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#Campaign4Change

Olimpia Zagnoli ci ha spiegato perché la semplicità è la cosa più importante

Abbiamo chiacchierato con Olimpia della sua infanzia, della sua passione per l'architettura e del perché ama così tanto Milano.

di Add more color to the world
23 giugno 2015, 9:59am

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Questo post fa parte della nostra serie #Campaign4Change.

Olimpia è forse la più nota illustratrice italiana contemporanea. Le sue collaborazioni vanno da Feltrinelli, a Internazionale, al New York Times. Il suo stile "bold", come lo definisce lei stessa, è riconoscibilissimo e molto amato. Ed è proprio per il suo stile colorato e genialmente semplice che l'abbiamo fatta ambassador della campagna Add More Colors To The World.

L'abbiamo raggiunta per sapere di più su come si allenano l'occhio e la mano.

VICE: Ci racconti un po' della tua infanzia?
Olimpia Zagnoli: Sono nata a Reggio Emilia, e ho fatto l'asilo lì: era un asilo pubblico in cui i bambini facevano anche attività a contatto con la natura e con la materia. Per cui c'era una visione del mondo a 360 gradi, uno sviluppo di tutti i sensi. La ricordo come un'esperienza molto creativa e formativa. Anche il fatto che mia madre fosse una pittrice e mio padre un fotografo ha fatto tanto nel mettermi davanti a esperienze estetiche fin da piccola.

Poi vi siete trasferiti a Milano, che è notoriamente una città difficile. Come è andato l'ambientamento?
È stato un vero e proprio impatto con la metropoli. Sono gli anni in cui sono venuta in contatto con la scena punk rock. Ho avuto diversi input sia musicali sia visivi—fanzine, magliette, locali, divise, tutto questo immaginario che io ho tradotto anche nei miei lavori successivi. Durante gli anni del liceo classico disegnavo tutto il tempo ma qualcosa l'ho assorbito—soprattutto la cultura greca, che poi è tornata nei miei lavori.

Avendo io disegnato ininterrottamente per tutto questo periodo la cosa più sensata da fare è stata un corso di illustrazione allo IED. È stata proprio una mia scelta naturale, sono sempre stata grafomane, disegnavo su tutto da quando ero bimba: sui muri, sui libri di mia mamma, poi sui banchi. Durante i tre anni di corso di illustrazione allo IED ho messo disciplina nel caos di fogli e foglietti che avevo e ho iniziato a considerare che di questa passione potevo fare una professione.

Alla fine ho iniziato a guardarmi attorno, è stato forse il periodo peggiore: si cerca, si gira, si chiama, si mandano le mail e nessuno risponde. Perciò ho deciso che avevo bisogno di cambiare aria e sono andata a New York nel 2008. Da lì ho cominciato ad avere qualche cliente in America, e di conseguenza quando sono tornata in Italia è stato più facile inserirmi in determinati circuiti editoriali e ho cominciato a lavorare veramente.

Olimpia ha colorato per noi l'illustrazione che ha realizzato per la room di Ray Ban presso il teatro Franco Parenti nel corso dell'Elita Design Week Festival. In quell'occasione, erano i visitatori a poter colorare l'artwork come preferivano.

Ricordi forme precise o cose che facevi quando eri piccola?
Riguardando i miei disegni, il mio modo è cambiato ma non è poi così diverso. Ci sono già enormi primi piani, inquadrature molto vicine, difficilmente paesaggi o strutture articolate, mentre amavo fare persone con capelli molto divertenti—che faccio ancora adesso. Poi c'è una figura che mi fa molto ridere che è questo estra-terestre che all'epoca scrivevo così, una sorta di robottino verde ma non si capisce bene cosa sia.

Un'altra cosa che ritrovo nei miei lavori di adesso è che modifico mille volte quello che sto facendo: disegno una linea 50 volte, ricomincio, cambio i colori. I disegni di quando ero piccola sono pieni di scrittine o sbaiato.

Ti ricordi qualche libro, qualche immagine che ti ha colpito negli anni della formazione?
Ci sono stati i libri di Munari, ma anche libri più tradizionalmente per bambini come quelli di Richard Scarry che hanno tutti questi animaletti che fanno cose del quotidiano, e sono pieni di oggettini. Al di là dell'editoria per l'infanzia, l'architettura mi ha sempre affascinata. Anche i libri di fotografia che avevo a disposizione mi piacevano, ci sono tante cose di Man Ray che vedevo all'epoca che non sono certamente per bambini, ma che rivedo nei miei lavori. Mi piace pensare che i bambini in realtà siano molto più intelligenti di quanto non si creda, e che molti prodotti che vengono ritenuti per adulti siano molto interessanti e anche di stimolo per loro.

