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stili di gioco

Lui, Ibra

Zlatan Ibrahimović non ci tiene a entrare nel tuo cuore e fa di tutto perché sia impossibile immedesimarsi in lui.
30.7.12

In una visione distopica della società come organismo ingiusto, fondato sui privilegi di pochi e i sacrifici di molti, Ibrahimović rappresenta l'irriducibilità dell'individuo di fronte a ogni spinta conformista. Una forza uguale e contraria a quella che tende ad assimilarci tutti all'interno di uno schema che ci è superiore e su cui nessuno di noi ha mai avuto voce in capitolo. Ibrahimović avrebbe potuto essere solo un coatto tutto-attitudine, ma il suo talento ha fatto sì che la società gli riconoscesse un ruolo speciale. L'esperienza al Barça è il cardine intorno al quale ruota la carriera di Ibrahimović, le sue colonne d'Ercole. Il Barcellona è "més que un club" e Zlatan è più di un uomo normale, e proprio per questo non sarà mai un uomo-squadra. Zlatan non è un buon esempio da indicare ai bambini, non rispetta né deve niente a nessuno, si prende quello che vuole guardandoti fisso negli occhi, senza fingere che grazie a lui la tua vita sarà migliore (a meno che non sia tu stesso a deciderlo), o viceversa. Zlatan non ci tiene a entrare nel tuo cuore e fa di tutto perché sia impossibile immedesimarsi in lui. Zlatan è Zlatan, e noi non siamo un cazzo. 

Quella che segue è una rielaborazione di due pezzi pubblicati all'inizio dell'anno su minimaetmoralia. Necessariamente, la conclusione è nuova.

1. IBRA E IL BARÇA: TRADIZIONE, ASSIMILAZIONE E LIBERTÀ 

Analizzare le ragioni che hanno portato alla rottura tra il Barcellona e Zlatan Ibrahimović significa tenere conto di due approcci al calcio completamente differenti: da una parte c'è un'idea di gioco in cui il tutto è più importante delle parti che lo compongono, l'intelligenza calcistica alla sua massima espressione; dall'altra un individuo eccezionale ma anche eccezionalmente individualista, con doti tecniche straordinarie e un culto della personalità ai limiti del superomismo, un calciatore così complicato che a volte sembra un tennista.

In quello che probabilmente è il libro di calcio più bello scritto in Italia, Il Barça, Sandro Modeo spiega così come si sia arrivati al Barcellona dei nostri giorni: "Lui [Guardiola] sembra aver prelevato da ognuno dei suoi allenatori un concetto o un segmento della propria orchestrazione: da Van Gaal la possibilità di contrarre/espandere lo spazio e il tempo, utilizzando ogni partizione di campo, fino a usare il portiere come 'sponda' finale dell'estrema distensione; dallo stesso Cruijff l'ossessione per la tecnica e le dinamiche affilate del tridente offensivo; da Robson l'attenzione incessante alla verticalità. In questo collage-forse anche facendo tesoro dello shock subito in campo ad Atene '94 [quando il Barcellona perse la finale di Champions League 4 a 0] contro il Milan-ha integrato la linea difensiva (con tanto di fuorigioco) e il pressing sistematico di Sacchi."

Quindi, attualizzando la lezione degli allenatori con cui in qualche modo è entrato in contatto all'interno di un calcio più atletico, e rendendo, come spiega Modeo più avanti, quasi indistinguibili le fasi di possesso palla e pressing, Guardiola ha ottenuto la squadra più forte del mondo e, forse, di sempre.

Ora, se si prende l'albero genealogico di Guardiola tracciato da Modeo, si noterà che Zlatan Ibrahimović ha litigato con tutti i nomi presenti in elenco (tranne Robson, con cui però non ha mai avuto a che fare). Lo racconta lui stesso nell'autobiografia Io, Ibra.

Durante un colloquio ai tempi in cui giocava nell'Ajax, dopo avergli spiegato i suoi schemi difensivi, Van Gaal gli disse: "Hai afferrato? Le capisci queste cose?" Ibrahimović racconta: "Tu puoi anche buttar giù dal letto ogni singolo giocatore alle tre di notte, dissi, e chiedere come devono difendere, e loro ti risponderanno anche dormendo che il nove corre qui e il dieci lì. Lo sappiamo, e sappiamo che sei stato tu a inventare questo sistema. Ma io mi sono allenato con Van Basten e lui pensa tutto il contrario. - Prego? - Van Basten dice che il numero nove deve risparmiare le sue energie per attaccare e fare gol, e detto sinceramente, ora io non so più a chi devo dare ascolto. A Van Basten, che è una leggenda, o a Van Gaal?, dissi, e sottolineai in particolare il nome Van Gaal, come se si trattasse di una qualche persona assolutamente insignificante." Ibra se ne vanta come se si trattasse di una bella risposta, ma l'errore logico è evidente: come si fa a confrontare un giocatore con un allenatore? Van Basten ha vinto tre volte il pallone d'oro, d'accordo, ma come allenatore il suo miglior risultato è stato un ottavo di finale ai mondiali in Germania del 2006; mentre Van Gaal, che non ha vinto niente come calciatore, da allenatore ha conquistato quattro campionati olandesi, due spagnoli, uno tedesco, una coppa Uefa, una Champions League, due supercoppe europee, e una Intercontinentale. Non esattamente una nullità.

