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L'antropologo che ha vissuto per un anno nel "fortino della droga" al centro di Milano

Lo stabile di viale Bligny 42, a 15 minuti di tram dal Duomo, è conosciuto più che altro come "fortino della droga". L'antropologo Andrea Staid ha trascorso nel palazzo un anno e mezzo, per studiare da vicino il fenomeno della marginalità urbana.

di Antonella Di Biase
21 marzo 2016, 8:49am

Lo stabile di viale Bligny 42 è nel centro di Milano, o comunque all'interno della circonvallazione che ne delimita il perimetro, anche se di pochi passi. Si trova a 15 minuti di tram dal Duomo e a esattamente 500 metri dall'università Bocconi, e anche per questo è sicuramente un luogo contraddittorio: un casermone decadente, frequentato da persone con le fisionomie più diverse—di cui molte ti chiedono se ti serve del fumo o della coca—e palesemente più disagiate di quelle che vivono nei dintorni.

È un posto di cui la cronaca locale parla spesso, soprattutto in occasione delle periodiche retate della polizia contro gli spacciatori, le prostitute e i migranti clandestini che lo abitano. Da una parte della stampa, è stato ribattezzato il fortino della droga.

In quel pezzo di periferia condensata che si trova in un quartiere centrale quasi per caso, l'antropologo Andrea Staid ha individuato il case study ideale per osservare da vicino il fenomeno della marginalità urbana. Staid ha infatti trascorso tra le mura di viale Bligny 42 più di un anno, dalla primavera del 2012 fino alla fine dell'estate 2013, cercando l'incontro e il dialogo orizzontale con chi vive nel palazzo e nei dintorni. Da questa esperienza è nato un libro—arrivato ora alla quarta ristampa, e intitolato I dannati della metropoli—che dà voce agli spacciatori che trafficano fumo su e giù per le scale, ai lavoratori clandestini, e ai residenti italiani .

L'obiettivo di Staid era quello di esplorare il lato inedito e quotidiano di un luogo multiculturale, noto ai più soltanto per i fatti di cronaca che lo hanno contraddistinto, e il suo studio, che si può definire a tutti gli effetti etnografico, rappresenta una panoramica sulla vita dei migranti con un focus su quelli che scelgono di intraprendere la strada dell'illegalità. Per capire come sia arrivato a questa esperienza e cosa ne abbia tratto, l'ho incontrato e gli ho fatto qualche domanda.

L'interno di Bligny 42. Tutte le foto di Gianmarco Rossi Montecuccoli.

"Sono convinto che l'antropologia," mi spiega, "sia uno strumento che non deve restare confinato alle mura accademiche. L'obiettivo fondamentale di questo mio lavoro sulla micro-criminalità migrante è quello di comprendere come e perché si sceglie di delinquere." Così, partendo dal viaggio dei migranti, e toccando i temi del CIE e del carcere come luoghi di passaggio per chi arriva clandestinamente in Italia o finisce per delinquere, Staid ha dedicato parte della sua ricerca a Milano, città in cui vive e che ospita lo stabile di Bligny 42.

Fin da subito, il suo intento è stato quello di ricostruire la realtà del luogo—al di là dell'immagine trasmessa dalla stampa—attraverso contatti diretti con gli inquilini. "Ho conosciuto una inquilina del palazzo che aveva buoni rapporti con molti dei migranti che vivono lì," racconta. "Me li ha presentati, e io con pazienza ho lavorato per costruire dei legami di fiducia. Non mi sono mai finto cliente e non ho mai nascosto registratori. Mi sono raccontato, ho fatto domande, ho conversato e ascoltato."

Il fenomeno della marginalità urbana, che oggi rende il palazzo il luogo ideale per uno studio come quello di Staid, ne ha contrassegnato la storia fin dalle origini: Bligny 42 è da sempre il luogo in cui trovano rifugio le persone che non possono permettersi di meglio, e non hanno problemi con gli spazi vitali ridotti e la convivenza forzata. La struttura, infatti, è stata costruita alla fine dell'Ottocento per ospitare gli operai di una fabbrica nelle vicinanze, e dopo numerose ristrutturazioni andate di pari passo con le ondate migratorie, oggi è formata da 220 appartamenti da 20-22 metri quadri distribuiti su due edifici paralleli di cinque piani, separati da un cortile.

"Già nei primi del Novecento lo stabile era abitato dal sottoproletariato urbano," aggiunge l'antropologo. "Negli anni Cinquanta sono arrivati i lavoratori dal Sud Italia, oggi essenzialmente ci vivono studenti con pochi soldi, migranti, e meridionali che sono rimasti lì dagli anni Sessanta e per un motivo o per l'altro non hanno più cambiato casa."

