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"Non l'ho mai visto ubriaco" - Un'intervista all'editore di Bukowski

John Martin è stato l'editore di Bukowski per gran parte della sua carriera, ed è la ragione per cui voi oggi sapete chi è Buk e lo amate o lo odiate. Questo è quanto ci ha raccontato sul suo conto.
23.6.14

Bukowski e la moglie Linda. Foto via Getty Images

Qualunque sia la vostra opinione di Bukowski—che lo crediate un nichilista privo di talento che pensava solo a bere e scopare, la voce di una generazione, o un po' entrambe le cose—è innegabile che sia stato una figura fondamentale della storia letteraria di Los Angeles. Per questo motivo, quando qualche anno fa stavamo lavorando al numero dello spettacolo (quello a tema Hollywood), avevo deciso di contattare John Martin, l'editore di Bukowski. Alla fine l'intervista non era stata pubblicata, ed è rimasta tra le bozze fino a qualche giorno fa, quando abbiamo deciso di pubblicarla.

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Se c'è una persona vivente che può dire di aver conosciuto il vero Charles Bukowski, quella persona è Martin. Martin è stato l'editore di Bukowski per gran parte della sua carriera, ed è la ragione per cui voi oggi sapete chi è Buk e lo amate o lo odiate. Nel 1965 Martin ha offerto a Bukowski 100 dollari al mese per il resto della sua vita per mollare il lavoro all'ufficio postale e scrivere a tempo pieno per la sua casa editrice, la Black Sparrow. Bukowski ha accettato e Martin ha tenuto fede alla sua parola, arrivando a versargli 10.000 dollari ogni due settimane. È stato il testimone di nozze di Bukowski e ha rappresentato una fonte di sicurezza nella sua vita spesso molto instabile.

John Martin. Foto via Kurt Rogers/San Francisco Chronicle/Polaris

VICE: È per Bukowski che ha fondato la Black Sparrow?
John Martin: Sì. Ho fondato la Black Sparrow solo per pubblicare Charles Bukowski. Avevo letto i suoi scritti in qualche rivista underground, ed ero convinto—convinto ai limiti dell'ossessione—che fosse il nuovo Walt Whitman. All'epoca pubblicava questi piccoli libriccini di otto-dieci-12 pagine, in 100 copie. A pubblicarli non erano veri e propri editori, ma poco più che fan che non provavano nemmeno a distribuirli.

All'inizio avevo un altro lavoro che mi occupava dalle sette e mezza di mattina alle cinque di pomeriggio. Poi andavo a casa e cenavo con mia moglie e mia figlia, e solo dopo andavo nel mio ufficio alla Black Sparrow. Ci rimanevo fino a mezzanotte o l'una. L'ho fatto per anni. Alla fine, intorno al '74, Bukowski era diventato così famoso che non ero più in grado di gestirlo da solo, e ho dovuto assumere un assistente e un impaginatore.

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Mi racconti del suo primo accordo con Bukowski. Gli aveva offerto 100 dollari al mese, giusto?
Quello è stato un momento molto importante sia per me che per Bukowski e, penso, anche per la poesia. Ci siamo seduti a un tavolo, di fronte a un foglio di carta. Io ho preso una penna, e lui ha fatto l'elenco di tutte le sue spese mensili. Devi pensare che era il 1965, il suo affitto veniva 35 dollari al mese. Poi gli servivano 15 dollari per pagare gli alimenti all'ex moglie, tre dollari per le sigarette, dieci per gli alcolici e altri 15 per il cibo. E anche se sembra davvero poco, all'epoca riusciva a sopravvivere, si vestiva in modo decente, aveva una vecchia macchina e stava in un appartamento semidistrutto a East Hollywood. Poteva cavarsela, con 100 dollari al mese. A quel tempo avevo uno stipendio di 400 dollari, quindi gli stavo versando un quarto di quello che guadagnavo. Ma non appena abbiamo iniziato a lavorare insieme le cose sono migliorate.

