppo pesante per essere sopportabile, la voce di Ghersi compare nel mix—insieme a un lavoro di synth che suona mastodontico come le sue produzioni per Björk, FKA twigs, e Kanye West. È una delle canzoni più semplicemente belle che Arca ha mai scritto—un suono pacifico che emerge dal caos. Ma proprio quando l'ascoltatore pensa di essere riuscito a fuggire, lui canta uno dei versi più traumatizzanti dell'album: "Ámame y átame y dególlome / Búscame y penétrame y devórame"—"Amami, legami e tagliami la gola / Cercami, penetrami e divorami."

Ascoltare Arca è un'esperienza sgradevole—e Ghersi stesso lo riconosce nel comunicato stampa di cui sopra. Chiama il personaggio che interpreta "quasi" una parodia della transazione tra artista e ascoltatore, di come si spinga in un profondo scomodo e doloroso, verso l'auto-mutilazione." Tutti i suoi dischi sono sempre sembrati l'equivalente sonoro dell'annerirsi di un livido. Ma mettendo la sua voce al centro, Arca mette un viso umano al caos—un viso che esprime vero amore, vera rabbia e vero dolore, li incornicia in una forma umana e le butta addosso ogni cosa. Come una corrida finita in tragedia, è qualcosa di difficile da guardare—e ancora più difficile da non guardare.


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