È stato verso la fine di quel decennio, con l'arrivo dei primi migranti dall'estero, che agli occhi dei milanesi Bligny 42 è diventato l'alveare di attività illegali che è oggi, e che ha guadagnato il soprannome dispregiativo "El Camerùn". Ma tra le mura decadenti del palazzo sono passate anche Avanguardia operaia, i contrabbandieri della ligera milanese e una presunta cellula di Al-Qaeda.

"Al momento ci abitano più di 700 persone, ma gli spacciatori sono al massimo 15," continua Staid. "Molte volte si è parlato male di Bligny 42 per alimentare lo spauracchio della paura degli immigrati. È sicuramente un luogo singolare, ma non è l'inferno che vogliono far credere. La maggior parte delle persone che ci vivono si spacca la schiena dalla mattina alla sera. Sono migranti che lavorano in nero per pochi soldi, e che probabilmente non riusciranno mai a regolarizzare la loro posizione. Poi ovvio, c'è lo spaccio, ci sono le prostitute e i transessuali, ma non c'è solo quello. Più che fortino della droga ci piace chiamarlo condominio mondo."

L'aspetto interessante di questo posto è che, a parte le retate periodiche, gli spacciatori continuano a portare avanti la loro piccola economia relativamente indisturbati. Gli inquilini convivono con tutte le attività dei loro vicini, e anche se a volte si lamentano del vai e vieni notturno e delle liti furiose in lingue sconosciute, sembrano averci fatto l'abitudine. "Una volta che capiscono che abiti qui non ti chiedono neanche più se vuoi comprare sostanze strane, ti salutano e basta. Il problema è che c'è sempre casino, non si riesce a fare la raccolta differenziata, non c'è il citofono, ma alla fine è troppo bello entrare e vedere gente che arriva da tutto il mondo, sentire tutti questi odori e questa musica, io ci sto bene qua," racconta per esempio un'inquilina italiana nel libro.

Per quanto colorato e multiculturale, il condominio mondo di Bligny 42 è prima di tutto un luogo che rappresenta appieno tutte le contraddizioni della convivenza tra ciò che Staid definisce la città legittima e la città illegittima. Tutti a Milano sanno cosa accade dentro lo stabile, ma da parte delle autorità non sembra esserci una vera volontà di porre fine ai traffici o di sgomberare i migranti illegali accampati nelle mansarde e nei micro-appartamenti. In pratica, se da un lato il palazzo di viale Bligny alimenta il dibattito sul degrado e sul problema della microcriminalità nella città di Milano, dall'altro continua a esistere alla luce del sole.

"La polizia sa benissimo cosa succede lì dentro, ma se c'è una base di spaccio in centro è perché è comoda," racconta Staid. "Chi si va a rifornire lì è la città bene, dagli studenti della Bocconi ai professionisti che fanno uso di droghe. La città legittima e la città illegittima in Bligny 42 si confondono: i cittadini comuni si scandalizzano perché lì accadono cose che dovrebbero rimanere nascoste, che non devono far parte della loro normalità, ma in realtà molti di loro contribuiscono ad alimentare il meccanismo."

Uno dei casi più noti dell'interesse pubblico per Bligny 42 è quello di Matteo Salvini, che ha acquistato una mansarda nello stabile nel 2012 per avere "una finestra sul degrado," approfittando nel frattempo dei prezzi vantaggiosi—gli appartamenti di viale Bligny 42, al metro quadro, costano circa un sesto rispetto a quelli dei palazzi vicini. Da allora, Salvini ha cavalcato più volte l'onda mediatica richiamando pubblicamente l'attenzione della Questura e del Prefetto sulle attività illecite dello stabile, ma senza grandi risultati.

Il micromondo di viale Bligny, dopo tutto, è lo specchio di una realtà molto più estesa. Se è vero che alcuni migranti scelgono la vita illegale, spiega Staid, è anche vero che sembra esserci un intento ben preciso di creare marginalità dall'alto. "Se tutti i migranti che lavorano avessero pari diritti rispetto ai cittadini, copertura sindacale, sanitaria e accesso ai fondi pensionistici, la nostra economia in crisi crollerebbe. Quella di non legalizzare la loro posizione è una scelta consapevole di sfruttamento."

È proprio questo scenario, in cui la città legittima e la città illegittima si alimentano in un rapporto dialettico, il risultato della ricerca di Staid sulla marginalità urbana. Se da una parte ci sono i migranti che scelgono la microcriminalità, dall'altra ci sono interi settori economici che approfittano della posizione subordinata in cui si trovano i clandestini. "Considerando che il rischio di finire in carcere è lo stesso, sia per chi decide di delinquere sia per chi invece decide di lavorare per un salario da fame, la scelta di delinquere apparentemente è la più razionale. Dopo tutti questi anni di ricerca non mi stupisce chi esce dallo stretto confine della legalità, mi stupiscono molto di più tutti quei migranti (la maggior parte) che decidono di lavorare onestamente," conclude Staid.

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