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Cosa è successo all'Angelo Mai

Ieri mattina, a Roma, nel giro di poche ore la polizia ha portato a termine il sequestro del centro sociale Angelo Mai e lo sgombero di altre due occupazioni, quelle di via delle Acacie e dell’ex scuola Hertz.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
20.3.14

Foto di Federico Tribbioli.

“Locale sottoposto a sequestro preventivo.” Questa è la dicitura sul foglio firmato dalla Questura di Roma che campeggia sul cancello d’ingresso dell'Angelo Mai. È da poco passato mezzogiorno, e le tante persone accorse al presidio/conferenza stampa fuori dal centro sociale cercano di capire il motivo dello sgombero, avvenuto all’alba del 19 marzo 2014.

Pino Marino, cantautore e co-fondatore del Collettivo Angelo Mai, commenta: “Noi da sempre abbiamo sostenuto le emergenze, sia quella dell’arte che quella delle famiglie estremamente povere. In un momento in cui questa città sta soffrendo di una povertà assoluta, si interviene ad amputare chi si sta occupando nel proprio piccolo di risolvere queste necessità. È inaccettabile.”

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L’allarme era stato lanciato dall’account Twitter dell’Angelo Mai verso le 6 e mezza del mattino: “POLIZIA ALL'ANGELO MAI. CI STANNO SGOMBERANDO! ACCORRETE SUBITO!” Più o meno nello stesso momento giungono le notizie degli sgomberi di altre due occupazioni in via delle Acacie 56 (Centocelle) e all’ex scuola Hertz (Anagnina), dove abitano decine e decine di famiglie di italiani e migranti, anche con bambini.

Un occupante di via delle Acacie descrive così il blitz: Stamane sono venuti in tanti e hanno cominciato a sgomberare, sfondando anche le porte. Ci hanno mandati via e siamo riusciti a prendere solo il minimo indispensabile. È stato un terremoto che si è abbattuto sulla pelle della gente.”

Il “terremoto” è un’inchiesta condotta dalla Digos e coordinata dalla Procura di Roma che mira a “delineare i contorni di un sodalizio criminale,” ossia il Comitato popolare di lotta per la casa, che sarebbe responsabile di “invasione di edifici ed estorsioni, queste ultime in danno degli occupanti con riferimento al pagamento di somme di danaro.” Gli indagati (in tutto una quarantina di persone) devono fronteggiare accuse pesanti: violenza, minaccia, furto di energia elettrica, associazione a delinquere finalizzata all’estorsione e—in riferimento all’Angelo Mai—“esercizio ricettivo abusivo.”

“I capi d’accusa sono veramente ridicoli,” ha spiegato Gianmarco Di Lecce, un occupante dell’Angelo Mai, al nostro fotografo. “E questo ci fa capire quanto questo sia un affronto politico non solo nei confronti di questi spazi, ma dell’intera città. Noi vogliamo che la cultura sia qualcosa d’indipendente, non gestita da nessuna amministrazione politica né tantomeno dalla forze dell’ordine.”

La circostanza abbastanza incredibile intorno al sequestro dell’Angelo Mai e ai due sgomberi è che il Comune di Roma è completamente caduto dalle nuvole: nessuno, infatti, era a conoscenza di questa operazione di polizia. Giovanni Figà Talamanca, consigliere del Municipio I, lo dice a chiare lettere: “Lo sgombero non ha nulla a che fare con la richiesta della proprietà: non è il comune come proprietario che ha chiesto lo sgombero. Tutt’altro, siamo molto preoccupati e stiamo cercando di farcelo riconsegnare per capire poi come si può uscire da questa situazione paradossale.”

In serata, anche il sindaco Ignazio Marino si è detto molto preoccupato per l’“improvviso sgombero dell’Angelo Mai” e per il fatto che i 70 nuclei familiari delle occupazioni abitative “si sono ritrovati per strada da un momento all’altro”: “Senza entrare nel merito delle indagini condotte dalle autorità giudiziarie, verso le quali nutriamo la massima fiducia, Roma Capitale è intenzionata a chiedere l’immediato dissequestro delle strutture sequestrate questa mattina.”

Ieri notte, tuttavia, gli occupanti dei due stabili sgomberati hanno preferito anticipare i tempi rientrando direttamente nelle loro case.

Per capire come si sia potuto arrivare a questo punto è utile ripercorrere la storia di queste occupazioni e i legami tra loro. L’Angelo Mai nasce nel 2004 con l’occupazione di un ex convitto abbandonato nel Rione Monti, nel pieno centro della Capitale: è qui che, spiega il sito, “venticinque famiglie in emergenza abitativa e un folto gruppo di artisti lottano per il diritto alla casa e per il diritto agli spazi indipendenti per le arti e la cultura.” Nel 2006 l’Angelo Mai viene sgomberato ma continua la sua attività in giro per la città. Nel 2009 riapre in viale delle Terme di Caracalla, in seguito ad un’assegnazione del Comune di Roma attraverso la delibera 26 del 1995. Nel 2012 vengono apposti i sigilli al bar-osteria, ossia il principale canale di autofinanziamento del centro sociale, ma gli attivisti decidono di rioccupare comunque l’Angelo Mai. Paradossalmente, il sequestro è avvenuto mentre erano in corso le procedure amministrative di “regolarizzazione”.