Una logica, quella di Ibra, che lo lascia senza parole di fronte alle critiche di Joahn Cruijff, tre volte pallone d'oro come Van Basten che, più o meno nello stesso periodo, lo definì "dotato di una buona tecnica per un giocatore mediocre e una tecnica mediocre per un giocatore bravo." A lui ha fatto rispondere dall'agente italo-olandese di Ibrahimović, Mino Raiola, mandandolo all'inferno e dandogli del vecchio. Oltre a criticarne anche lui la fase difensiva, Cruijff indicava nella mentalità dello svedese il suo limite più grande e si congratulerà con lui solo al momento del passaggio dal Barcellona al Milan, per aver scelto di tornare in Serie A, un campionato più adatto a lui: trattandolo in sostanza come un attaccante di peso qualsiasi, utile in un calcio in cui la maggior parte delle squadre giocano di catenaccio e lanci lunghi. Cruijff ne ha sparate parecchie e non sempre ha colpito il centro del bersaglio ma, in questo caso, il suo parere non è troppo diverso da quello di Arrigo Sacchi.

Sacchi (che si svegliava di notte, in ritiro, gridando a dei difensori immaginari di fare la diagonale e ha abbandonato la panchina per il troppo stress) durante la parentesi lunga un anno di Zlatan a Barcellona ha espresso più volte ai media spagnoli, in veste di opinionista, i suoi giudizi non proprio positivi. Facendo di tutto una questione personale, Ibrahimović ha regolato i conti con Sacchi alla prima occasione. Dopo Milan-Auxerre di Champions League, in diretta su Premium Calcio, Sacchi fece una battuta piuttosto innocua, dicendo in sostanza che Ibra aveva segnato grazie esclusivamente al suo 47 di piede. Lui fa finta di non capire e attacca: "Sacchi sembra geloso, perché sta parlando troppo. Deve parlare di meno in televisione e anche ai giornali. Se lui vuole qualcosa deve venire da me e parlare." La battuta di Sacchi era sì innocua ma anche ingiusta, considerando che contro l'Auxerre il Milan aveva vinto grazie a una doppietta dello svedese, il primo di punta, ok (grazie comunque a un taglio sul primo palo in velocità), ma il secondo con un tiro a giro rasoterra abbastanza bello. Resta il fatto che Ibrahimović stava parlando al più grande allenatore italiano vivente e, per i suoi stessi tifosi, il simbolo dell'epoca d'oro in cui era il Milan la squadra più forte del mondo.

Con Guardiola, sappiamo tutti com'è andata a finire. L'acquisto più costoso mai effettuato dal Barcellona svenduto l'anno successivo. L'allenatore più talentuoso, che considerando l'età potrebbe un giorno diventare il più vincente di sempre, incapace di gestire uno svedese coatto. Della sua autobiografia si è parlato, a torto, quasi solo di questo: Ibrahimović che dopo aver preso a calci un armadietto di metallo grida a Guardiola: "Tu non hai le palle!"

Il paragrafo citato all'inizio, tratto dal libro di Sandro Modeo, arriva in realtà dopo 120 pagine in cui l'autore si è sforzato di ricapitolare la storia di quella tradizione chiamata Calcio Totale. Cominciata da uomini nati nell'Ottocento (Jack Reynolds) e tramandata attraverso squadre più o meno blasonate (Ajax, Liverpool, Barcellona, Milan ma anche Spartak Tranva e Dinamo Kiev), per Calcio Totale s'intende un'idea di gioco basata su possesso palla e movimenti organizzati, possibile solo con giocatori intelligenti e tecnici in grado di interpretare altrettanto bene le fasi di attacco e difesa e in cui le giocate dei singoli devono essere funzionali alla più generale cooperazione di squadra. Un calcio che non tollera lanci lunghi e cross dalla tre quarti e in cui persino i difensori sono chiamati a un virtuosismo di coordinazione difficile come il fuorigioco.