Più avanti ho deciso di pagargli un onorario. Gli versavo 10.000 dollari ogni due settimane. È passato da 100 dollari al mese a 10.000 dollari ogni due settimane, e a quei tempi alla fine dell'anno gli saldavo il resto dei soldi che gli dovevo. Più tardi sono arrivati i soldi veri, quando abbiamo iniziato a vendere i diritti dei suoi libri alle case cinematografiche e roba del genere.

Ci sono stati adattamenti cinematografici di altri libri, oltre a Factotum e Barfly?
Abbiamo venduto i diritti, ma i film non sono mai stati realizzati. I diritti di Post Office li abbiamo venduti a Taylor Hackford, negli anni Settanta; poi abbiamo venduto anche quelli di Panino al prosciutto, di Factotum e di Barfly. E quelli di Donne, a Paul Verhoeven.

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Pensa che in futuro verranno realizzati? 
Sai una cosa? Ora come ora non me ne potrebbe fregare di meno. Volevo rendere Bukowski indipendente ed è morto da milionario. Era molto attento ai suoi soldi e non gli interessava per niente ostentarli. Mi ricordo che una volta l'ho portato a comprare una macchina nuova, una BMW. È entrato dal concessionario con i suoi pantaloni e la giacca di flanella e una penna nel taschino—portava sempre una penna nel taschino—e si è guardato intorno finché non ha trovato la macchina che voleva. I venditori non lo degnavano di uno sguardo. Alla fine uno di loro si avvicina e fa con tono sarcastico, "Posso aiutarla? E lui, "Sì, ho deciso. Voglio questa macchina."

"Vuole pagarla a rate?" gli ha chiesto il tizio.

"No, non si preoccupi, le faccio un assegno."

"Adesso?" e Bukowski ha risposto, "Sì." Quello è rimasto esterrefatto, e dal nulla sono apparse poltrone, caffè e biscotti. Improvvisamente eravamo al centro dell'attenzione. Bukowski ha firmato le scartoffie e ha staccato l'assegno, poi è salito in macchina e se n'è andato.

C'è mai stato un momento in cui ha avuto dubbi sull'opportunità di dare a quell'ubriacone un quarto del suo stipendio?
No. Mai. Credevo in lui quanto credevo in me stesso. Era una fede quasi religiosa, una cosa a cui non si può smettere di credere. È come andare a fare le crociate a dorso di un mulo.

Cosa pensava Bukowski del fatto che i suoi libri sarebbero diventati dei film? Sembra che provasse sentimenti contrastanti nei confronti di Hollywood. 
Be', in Hollywood, Hollywood prende in giro tutto quel mondo, ma allo stesso tempo parliamo di un uomo che, prima di trovare lavoro all'ufficio postale, aveva dormito per più di una notte su una panchina in un parco. Era stato trasportato d'urgenza nel più grande ospedale di Los Angeles, senza assicurazione sanitaria, era quasi morto dissanguato. Aveva lavorato—lo racconta in Factotum—in una fabbrica di cibo per cani. Aveva lavorato di notte, metteva i manifesti sulle linee della metropolitana. Aveva lavorato in una negozio di cornici. Voglio dire, ne aveva passate di cose.

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Più tardi, solo per la potenza dei suoi scritti, aveva iniziato ad attirare l'interesse del pubblico e di persone famose come Elliott Gould, Bono… Il suo più grande ammiratore era Sean Penn. Erano molto amici. Era questo il suo bottino, capisci cosa intendo? Come nel medioevo, dopo i saccheggi, quando tutti gli oggetti di valore—gioielli, opere d'arte—venivano divisi tra i soldati dell'esercito vincitore. Ecco, lui si era guadagnato questo bottino. Non che abbia mai trattato qualcuno con sufficienza. Ma ricordo che una volta Bono aveva invitato Bukowski e sua moglie al suo concerto al Dodger Stadium di Los Angeles. Aveva aperto dicendo, "Questo concerto è per Charles Bukowski." E la folla aveva applaudito! Sapevano chi era.

