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Música

Il rock e le storie del cazzo

Cosa ci racconta l'interesse per la vicenda umana di Jason Everman, l'ex "musicista dei Nirvana" finito a fare il soldato in Medio Oriente.
8.7.13

Vediamo se riuscite a trovare l'errore.

"Dai Nirvana ai reparti d’assalto. Tarver ha dovuto lavorare per molti mesi, intervistare altri testimoni, per trovare il bandolo di una storia così incredibile, ricostruire la parabola di un anti-eroe che mescola in sé personaggi di Ernest Hemingway e Joseph Conrad: ma solo quelli più ambigui, che alla fine della loro storia stanno ancora cercando una morale. Un punk maledetto dalle proprie psicosi, che lo hanno messo ai margini dal mondo musicale, dopo una carriera breve ma folgorante" - Repubblica.it

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Gli anni Novanta sono stati una sòla. Non sembravano una sòla mentre succedevano: erano una cosa di spirito e di sostanza o alla peggio erano una cosa di dischi carini (voglio dire, c’era qualcosa di più profondo e politico in quel che facevamo e nelle droghe che prendevamo, ma avevamo la scusa di essere adolescenti). Mio padre non sarebbe d’accordo, immagino: lui non si è mai curato di capire la differenza tra i Nirvana e i Soundgarden mentre cercava di adoperarsi con un’accetta per abbattere la porta della cameretta e il mangianastri al suo interno. Per lui la vicenda di Jason Everman non sarebbe stata interessante. Non conosco il suo contributo ai dischi dei Soundgarden quando era in formazione perché i Soundgarden li ho ascoltati molto meno (così a naso ha suonato il basso tra Hiro Yamamoto e Ben Shepherd); si dice che su Bleach fosse accreditato come chitarrista ma avesse solo dato una mano coi soldi. Non ho interesse a controllare wiki per accertarmene. Ha suonato anche negli OLD, una cosa che nel pezzo di Repubblica è colpevolmente trascurata, poi insomma se n’è ito dal business musicale in punta di piedi e nessuno s’è curato troppo di sapere che fine avesse fatto.

Vent’anni dopo la sua vicenda è stata ri-raccontata sul New York Times da tale Clay Tarver, che lo ha dipinto come un eroe dei nostri tempi: cacciato da Nirvana e Soundgarden, suona un po’ con altri, si sveglia una mattina, molla la musica, si rimette in forma, si arruola. Si trova di fronte qualche ostacolo strutturale: per prima cosa è mediamente più vecchio delle altre reclute, di seguito ha un problema legato al fatto che qualcuno lo riconosce e inizia a vessarlo in quanto ex-rockstar. Mentre sta addestrandosi per i reparti speciali, qualsiasi cosa siano, gli aerei cadono sul WTC. Viene mandato in Afghanistan e in Iraq. Ora studia filosofia al college e cita Jack Kerouac; in qualche modo le due cose sono legate.

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A livello militare anche in Italia siamo carenti. Il massimo esempio a cui riesco a pensare è stato l’anno di leva di Jovanotti alla fine degli anni Ottanta (una delle peggio menate a cui abbia mai assistito, e ancor oggi nella sua pagina Wiki si parla di quanto l’assenza di Jova dalle scene durante in quel periodo abbia nociuto alla sua carriera). Ho iniziato a odiare l’esercito molto dopo avere iniziato a odiare Jovanotti. Per mio padre era un esempio, comunque: pensava che gli obiettori fossero scrocconi che si godevano la vita per un anno facendo lavoretti del cazzo foraggiati dallo stato. Oggi il servizio militare obbligatorio è stato abolito e puoi tranquillamente arrivare alla tomba senza prenderti il disturbo di farti un’opinione politica su nulla: quello che rimane è giusto la street cred, quella cosa che permette tanto a Jova di farsi fare i visual dai Ragazzi della Prateria (o viceversa) quanto ad a un giornalista del Times di spacciare come scoop il fatto che Jason Everman ha passato vent’anni a dire sissignore senza che nessun giornalista serio si sia mai chiesto dove fosse finito.

C’è una morale nella storia di Everman? Non credo, ma nel caso non riguarda l’intervento americano in Medio Oriente quanto il fatto che le storie di cui è composto il rock fanno mediamente schifo (il motivo principale per cui non c’è modo di tirar fuori un film decente dalla storia di un gruppo). Avete presente? Quelle robe che piacciono ad Alberoni o a Rolling Stone USA: i Suicide presi a sassate durante i concerti perché erano troppo punk anche per i punk, Jim Morrison che urla di volersi scopare la propria madre durante un concerto al Roxy o quel che era. L’equivoco secondo cui lo stardom musicale è composto da un branco di drop-out che hanno avuto il culo, o l’intelligenza, di infilare una singola mossa che ha permesso loro di svoltare è uno dei più frequentati nella storia del pop; in effetti non è insensato ricondurre le carriere di quasi tutti i musicisti famosi a una singola mossa, come quella volta che Lady Gaga cantò "Paparazzi" imbrattata di sangue ai VMA. E da lì in poi diventare immortali. Mio padre diceva che Zucchero non era un cazzo di nessuno finché non ha scritto "Diamante", peraltro non scritta da lui ma forse da Rihanna. Poi i sogni infranti sono diventati un buon materiale, e poi una droga di cui ci facevamo sempre più spesso: all’inizio degli anni Dieci ci si beccava una reunion ogni settimana; dalle foto sui giornali iniziavi a capire chi aveva avuto la decenza di conservarsi intatto fino a oggi e chi no. Si dice che prima della reunion dei Soundgarden Ben Shepherd fosse un mezzo indigente costretto a dormire nei divani dei conoscenti; plausibile, e se vogliamo è una storia di decadenza e sciallo che mi interesserebbe leggere molto più di quella di Everman (il cui valore artistico, ribadiamo, è limitato all’aver cacciato del contante nelle mani di Jack Endino).