In questo senso Sacchi, Van Gaal e sopratutto Cruijff (ideale di calciatore "totale" e in seguito esportatore di questo tipo di tradizione a Barcellona) vanno pensati come tanti filosofi della stessa scuola e Guardiola come l'allievo in grado di superare i propri maestri. Scolaro perfetto come centrocampista centrale e adesso professore e preside di un'accademia del calcio con una storia lunga e prestigiosa.
Con Guardiola, come con gli altri, Ibrahimović sbagliava pensando di discutere con degli uomini come lui. Per bocca loro parlava una filosofia calcistica che non prevede giocatori come lui, in grado di esaltare il talento individuale, come succede con Messi, solo a patto che si sottometta alle sue regole.

Non è un caso se a interpretare al meglio un calcio che si considera superiore a qualsiasi individualità è una generazione cresciuta all'interno di questo stesso sistema dall'età di dodici anni.
Quella del Calcio Totale è una mentalità di gioco che influenza tutti gli aspetti della vita del calciatore fino a sfociare in una vera e propria pedagogia.

Tutti conoscono l'importanza per il Barcellona della propria Masía (o Cantera che dir si voglia): il college in cui far crescere insieme i ragazzi, facendoli allenare tutti i giorni ma solo dopo aver studiato, nel caso non dimostrino le qualità per diventare calciatori professionisti (perché, alla fine, questo è lo scopo). La Masía de Can Planas, con all'ingresso la scritta "Siamo attaccanti che difendono, siamo difensori che attaccano", è stata sostituita da un nuovo centro, Ciutat Esportiva Joan Gamper, grande dieci volte tanto e capace di ospitare 80 bambini giorno e notte. In questo passaggio, dalla vecchia struttura al nuovo centro dove i bambini si alleneranno insieme a ottocento atleti di tutte le squadre della polisportiva, ci sono le due facce del Barça: agriturismo biologico catalano e Multinazionale, l'Oxford del calcio e la fabbrica di giocatori, l'Unicef e la Qatar Foundation.

Ibrahimović, per più di un motivo, rappresenta quanto di più lontano da un giocatore uscito dalla Cantera catalana, per questo quando si mette a parlare del Barcellona la sua autobiografia prende i contorni di un romanzo di fantascienza, col protagonista in carne e ossa finito chissà come in una squadra di cloni: "Nessuno dei ragazzi si comportava da superstar e questo era strano. Messi, Xavi, Iniesta e tutta la combriccola sembravano tanti scolaretti. I migliori giocatori del mondo stavano lì a inchinarsi e io non ci capivo niente." I primi tempi prova a mantenere un profilo basso ma sente che gli manca il "vecchio Zlatan" che lui tiene in grande considerazione. Più avanti, quando si tratta di tirare le somme dice: "Consideriamo il loro background. Xavi è arrivato al club quando aveva 11 anni. Iniesta ne aveva 12. Messi 13. Sono stati formati dal club. Non conoscevano nient'altro e di sicuro per loro fu un bene trovarsi lì. Era il loro mondo, ma non il mio. Io venivo da fuori, arrivavo con tutta la mia personalità per la quale non sembrava esserci posto, nel piccolo mondo di Guardiola."

Prima di arrivare al Barça, Messi era un bambino prodigio con problemi di crescita. Le cure di cui avrebbe necessitato per diventare professionista erano così costose che il River Plate, che per primo lo aveva notato, decise di lasciar perdere. Solo dopo lunghe riflessioni e calcoli il Barcellona decise di investire su di lui e portarlo in Spagna. Tre palloni d'oro dopo (oltre ai già citati Cruijff e Van Basten, ci sono riusciti solo lui e Platini, e nel caso vincesse il quarto sarebbe l'unico in assoluto) è a tutti gli effetti il simbolo della riuscita sportiva di quel sistema (anche perché al di fuori di esso, con l'Argentina, non ha combinato molto).

Poi però ci sono le interviste in cui Messi (Lionel, detto "Leo": il primo campione di calcio perfetto anche per Disney Channel) non dice niente di più di quello che, se fosse possibile estrarne l'algoritmo giusto, un software simulatore della personalità di Messi potrebbe dire al posto suo. Tipo questa. Oppure, il video interessante in cui, immediatamente dopo aver vinto il Mondiale per Club a Tokyo, si ritrova per motivi di sponsor in uno studio televisivo giapponese, all'aperto, con una chiave gigante tra le braccia (qui). Una situazione difficile, d'accordo, ma sembra gli stia venendo una crisi di nervi quando per la terza volta provano a coprirgli le spalle con un giaccone.