Quando hai deciso che sarebbe stata l'illustrazione il mezzo con cui ti esprimevi? Molti artisti ci passano ma la abbandonano, e comunque non conservano la tua semplicità.
Sono approdata all'illustrazione molto naturalmente, forse proprio perché mi piacevano tanto i libri e mi sarebbe piaciuto diventare una di quelle che creavano le immagini che poi sarebbero state stampate sui libri. Un altro elemento che mi affascinava era che l'illustrazione è tutto sommato un lavoro commerciale, e mi avrebbe dato la possibilità di essere indipendente. Poi a me è sempre piaciuto fare cose molto più semplici rispetto all'arte pura: decorare i libri, fare le cornici, la grafica per una maglietta, disegnare su un astuccio—l'illustrazione è la professione più simile a quello che facevo tutto il giorno.

Molti illustratori passano attraverso i fumetti, tu invece non hai avuto quella fase. Come mai?
Non ho mai avuto una grossa passione per il fumetto crescendo, e quindi non ho neanche mai pensato di sviluppare questa disciplina. Poi, la serialità non mi ha mai affascinato perché sono sempre stata molto pigra, non mi andava di fare 200 pagine con gli stessi personaggi.

Quando lavori per le riviste, ti arriverà un articolo, una storia, un concetto e tu devi rappresentarlo. Come fai a passare dalla complessità di un concetto all'essenzialità di un'immagine?
L'illustrazione è un lavoro di sintesi, ed è anche un esercizio di problem solving editoriale. Arriva un testo spesso complesso, di un argomento di cui magari so pochissimo, e bisogna in qualche modo trovare una chiave di lettura che possa funzionare. Inoltre, si deve trovare il modo per raccontare una storia aggirando i propri limiti tecnici.

Nel mio percorso la chiave di tutto è stata la sintesi: la semplicità delle forme e dei colori è la base del mio stile. Quando uno comincia ha in testa un sacco di riferimenti, di altri illustratori, grafici, artisti, e vorrebbe inserire tutte le cose che gli piacciono, motivo per il quale le immagini che si fanno all'inizio sono spesso ridondanti, didascaliche. Il mio percorso è stato di "levare" e fregarmene se volevo inserire una cosa che per me era importante e ridurre il tutto agli elementi base, appunto linee forme e colori.

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Quando guardi i tuoi lavori cosa vedi?
L'elemento principale è il colore, da lì si parte per creare le forme, le silhouette e le linee. Per me è molto importante riuscire a raccontare una storia accostando solo due o tre colori. L'importante è dare un impatto emozionale—per questo il mio stile, se dovessi descriverlo come dicono gli americani, sarebbe "bold", cioè qualcosa di molto pop, colorato, d'impatto.

Mi piace raccontare le storie di personaggi che non per forza vediamo per le strade o nelle pubblicità: donne molto morbide con acconciature particolari e accessori buffi, pattern interessanti. Mi piacerebbe vedere queste persone e questi pattern nel mondo di tutti i giorni. Tante volte mi sembra che la gente intorno a me abbia molta paura di osare e indossare un colore diverso dagli altri, che ci sia una paura nei confronti dei colori e delle forme—della diversità, sostanzialmente. Secondo me è un privilegio avere l'opportunità di creare un mondo parallelo attraverso i disegni.

La semplicità delle tue illustrazioni ti aiuta a considerare magari solo l'essenziale senza metterti a giudicare tutto?
Da un certo punto di vista è molto positivo perché non vedo le brutte cose o faccio finta di non vederle, e mi concentro invece su elementi che per me sono molto interessanti—dal palazzo all'ultimo piano pieno di piante, la porta colorata di un edificio, la maglia di una persona che cammina, le scarpe colorate di un'altra persona, il cane buffo, questo genere di cose che diventano anche parte del mio mondo per quanto poi siano parte della realtà e del mondo di tutti.

Forse questo lavoro un po' ti condanna ad avere una visione estremamente estetica—è una condanna da un certo punto di vista, però credo che sia un buon esercizio quotidiano vedere le cose belle che ci circondano.

Forse ti dà una maggiore libertà di giudizio, perché parti a giudicare da un piano estetico invece che di giudizio "morale" precostituito.
Non è sempre una cosa positiva, a volta si tralasciano questioni etiche, sociali, o di contenuto. Che è il motivo per cui alcuni illustratori e artisti rischiano di diventare personalità isolate dalla società, che guardano il mondo tramite le loro lenti e lo giudicano pensando a cosa è bello o importante esclusivamente per loro stessi. Forse l'illustrazione, però, essendo in qualche modo un'arte minore crea meno aspettativa, sento meno il peso della mia individualità.