Quali erano i suoi rapporti con Elliott Gould? 
Bukowski non stava bene, aveva la febbre e la tosse. Gould aveva detto, "Devi andare dal mio medico." E l'aveva portato a Beverly Hills, dove gli avevano detto, "Sei solo debilitato. Prendi delle vitamine e rilassati un po'." Ma lui continuava ad avere la febbre e la tosse e allora Sean Penn l'aveva portato da suo medico, un altro specialista di Beverly Hills. Anche questo l'aveva visitato e aveva detto, "Va tutto bene. Sei solo debilitato. Smetti di lavorare fino a tardi," e altre cose del genere. Un giorno uno dei suoi gatti si era ferito. Bukowski l'aveva portato dal veterinario vicino a casa sua, a San Pedro, e il veterinario l'aveva curato, gli aveva messo una benda e insomma aveva fatto quello che doveva fare. Allora Bukowski gli aveva detto, "Sai, sono stato da questi due medici, ma sto male, ho tosse, febbre…" Il veterinario gli aveva dato un'occhiata e aveva detto. "Hai la turbercolosi." I medici di Beverly Hills non avevano mai visto un caso di tubercolosi! Perché è una malattia da poveri. Invece questo veterinario, senza nemmeno misurargli la febbre, l'aveva guardato, l'aveva auscultato e aveva detto, "hai la tubercolosi." Allora Sean Penn l'aveva portato di nuovo dal suo medico, che si sentiva molto umiliato. Gli aveva prescritto una terapia, e nel giro di un anno è guarito.

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Spero che quel veterinario abbia avuto un aumento. Per tornare ai lavori umili, per quanto facessero schifo di certo gli hanno fornito molto materiale per i suoi romanzi. 
Non li odiava, più che altro era arrabbiato. Una persona che odia il suo lavoro è una persona piccola. Non ha carattere né consapevolezza di sé. Ma lui non odiava il suo lavoro, era arrabbiato perché era costretto a farlo. Perché voleva scrivere.

Com'è nato il suo primo romanzo, Post Office?
È una bella storia. Quando avevamo fatto quell'accordo dei 100 dollari al mese era dicembre e quando ha comunicato all'ufficio postale che si sarebbe licenziato ha scoperto che il suo ultimo giorno di lavoro sarebbe stato il 31 dicembre. Così ha detto, "Bene, inizio a lavorare per te il 2 gennaio, perché l'1 è capodanno e quindi è vacanza." Ci era sembrato molto divertente. Tre o quattro settimane dopo, penso fosse ancora gennaio, o forse la prima settimana di febbraio, mi ha telefonato—ah, prima gli avevo detto, "Se stai pensando di scrivere un romanzo, sappi che i romanzi si vendono meglio della poesia; quindi se potessi scrivere un romanzo sarebbe d'aiuto"—così mi ha telefonato alla fine di gennaio o nella prima settimana di febbraio, dal nulla, e ha detto, "Ce l'ho; vieni a prendertelo." E io ho detto, "Cosa?" E lui, "Il mio romanzo." "Dall'ultima volta che ci siamo visti hai scritto un romanzo?" E lui, "Sì." Allora gli ho chiesto come avesse fatto, e lui mi ha risposto, "la paura può moltissimo." Quel romanzo era Post Office.

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Pensa che se l'avesse incontrato quando era più giovane e gli avesse offerto dei soldi per scrivere a tempo pieno, invece che fare quei lavori, le sue opere avrebbero risentito della mancanza di quelle esperienze? 
Sai, tutte le esperienze che facciamo aggiungono qualcosa a quello che siamo, e penso che avesse bisogno di fare quelle esperienze per avere successo. È come per Henry Miller, che girava senza soldi per le strade di Parigi. Se non avesse vissuto quell'esperienza come avrebbe fatto a scrivere Tropico del Cancro? Bukowski ha toccato il fondo un sacco di volte. L'unico periodo della sua vita in cui ha avuto un po' di stabilità sono stati gli anni in cui ha lavorato all'ufficio postale. Dato che doveva andare tutti i giorni a lavorare doveva rimanere sobrio, doveva essere puntuale ed era consumato dal desiderio di scrivere. Ricordati che aveva smesso di scrivere alla fine degli anni Quaranta e che non ha scritto niente per dieci anni. E poi, alla fine degli anni Cinquanta, il suo fisico ha ceduto, ed è finito in ospedale che sanguinava dal retto. È quasi morto.