La migliore descrizione di Messi a mio avviso la dà, ancora, Sandro Modeo: "In lui colpisce l'irrisolta coesistenza di due stati: uno troppo infantile, con l'amore per il calcio e la Playstation fusi in una specie di vacanza permanente, come di chi rimandi all'indefinito l'assunzione di responsabilità; l'altro troppo adulto, con una condotta precocemente asciutta e sorvegliata, con un dominio emotivo fraintendibile per apatia disillusa, solo di rado interrotto da un sorriso estemporaneo per un gol proprio o di un compagno." Persino lo staff della Masía lo trova introverso e poco ricettivo a scuola e Modeo sostiene che "quel deficit d'attenzione è facilmente spiegabile, perché la sua macchina biologica sembra concepita, in ogni cellula e tessuto, per il calcio."

Secondo me il libro di Modeo andrebbe studiato nell'ora di educazione fisica, e in alcuni punti è la cosa più simile a un manuale del calcio che io abbia mai letto; ma su questo non concordo con lui. Nessuno di noi è fatto per una cosa sola e mi pare più comprensibile l'impressione avuta da Ibrahimović, e cioè che un contesto come quello descritto sopra sia spersonalizzante.

Dal punto di vista di Ibrahimović era come se Guardiola gli stesse chiedendo di rinunciare alla propria personalità per diventare Messi (senza nulla togliere al Messi che finisce sulla copertina del Time o alla bellezza delle geometrie affilate del Barcellona, ma quello che noi amiamo dei calciatori è anche il loro carisma). Ibrahimović al Barcellona non ci è solo arrivato da adulto, ma già campione. Dal 2003, calciopoli permettendo, aveva vinto senza interruzione tutti i campionati in cui aveva giocato e si parlava di lui per la tecnica ma, ormai, anche per la mentalità. Si diceva fosse un vincente, un trascinatore. Se il Barcellona non aveva bisogno di tutto questo, anche lui non aveva bisogno del Barcellona.

Così un giorno decide di parlare a Guardiola. "Voi non state sfruttando le mie capacità. Se era solo un realizzatore che volevate, dovevate comprare Inzaghi o qualcun altro. Io ho bisogno di spazi, e di essere libero. Non posso soltanto correre su e giù in profondità tutto il tempo. Io peso 98 chili. Non ho quel genere di fisico." E quando Guardiola dice: "Io credo tu possa farcela," lui risponde: "No, allora è meglio che mi mettiate in panchina."
L'orgoglio di Ibrahimović sembra averci visto più lungo di Guardiola. Al d là di un eventuale dualismo con Messi, il tentativo di includere un giocatore come lui all'interno di quelle dinamiche di gioco era probabilmente destinato a fallire comunque. Questo però significava la sua esclusione, non la messa in discussione del sistema stesso. E adesso che quel ruolo è coperto da Sánchez o Villa, giocatori "da profondità", il meccanismo del Barça gira decisamente meglio. Anche Ibrahimović, in fondo, sembra più felice al Milan dove può allargarsi e puntare sull'uno contro uno i difensori avversari tutte le volte che vuole. Ma il Milan degli ultimi tempi è un parcheggio per auto di lusso e Ibrahimović sembra una limousine a nolo. Non ha ancora vinto la Champions, forse non la vincerà mai (così come il Pallone d'Oro), ed era andato al Barcellona per questo.

Per Sandro Modeo il Calcio Totale è una specie di legge divina, una proporzione aurea: "Il calcio come sport e come spettacolo potrà un giorno svanire, travolto da dissesti economici, da un eccesso di corruzione, da una semplice consunzione storico-antropologica, magari sostituito da altri sport, in un paesaggio ora inimmaginabile. Il calcio totale, invece, non potrà svanire perché non è vincolato allo sport che lo veicola, ma è un'applicazione particolare di uno schema cognitivo, di un atteggiamento, di un'inclinazione naturale anche se in apparenza innaturale. Il principio che lo muove può configurarsi nel mondo subatomico, nei batteri, negli anticorpi, persino."

L'errore di Ibrahimović, in questo senso, è stato quello di volersi mettere in competizione personale con un concetto di questo tipo, con uno "schema cognitivo", un'idea platonica di calcio che non avrebbe neanche bisogno di essere applicata nel calcio. Al tempo stesso, come dargli torto? Chi di noi vorrebbe essere assimilato al mondo subatomico, ai batteri?