Se riuscissimo ad astrarci dai tempi in cui viviamo, peraltro, la prima reazione sarebbe di prendere il monitor a sprangate con la pagina aperta sull’articolo di Tarver. Che poi Clay Tarver accenni tra le righe ad una storia (anch’essa) più appassionante di quella di Jason Everman, cioè quella di Tarver stesso, è un po’ la quadratura del cerchio. Suonava con un gruppo, ha iniziato a scrivere ed è finito a sceneggiare un film con Paul Walker (il Jason Everman della saga di Fast and Furious) assieme a JJ Abrams, ed ora racconta vicende poco interessanti sul Times. Una grande storia americana. Meglio che buttar bombe su un deserto, no? Probabilmente il successo di questi format  giornalistici è basato sulla stessa dialettica cognitiva che porta al successo i programmi di Paola Marella o quei reality show in cui voti via SMS chi è stato più bravo a grattarsi il culo in quei cinque mesi dentro la casa: l’idea che le star siano persone come te o mediamente peggio a cui è andato bene un provino per X-Factor o i Nirvana. In quest’ottica, vi propongo cinque “storie rock”, noiosissime e completamente a caso, di gente che ha smesso senza ritrovarsi necessariamente a dormire sui divani degli ex-compagni di gruppo, e comunque mediamente più avvincenti di quella del milite-filosofo Jason Everman. Contrariamente a quanto potreste pensare, non sono sottintesi né insegnamenti né Ernest Hemingway né Joseph Conrad.

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GREG NORTON

In realtà questa è una ex-storia interessante. Smette con gli Husker Du ma non con i baffi, cazzeggia con qualche altro gruppo e poi passa un’estate a Londra a fare lo sguattero in qualche cucina. Torna in Minnesota e qualche tempo dopo apre un suo ristorante: si chiamava The Norton Restaurant, ha chiuso qualche anno fa. Da allora lo si è non-visto suonare il basso in qualche gruppo di non-fama mondiale. La reunion del gruppo di cui faceva parte è bloccata ad libitum dal fatto che sia composto di brutte persone, dall’evidente impossibilità per Grant Hart di mettersi dietro una batteria per via di duecento anni di droghe pesissime e dall’impossibilità (si dice) di arrivare ad un accordo per i diritti sulle royalty passate. Non ho la più pallida idea di cosa faccia oggi.

MARCO MATHIEU

A leggere il suo profilo LinkedIn, Marco Mathieu attualmente è caporedattore a Repubblica. Ha passato buona parte degli anni Novanta a promuovere gruppi di dubbio gusto tipo Urban Dance Squad e Korn su testate tipo Rumore, poi immagino gliel’abbia data su. In un’intervista a Rolling Stone dichiara di essere appassionato di Ministri e 2 Many Djs. Il Clay Tarver italiano. Non sarebbe contrario a una reunion dei Negazione ma pare che Tax Farano abbia posto il veto. Nel caso succeda comunque spero in Neffa alla batteria e Deda al secondo microfono.

MARK HOLLIS

Questa immagino la conosca pure vostra madre. Io l’ho cercata di raccontare a mio padre (grande appassionato di pop di merda anni Ottanta, "Such a Shame" è il suo pezzo preferito del genere dopo la oggettivamente di molto superiore "Wonderful Life di Black") ma lui ormai ha un attention span ridicolo. Poco male. Mark Hollis perde il contratto con EMI dopo il plateale insuccesso di Spirit of Eden, scioglie i Talk Talk dopo Laughing Stock, registra un disco solista un lustro dopo e si ritira dal business senza fare una piega. Da quel momento ad oggi le uniche due rimpatriate sono state un inedito, che non ho mai ascoltato, per la serie tv Boss, che non ho mai visto; e la cura della retrospettiva ufficiale dei Talk Talk, intitolata Natural Order, uscita quest’anno e non contenente nessun pezzo a cui vi verrebbe da pensare se doveste fare la classifica dei 20 pezzi dei Talk Talk che preferite.

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CARRIE BROWNSTEIN

Un’altra storia alla Clay Tarver ma un po’ più sotto i riflettori, se vogliamo. Mentre smette con le Sleater Kinney ha già iniziato a scribacchiare qua e là, di lì a Portlandia (una sitcom da lei scritta e interpretata) il passo è brevissimo. Ora pare di capire che Portlandia è alla quinta stagione. Mai vista, però ho ascoltato il gruppo che ha messo insieme a Janet Weiss: si chiamano Wild Flag e sono la prova definitiva che l’unico vero genio dentro alle Sleater-Kinney fosse Corin Tucker.

HENRY GRIMES

Questa volendo è pure una storia di redenzione: Henry Grimes inizia a suonare con gente tipo Thelonius Monk e Sonny Rollins, poi va in botta per il freejazz e diventa il contrabbassista più richiesto del genere negli anni Sessanta: Albert Ayler, Don Cherry, Archie Shepp, etcetera. Sparisce a fine decennio e viene ritrovato (sul lastrico) da un assistente sociale appassionato di jazz. La sua storia inizia a girare, William Parker gli regala un contrabbasso e se lo porta in giro a suonare. Da allora Henry Grimes gira con gruppi suoi e guest-starring per altri: sono riuscito persino a vederlo con Patty Waters ad un Kraakfest. Suonava con gli occhi di chi ha visto troppe cose brutte per una vita intera, o di uno che ha dormito male la sera precedente.

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