Il mondo in cui lavori tu, le riviste per esempio, ti costringe ad avere a che fare con questioni di tutti i giorni, per cui il tuo lavoro di illustratrice è importante.
Diciamo che l'illustrazione mi permette di avere entrambe le cose. Vivere in questa sorta bolla in cui sono circondata dai i miei colori, i miei riferimenti, ma anche confrontarmi con il mondo esterno, i miei clienti, la società.

Mi vuoi parlare di Burro, il tuo studio, e di cosa invece fai quando vuoi staccare?
Nel mio studio ci sono altre tre persone che fanno un lavoro del tutto diverso dal mio. E credo che sia molto bello e molto sano perché ti fa prendere distanza di quello che fai. Mi spaventava tanto all'inizio perché pensavo di non potermi concentrare fuori casa, in realtà si è rivelata una scelta molto sana.

Quando stacco mi piace pensare ai miei progetti personali, mi piace tanto stare da sola a casa a scrivere sul mio sketchbook, sfogliare i libri, visitare musei. Il mio tempo di svago ideale è solitario, ma ho anche una vita normale, vado a bere una birra con gli amici, passeggio nel parco. Il mio vero momento di ricarica però è poter stare sola a pensare ai miei progetti futuri.

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Come mai scegli di stare a Milano nonostante tu abbia la possibilità con il tuo lavoro di stare da qualunque parte del mondo?
A parte le questioni affettive, una cosa che mi piace molto di Milano è che più vado avanti, più scopro connessioni tra il mio lavoro e la città. È una città che per molti anni ho detestato perché mi pareva che fosse noiosa e non desse nessuna possibilità, invece adesso mi piace ogni giorno di più e tante scelte che ho fatto inconsciamente sono legate alla città. Penso a tutti gli architetti, designer, illustratori che hanno vissuto qua dagli anni Quaranta ad oggi, e vedere dove queste persone avevano il loro studio, i giardini, capire che magari è una città che non si svela subito ma ci vuole un po' di tempo—mi affascina molto.

Quali sono le tue zone preferite, gli edifici o i parchi davanti a cui ti piace passare?
Milano è una città tutto sommato piccola, in cui posso muovermi come voglio e mi fornisce uno stile di vita che in altre città come New York non potrei avere.

Mi piace tantissimo la zona di Parco Palestro, il Planetario, Villa Necchi, Casa Boschi di Stefano, mi piace Città Studi, la Triennale. È interessante perché ci sono ville molto discrete che lasciano immaginare cose incredibili, interni e cortili che in realtà non si vedono ma si intuiscono soltanto. Come Villa Invernizzi, si sa che ci vivono dei fenicotteri, ma non sempre si vedono, e se si mostrano è un segno di buona fortuna.

Quando vai in giro cosa guardi?
Ci son dei giorni in cui decido di passeggiare per Milano, e allora scelgo una zona e vado in giro in cerca di dettagli, di portoni e numeri civici da fotografare, dettagli nel marmo o nella cancellata. Sono 26 anni che vivo qua ma ci sono un sacco di quartieri che non conosco per niente, è sempre una scoperta.

Ci avviciniamo così al tuo claim, che riguarda il fatto di guardare la realtà con occhi diversi. Mentre molte parti di Milano passano spesso inosservate anche ai suoi stessi abitanti.
La gente esce di casa e non si guarda intorno: credo sia la mancanza di curiosità la causa del disamore verso la città. C'è sempre troppa poca gente nei musei, e sarebbe molto bello invece se la gente cominciasse a chiedersi perché viva qua, perché abbia scelto di rimanere, e cominciasse a notare le cose, piccole anche. Penso che la gente guardi ma non osservi.

Come mai hai scelto come tua frase rappresentativa "Guarda il mondo attraverso un caleidoscopio"?
Il caleidoscopio è uno strumento che ci aiuta a vedere quello che ci circonda attraverso uno o più filtri colorati. Il risultato è la stessa cosa che vedevamo prima, ma attraverso il caleidoscopio ne cogliamo aspetti più affascinanti, colorati, onirici, ci sembra per un secondo di vivere in una realtà parallela. Sarebbe un bell'esercizio cercare di vedere la realtà attraverso un caleidoscopio pur non avendone uno in mano—cercare di cogliere l'aspetto interessante di una piastrella, un cortile, un vestito. Senza avere un filtro colorato davanti agli occhi, ma tramite la propria immaginazione.

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