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2. LUI, IBRA 

Mentre il Barça andava a pescare Messi in Argentina e lo portava in Spagna per curarlo, non c'era nessuno a prendersi cura dei problemi di crescita di Ibrahimović.
Dal punto di vista ambientale, Zlatan ha i problemi di un giovane immigrato di seconda generazione con una famiglia numerosa e incasinata. Sua sorella maggiore si droga. "Nascondeva tutto in casa e c'era spesso casino intorno a lei, personaggi loschi che telefonavano e una gran paura che succedesse qualcosa di grave." La madre, una donna delle pulizie croata, finisce nei guai per via di una collana rubata. "Qualche conoscente le aveva detto: Puoi tenermi questa collana?, e lei lo aveva fatto, ovviamente in buona fede. Ma poi venne fuori che si trattava di merce rubata, un giorno la polizia fece irruzione da noi e arrestò la mamma." (i miei corsivi stanno a sottolineare alcune delle frasi più belle di cui brilla l'autobiografia, e chissà che ne sarebbe venuto fuori se Ibra avesse avuto a disposizione un premio Pulitzer come Agassi per Open).

I servizi sociali lo mandano a vivere dal padre. Bosniaco, ossessionato dalla guerra dei Balcani e dal proprio villaggio natio raso al suolo. Con un fratello pugile morto mentre nuotava nel fiume Neretva, Ibrahimović padre passa gran parte del suo tempo a ubriacarsi davanti a vhs di vecchi incontri di boxe. Quando lo trova addormentato sul pavimento il piccolo Zlatan lo copre con una coperta, e nel frattempo fa la conoscenza con Muhammad Ali. "Lui seguiva il suo stile a prescindere da cosa dicesse la gente. Non chiedeva mai scusa e per questo era grandioso. Andava per la sua strada. Sempre. Così bisognava essere. E io gli presi in prestito certi modi di dire: Sono il più grande, cose così." Caratterialmente Zlatan è un disastro. Ruba biciclette per andare ad allenarsi (ruba persino quella dell'allenatore) e prende a capocciate i compagnucci di squadra. I genitori dei quali firmano petizioni per cacciarlo.

Sotto l'aspetto calcistico Ibrahimović è un autodidatta. La sua cantera sono stati i campetti di cemento di Rosengard e l'unica tradizione possibile quella dei solisti brasiliani. Durante Usa '94, Coppa del Mondo in cui la Svezia raggiunge uno storico quarto posto (perdendo in semifinale proprio contro il Brasile), lui studia i numeri di Romario e Bebeto. Alto un metro e 96, 47 di piede, gli richiedeva impegno e, a suo modo, fatica. Non era umile, ma non era neanche tanto presuntuoso da credere di essere un predestinato. "Lavoravo come un mulo, e non mi accontentavo degli allenamenti col Malmö. Giocavo anche al campetto vicino casa della mamma, ora dopo ora. E poi in strada. Uscivo per Rosengård e gridavo ai ragazzini: Vi do dieci corone se riuscite a fregarmi la palla!"

Uno svedese, di origini slave, che si crede brasiliano e ha imparato a comportarsi da Muhammad Ali. Con un tipo di gioco, inoltre, che portava naturalmente i suoi allenatori a tenerlo fuori squadra. "Detestavo essere escluso. E odiavo perdere. Ma la cosa più importante non era vincere, erano le finte e il bel gioco. Erano quelle grida di stupore: Oh, oh! Wow!"

Nel suo discorso sulle tradizioni calcistiche, Modeo presenta il calcio brasiliano (tutto improvvisazione e invenzione personale, da giocare a ritmo di samba come nelle pubblicità della Nike) è l'antitesi del Calcio Totale.

Ricorda una celebre risposta data da Garrincha a un allenatore le cui indicazioni tattiche erano troppo meticolose: "Ha detto tutte queste cose all'altra squadra? Se no, come fanno a sapere quel che devono fare?" Garrincha, soprannome che significa il "passerotto" ha avuto una parabola simile, solo meno positiva e con un finale che immaginiamo tutti sarà diverso, a quella di Messi la "pulce": tabagista da quando aveva dieci anni, supera gravi problemi fisici trasformandoli in un dribbling imprevedibile, poi muore alcolista in condizioni di degrado. Se non possiamo avercela con Messi per non avere brutti vizi, dobbiamo tenere presente che i calciatori corrono gli stessi rischi di tutti.

"Ero al tempo stesso disciplinato e turbolento, e su questa base costruii la mia filosofia, decisi il mio stile: accompagnare sempre le chiacchiere a grandi prestazioni." Adesso, che rischi correva esattamente Ibrahimović ad avere una filosofia del genere, ad andare dritto per la propria strada? Da campione affermato, nella sua autobiografia scrive: "Io sarei diventato il migliore, ma me ne sarei anche vantato." Ma a diciott'anni giocava ancora nella seconda divisione svedese.