Il trait d’union tra l’Angelo Mai e le occupazioni di Centocelle e Tuscolana è la cuoca del bar-osteria: Pina Vitale (detta “Pinona”), un’attivista di lungo corso nonché leader del Comitato popolare di lotta per la casa. È lei che sta dietro all’occupazione dell’ex scuola Amerigo Vespucci di via delle Acacie 56 del maggio 2009. Da allora l'edificio ospita più di quaranta nuclei familiari per metà italiani e metà stranieri.

Il modello peculiare di queste occupazioni, come ha spiegato Vitale, è la previsione di “una quota di cento euro al mese che è una quota di autocostruzione.” In più, le famiglie sono disposte all’interno dell’edificio secondo una politica—illustrata qui—di “integrazione forzata”, nel senso che “gli abitacoli lungo i corridoi vengono occupati uno da una famiglia italiana e quello immediatamente successivo da una famiglia immigrata.”

L’accusa di “estorsione” probabilmente si riferisce a quella quota di “autotassazione”. Non è ancora chiaro, invece, quali ragioni abbiano spinto la magistratura romana a formulare simili accuse. Secondo alcune indiscrezioni emerse nell’assemblea di ieri pomeriggio, ma smentite dagli stessi occupanti, “l’indagine sarebbe scattata dopo la denuncia da parte di un nucleo familiare in una delle occupazioni abitative.”

In attesa di questi riscontri, degli sgomberi di ieri resta il dato sociale e politico. Come ha detto Gianluca Peciola, consigliere comunale di Sel, “l’inchiesta ha di fatto scavalcato il Comune e ha prodotto una situazione drammatica per 70 nuclei familiari con bambini, disabili e donne incinte. È evidente che realtà come quelle che sono state interessate non possono essere oggetto di sole operazioni di ordine pubblico, perché riguardano un tema più complessivo.” E il tema, naturalmente, è quello di un’emergenza abitativa sempre più ingestibile.

Dopo la Spagna, l’Italia è il paese europeo con più immobili vuoti: 2.7 milioni di case sfitte e/o inutilizzate. A Roma, dove una speculazione edilizia particolarmente feroce l’ha sempre fatta da padrone, si stima che gli alloggi liberi si aggirino intorno ai 100mila. Secondo un rapporto Legambiente del 2011 gli appartamenti sfitti sarebbero addirittura 250mila.

Il 28 febbraio 2014 il Ministero dell’Interno ha diffuso i dati sugli sfratti a Roma nei primi sei mesi del 2013. Da gennaio a giugno le richieste di sfratto nella provincia di Roma sono state 4.449, di cui 3.957 solo nella Capitale; si tratta di un dato in aumento rispetto al periodo corrispettivo del 2012. E anche gli sfratti per morosità, cioè per coloro che non riescono più a pagare l’affitto, sono in crescita—3.346 nella Capitale e 477 in provincia.

In tutto ciò il Piano Casa del Governo Renzi, elaborato dal Ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, punta a rilanciare il settore immobiliare attraverso bonus, mutui agevolati e il recupero dell’edilizia popolare (che nella Capitale, detto per inciso, ha prodotti svariati incubi urbanistici). Per il resto, l’articolo 5 del provvedimento ha un titolo piuttosto esplicito: “lotta all’occupazione abusiva di immobili.” In esso si stabilisce retroattivamente che chi occupa abusivamente un edificio non ha diritto alla residenza e all’allacciamento ai servizi pubblici. Un fenomeno complesso e sfaccettato viene dunque liquidato con un approccio repressivo.

Il giorno prima che 70 famiglie venissero messe per strada è uscito il rapporto dell’OCSE “Society at a glance 2014”. Il capitolo dedicato all’Italia rileva che il paese “è entrato nella crisi con un sistema di welfare non preparato a una disoccupazione di lunga durata e alla povertà.”

Alla luce di quanto detto sarebbe riduttivo considerare gli sgomberi del 19 marzo un problema che riguarda unicamente l’Angelo Mai, gli occupanti di Centocelle e Anagnina o il comune di Roma. La questione, infatti, va ben al di là della stretta attualità, poiché pone serissimi interrogativi su come la crisi stia trasformando il tipo di società in cui ci ritroviamo a vivere.

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E non credo che la risposta possa essere particolarmente esaltante.

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