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Vice Blog

NEI CAMPI DI STERMINIO SEGRETI DELL'ARGENTINA

di it
27 aprile 2011, 11:15am

Nel 1977, l'artista e scrittrice Nilda "Munu" Actis Goretta stava tornando a casa dal lavoro lungo una strada trafficata, nel pieno centro di Buenos Aires, quando dei membri degli squadroni della morte l'hanno bendata e trascinata in una macchina lì vicino. Non si è vista né sentita per 13 mesi. Ho recentemente incontrato l'artista, ormai dalla chioma argentata, e, dopo aver sentito la sua storia, non riesco ancora a ritrovare la fiducia nella massima di Locke secondo cui "l'uomo è intrinsecamente buono".

Al culmine della dittatura militare argentina, durata sette anni, Munu ha vissuto come prigioniera politica nel centro di tortura clandestino, l'ESMA. È stata vittima del processo di riorganizzazione dell'Argentina che fu promulgato dopo il colpo di stato militare del 1976. Dato il disordine sociale e le condizioni economiche precedenti al colpo di stato, che ha rovesciato il governo di Isabel Perón, la giunta militare guidata dal Luogotenente Generale Jorge Videla fu accolta con grande sostegno. Per regnare senza le agitazioni del passato, la giunta organizzò un sistema che eliminasse qualsiasi minaccia per il nuovo governo. Chiunque esprimesse anche le più flebili simpatie per le politiche di sinistra sarebbe sparito senza lasciare traccia. Gli eventi che seguirono sono indubbiamente i più folli e sanguinosi della storia moderna argentina.

L'opinione pubblica non era al corrente dell'esistenza dei campi di concentramento. L'ESMA operava come scuola di meccanica navale nel centro della città, ma dietro la sua facciata illusoria c'era un campo di sterminio seminterrato dove migliaia di prigionieri politici, donne incinte incluse, venivano brutalmente torturati e uccisi. In particolare si praticava un tipo di tortura chiamata "picana", elettroshock ad alto voltaggio erano praticati attraverso un cucchiaio di bronzo inserito a forza nella vagina delle donne incinte. Una volta partorito, i loro bambini venivano sequestrati e adottati da famiglie di militari. Oggi, i gruppi per i diritti umani stimano che più di 500 bambini siano stati sequestrati e un totale di 30.000 persone siano state illegalmente imprigionate, mentre il governo ha ammesso solo 10.000 vittime.

Munu è una dei pochi sopravvissuti. Ogni volta che veniva tirata fuori dalla sua cella di cemento insopportabilmente calda, nella soffitta dell'ESMA, non sapeva mai se fosse per essere fulminata nella stanza delle torture, nel seminterrato, o per essere uccisa in uno dei "voli della morte", parte integrante della routine militare. Stando al Sergente Ibanez, un tempo guardia al campo di detenzione Mayo, i voli di routine si verificavano dalle tre alle quattro volte al mese, durante i quali le vittime venivano drogate col Penthotal (un tranquillante) e spogliate prima di essere ammassate su un aereo o su un elicottero e gettate vive nel burrascoso Rio del Mar.

Tra i sequestrati c'erano anche giornalisti, studenti, filosofi, artisti e chiunque assomigliasse a Devendra Banhart. I membri della Squadra militare della Morte, si infiltravano nelle università, case private, a volte facevano accostare le macchine e massacravano la gente sulla base di accuse non valide. Se uno addirittura possedeva un libro di filosofia occidentale era considerato un infiltrato.

Come ex-attivista politica e artista, Munu aveva tutti i requisiti. Nel 1976, un anno prima del suo sequestro, era una studentessa di belle arti felicemente sposata che viveva appena fuori Buenos Aires, ma la notte era "Betty", una temeraria attivista politica di sinistra che lavorava con suo marito per insegnare ai poveri come sindacalizzarsi per ottenere gli aiuti di stato. È stato anche l'anno in cui la situazione è degenerata.

Munu aveva 30 anni ed era incinta di cinque mesi quando suo marito fu colpito e ucciso dai militari per le sue sospette attività politiche. Dopo aver avuto un aborto e aver abbandonato le sue azioni politiche per paura di andare incontro allo stesso destino, Munu scappò in un sobborgo a sud di Buenos Aires per iniziare una nuova vita. Pensava di essersi lasciata tutto alle spalle, inclusa la sua identità politica: "Betty". Credeva di essere ora anonima in una città di milioni di abitanti e che fosse impossibile che il governo la trovasse. Purtroppo, non era vero.

Quattro mesi dopo essere stata imprigionata all'ESMA, il destino di Munu si realizzò. La guardia che la stava torturando le ordinò di lavorare alla produzione di passaporti falsi e documentazioni per membri dell'esercito. I loro sequestri illegali si erano estesi dal nord dell'Argentina al Brasile e avevano bisogno di muoversi senza destare sospetti. Soddisfatti del suo lavoro preciso, i militari la spostarono in un appartamento che era appartenuto a un altro sequestrato. (Era pratica comune dei sequestratori ristrutturare e rivendere gli appartamenti e le proprietà dei prigionieri.)

Nonostante non fosse più rinchiusa nell'ESMA, Munu era ancora sotto costante sorveglianza militare e le sue attività si limitavano a lavorare nel seminterrato e tornare immediatamente nel suo appartamento, dove viveva da sola, senza possibilità di contattare il mondo esterno. A volte le guardie la portavano nei migliori ristoranti della città e poi la richiudevano nell'appartamento, una forma di tortura psicologica che sgretolava lentamente la sua salute mentale.

"Non sapevo se mi avrebbero uccisa o portata fuori a cena" mi ha detto Munu, con un tono di voce che sembrava far trapelare l'orrore.

La routine è andata avanti per alcuni mesi, finché un giorno la stessa guardia che le aveva ordinato di lavorare le disse che stava pensando di lasciare il paese, e la incoraggiò a partire prima di lui. È scappata in Venezuela e ha vissuto lì per alcuni anni, per tornare finalmente a Buenos Aires. Ora ha 54 anni e lavora come artista e scrittrice, Munu fa parte dei pochi sopravvissuti tra i centinaia rinchiusi nei centri di detenzione clandestina che operavano in tutta l'Argentina.

Le conseguenze della Guerra Sporca e le sue vittime sono ancora avvolte nel mistero, ma le lacune di informazioni sugli scomparsi vengono via via riempite. Ora ottantacinquenne, Videla siede nella sua cella a scontare una sentenza di carcere a vita per la morte di 31 prigionieri, mentre quasi altri 700 capi d'accusa contro l'esercito attendono in loro fato incerto.

PAROLE DI EMILY THOMAS

FOTO DELL'ESMA DI BLOE DANESHGAR