C'è un documentario: The Road Back (in svedese Bladårår) girato proprio durante l'anno di purgatorio passato col Malmö nella seconda divisione svedese.

I suoi compagni di squadra lo odiavano. Il capitano Hasse Martisson non solo dice che Zlatan diffonde energia negativa, ma che: "Non è ancora una star. Anche se lui pensa di sì. Ed è normale che lo pensi se pubblico e stampa lo esaltano in questo modo. Basta che faccia un po' di numeri sulla bandierina del calcio d'angolo e subito è il nuovo Maradona. Anche noi altri siamo capaci di fare i numeri, vicino alla bandierina."
Visto che quello che noi conosciamo è l'Ibrahimović che festeggia a braccia larghe come Ali, come uno che non ha mai conosciuto umiliazione, uno abituato a vincere da sempre, può essere interessante soffermarsi su momenti del genere, in cui assapora la sconfitta e per isolarsi si getta un asciugamano in faccia, in cui i suoi compagni di squadra parlano male di lui a pochi passi di distanza.

Poi però succede qualcosa di imprevedibile. Quasi dal nulla, Ibrahimović viene acquistato dall'Ajax. Il giorno in cui il suo trasferimento diventa ufficiale lui entra nello spogliatoio con un sorriso a trentadue denti (quinta parte). Non ha nessuno con cui festeggiare, i compagni di squadra si passano i giornali in cui si parla di lui e lo guardano appena, non fanno nessuno sforzo nonostante ci siano le telecamere. Hasse Martisson, però, è un vero capitano, che pensa e dice solo cose da capitano, così interrompe il silenzio: "Be', credo ci sia di che congratularsi. Una grande cosa per lui. E per il Malmö." Ma si vede che non è contento per lui. Per i compagni di Ibrahimović quel documentario parla del diciannovenne appena arrivato in prima squadra, odiato da tutti, che a un certo punto diventa il giocatore scandinavo il cui trasferimento è stato pagato più caro nella storia del calcio (82 milioni di corone). Più tardi Martisson fa quasi tenerezza, quando al termine di una partita vinta grazie a una doppietta di Ibra (è il suo giorno, i tifosi hanno fatto striscioni con su scritto buona fortuna), davanti alle telecamere ci tiene a dire che è contento perché gli è nato il primo figlio.
È per via dell'ostilità incontrata sul suo percorso che adesso Ibra dice cose come: "Molto di ciò che ho imparato l'ho imparato ignorando ciò che dicevano gli altri." Chissà che non stia pensando proprio a Hasse Martisson quando si chiede: "Che cosa ne è stato dei bravi ragazzi del Malmö sempre così diligenti? Si scrivono forse libri, su di loro?"

Quando le cose gli vanno bene, Ibrahimović finisce quasi sempre con l'esagerare. La mia teoria è che la pressione esterna doveva essere così forte che per compensarla lui si è costruito una personalità ipertrofica, che non potendo mai davvero sentirsi sicuro di sé abbia sostituito alla sicurezza il culto della propria personalità. Un aneddoto (che lui non conferma né smentisce nell'autobiografia) lo vede entrare per la prima volta nello spogliatoio dell'Ajax e presentarsi con un: "Ciao. Io sono Zlatan, voi chi cazzo siete?" Durante la conferenza stampa, dice di essere un giocatore tecnico e quando un giornalista (che non ha idea di chi sia) gli fa notare: "Ma sei molto alto," lui, un ragazzino con la faccia da schiaffi, risponde: "Sì, ma i miei piedi sono molto tecnici." Dopo la prima partita giocata con la maglia dell'Ajax e un elastico riuscito in amichevole, davanti ai cronisti si lascia andare a una specie di trash-talking da campetto da basket americano. "Prima sono andato a sinistra, e lui pure. Poi sono andato a destra, e lui pure. Quindi me ne sono andato sulla sinistra, e allora lui è andato a comprarsi una salsiccia."

Per Ibra, cose di questo tipo sono importanti. La personalità viene prima delle vittorie sportive perché se lui non ne avesse avuta abbastanza non avrebbe vinto un bel niente. La sua autobiografia pullula di episodi strampalati in cui celebra quel "se stesso" eterno diciottenne, che rilascia interviste mezzo sdraiato sul divano con la tuta della Nike e il cappellino in testa. (Tipo quel momento del documentario in cui non sa neanche quanti figli in totale abbia la madre, e lo chiede al fratello più piccolo).

Ecco un breve elenco. Zlatan esce dall'Ikea con un carrello pieno senza pagare. Zlatan semina una macchina della polizia in autostrada toccando i 300 chilometri orari. Zlatan in ritiro con la nazionale svedese si porta dietro un amico che ruba delle giacche in un locale e le nasconde nella sua camera d'albergo. Zlatan ai campionati del mondo del 2002 solleva l'allenatore Söderberg "per pura gioia" rompendogli due costole. Quando Zlatan inizia a frequentare la sua futura moglie Helena, una donna di 11 anni più grande di lui, indipendente, con una professione seria, fa cose come andare con i suoi amici nella tenuta di campagna di lei e rovinarle i vialetti di ghiaia. Zlatan si fa prestare una macchina che "non fosse riconducibile" a lui e va a mettere i petardi in un chiosco che vendeva kebab. Con un'altra macchina che lei gli presta, una Porsche, Zlatan finisce in un fosso. Alla fine, quando qualcuno le svaligia casa, lei pensa che Zlatan c'entri in qualche modo e per quanto lui neghi lei non cambierà mai idea.

Ma c'è un aneddoto che spiega meglio di ogni altro quanto Ibra abbia bisogno di questo genere di momenti per sperimentare i propri limiti. Sulla Xbox, di notte, giocando a un gioco di guerra in linea, con le cuffie e il microfono per parlarsi tra giocatori, fa amicizia con un tipo e non riesce a trattenersi dall'alludere alla sua vera identità. Va oltre, e si propone, grazie ai suoi contatti da calciatore famoso, di procurargli un orologio da collezione per cui di norma ci si deve mettere in lista d'attesa. E glielo procura davvero, si fa rimborsare tramite bonifico ed effettua lo scambio nel salone di un hotel in cui era in ritiro con la nazionale. Sembra quasi che per capire qualcosa di se stesso debba specchiarsi nelle reazioni degli altri. "Si alzò in piedi, e mi accorsi subito che era totalmente spiazzato. Immagino che ormai doveva aver capito chi fossi, ma in quel momento dovette pensare: Allora sei veramente tu! Era una reazione che avevo già visto. La gente diventa insicura con me, perde fiducia in sé, e allora io cerco di essere più aperto e gentile."

Le ragioni per cui Ibrahimović a volte dà l'impressione di sentirsi onnipotente, però, sono anche più strettamente calcistiche. La visione che ha del calcio è simile a quella di un video youtube, una collezione di gol e dribbling, ma ridurre il calcio a una performance lo costringe a dover trovare soluzioni nuove ogni volta per convincere i propri detrattori. In questo senso, più che a un tennista (per cui comunque è fondamentale la regolarità dei colpi) somiglia a un attore di teatro, con la difficoltà di dover entrare nei panni del personaggio una volta varcato il confine del palcoscenico.

Ibrahimović non poteva aspettare di finire nella squadra giusta in cui l'allenatore sappia apprezzare le sue qualità. Il peso della sua carriera posava interamente sulle sue spalle e ogni scatto è giunto in corrispondenza di un evento eccezionale. Quasi sempre, un gol particolarmente bello. Decisivo non per la squadra, ma solo per lui.

I dirigenti dell'Ajax ci pensarono su parecchio prima di decidersi ad acquistarlo e proprio il giorno in cui il direttore sportivo Beenhakker si scomoda per vederlo giocare durante un'amichevole di nessun valore, Ibrahimović realizza il gol più bello che avesse realizzato fino a quel momento: controlla la palla con un pallonetto di prima che scavalca due avversari e calcia al volo. Ancora due esempi di questa miracolosa capacità: il gol contro il Naac con il quale convince la Juventus ad acquistarlo, dribblando mezza squadra avversaria; e quello messo a segno contro l'Atalanta, di tacco, che gli è valso, a dieci minuti dal termine del campionato, il titolo di capocannoniere della Serie A 2009 (importante, se si considera che prima del suo arrivo in Italia era considerato poco prolifico).

Per questo motivo, quando arriva al Barça e Guardiola gli chiede di restare coi piedi per terra, lui non può capire. Ibrahimović, che da piccolo rubava bici per non farsela a piedi e che ora possiede una Enzo Ferrari prodotta in soli 300 esemplari, è costretto a guidare un'Audi per andarsi ad allenare. Il problema non è solo prendere ordini da un uomo che lui giudica del tutto privo di carisma ("Se uno non sapesse che è l'allenatore di una squadra importante, non si accorgerebbe di lui entrando in una stanza"), uno "con i completi grigi e l'aria pensosa," che gli parla grattandosi la testa; ma anche avere a che fare di nuovo, per la prima volta dopo tanto tempo, con qualcuno che non lo accetta per quello che è, che gli chiede di essere umile. Ibrahimović va completamente in confusione.

Guardiola viene dipinto come vigliacco, ma quello a uscirne peggio è proprio Ibra. "Ero diventato uno Zlatan diverso, più insicuro, e ogni volta che Mino [Raiola, il suo agente] aveva degli incontri con la dirigenza del Barça gli domandavo: Cosa pensano di me? - Che sei l'attaccante migliore del mondo! - Voglio dire in privato. Come persona." Per lui è impossibile non collegare l'esclusione di Guardiola con tutte le esclusioni subite in passato. "Avevo la sensazione di essere diventato la pecora nera della famiglia, l'intruso. E quanto era morboso tutto ciò?" O ancora: "Non si era mai trattato del mio modo di giocare, in realtà, ma del mio carattere, e giorno e notte mi ronzavano dentro pensieri del tipo: è per qualcosa che ho detto o che ho fatto? Sono sgradevole fisicamente?"

Ibrahimović si spezza ma non si piega. Da una parte c'è Zlatan che fa lo spaccone con uno sconosciuto giocando all'Xbox, dall'altra c'è Zlatan che teme di essere sgradevole fisicamente. Se per il Barcellona la loro separazione ha significato avere un gruppo più compatto (e forse per questo vincere la Champions League), per lui si direbbe che ne andava della salute mentale.

Ultimamente Allegri, il suo attuale allenatore al Milan, ha detto di non averlo mai trovato sereno come adesso. Ed è vero. Si direbbe quasi, anzi, che un velo di dolcezza sia sceso sui suoi lineamenti da tartaro. In ogni caso, Ibrahimović avrà bisogno di esagerare, in un sensonell'altro. E ho paura che importi poco dove ormai, se al Camp Nou giocando la finale di Champions League, o al parco coi propri nipotini.

Continua a pagina 3.

SETTE MESI DOPO

Per quanto sia riuscito ancora una volta a guadagnarci (ottenendo come sempre quello che voleva: due milioni netti in più all'anno-e in Francia si fanno i conti per capire come se la cavi il Psg con le tasse sul lordo) Zlatan non voleva andarsene da Milano, dalla serie A, e da quel pubblico di tamarri capace di apprezzarlo sempre e comunque.

Non c'è da stupirsi se Ibra non ha mai mostrato particolare amore per la maglia (per una delle maglie indossate) ma in questo caso dargli del mercenario è semplicemente ingiusto. La società lo ha voluto vendere e lui ha accettato un compromesso, non possiamo volergliene se è riuscito a trasformarla in una vittoria personale (cosa fareste voi se il vostro capo vi vendesse a un'azienda rivale con sede in un altro Paese d'Europa?)

A parità di delusione Thiago Silva sceglie la via della sincerità dichiarando di essere "felice e triste" al tempo stesso, mentre Zlatan, orgoglioso, sedotto e abbandonato, parla genericamente ormai di sogno che si avvera. Ibra non è il giocattolo di nessun emiro e ha deciso di rimettersi in gioco (il Psg non vince il campionato dal '93 e se ci riuscisse quest'anno andategli a dire che non è merito suo). Il che significa anche ri-motivarsi a un'età in cui la maggior parte dei calciatori inizia a lasciarsi andare.

Ibra fa sul serio. Durante il primo allenamento si scontra con Matuidi, Nené (che non gli ha lasciato la maglia numero 10) e Menez, che finisce a bordo campo col ghiaccio su un occhio. Dopo solo due minuti della prima amichevole segna un gran gol e quando gli chiedono se il Psg sarà competitivo contro Barcellona o Milan (non si capisce se l'intervistatore è malizioso o paragona per ignoranza le due squadre) lui prima lascia capire che il Barça è di un altro livello (e quindi, indirettamente, che il vero sogno-la Champions League-con grande probabilità resterà irrealizzato), subito dopo chiarisce una cosa: che il Psg è già superiore al Milan, perché il Milan ha perso i suoi due giocatori migliori.

Non so a cosa pensate quando pensate a Ibra, ma vi lascio con un'immagine che mi sta particolarmente a cuore. Prima del passaggio al Psg Zlatan ha comprato un'isola, la terza più grande della Svezia, per andarci a caccia (prova, forse, che stava già pensando alla pensione). Adesso vi faccio due domande: 1) A chi di voi piacerebbe trovarsi all'alba in un bosco su un'isola deserta? 2) Cosa potreste trovarvi di fronte di più spaventoso di Ibrahimović, in tuta mimetica, con un fucile da caccia?

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