Lei era coinvolto nella produzione di Barfly?
No. Io ero solo preoccupato.

Perché era preoccupato?
Perché aveva intorno tutte queste persone… Hank non era a suo agio in mezzo alla gente, tra la folla; era un vero solitario. Desiderava solo svegliarsi la mattina, fare colazione con sua moglie, leggere il giornale, uscire di casa per mezzogiorno, andare alle corse, tornare a casa alle sei, cenare alle sette, andare di sopra alle otto e scrivere fino alle due di mattina, e non voleva che niente interferisse con quella routine. Andava avanti così sette giorni su sette. Voglio dire, ci frequentavamo, e gli piaceva stare con Sean Penn, ma sapevo che non dovevo vederlo tutti i giorni: mi avrebbe odiato. Sarebbe stato gentile—era la persona più gentile che io abbia mai conosciuto, e anche la più sincera. Era sempre rispettoso e gentile e preoccupato che gli altri fossero a loro agio e felici quando erano con lui.

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Questo aspetto della sua personalità non traspare spesso nelle sue opere. 
[ride] Non traspare proprio. Il suo personaggio è molto diverso dalla persona che era.

Sotto quali altri aspetti? Oltre al fatto di essere gentile, intendo. 
L'ho conosciuto per quanto, 35 anni? E non l'ho mai visto sbronzo. Mai una volta.

Cosa? Davvero? Vuol dire che beveva spesso ma con moderazione? 
No, penso fosse l'opposto. Non beveva spessissimo, ma quando succedeva beveva molto. Beveva tutti i giorni, e verso la fine della sua vita beveva buon vino. Ma ricordati che viveva per scrivere, e proprio come molti altri scrittori, mentre scriveva—diciamo dalle otto di sera alle due del mattino—beveva vino; per restare, diciamo, "concentrato."

Bukowski alla proiezione di Barfly, il 4 novembre 1987. Foto via WireImage

Quindi era più un bevitore sociale? Beveva quanto bastava per restare tranquillo durante la giornata? 
Proprio così. Tranne che durante le riprese di Barfly, quando veniva invitato alle feste degli attori o doveva recitare, perché aveva una piccola parte nel film, un cameo. In quei momenti beveva molto perché era spaventato. Era spaventato dalle persone.

Giusto per essere chiari: vi siete frequentati per 35 anni e non l'ha mai visto ubriaco. 
Be', l'ho incontrato nel '65 ed è morto nel '94, quindi no, diciamo 30 anni. Ma no, non l'ho mai visto ubriaco.

Ma quando frequentava tutta questa gente di Hollywood si ubriacava. 
Sì, ma io non c'ero. Io vivevo a Santa Barbara. Quando ha iniziato a diventare davvero famoso—mi sono trasferito a Santa Barbara nel '75, ed è stato allora che è esploso davvero—sapevo cosa sarebbe successo. Mi ricordo che una volta sono andato a casa sua, quando viveva a East Hollywood, in questo piccolo appartamento sulla strada, al piano terra, con una veranda. Sulla veranda c'era un vecchio divano tutto rovinato. Non mi ci sarei nemmeno seduto, tanto sembrava sporco. In ogni caso, sono andato a trovarlo e lì, sedute sul divano, c'erano due bellissime ragazze bionde. Magre, graziose, delicate, capito? Ho pensato, Che cazzo ci fanno qui? Poi, quando sono entrato nella veranda, una di loro ha detto, "Tu non sei Bukowski." E io ho detto, "No, ma ho un appuntamento con lui tra dieci o 15 minuti." E lei ha detto, "Oh, noi siamo arrivate dall'Olanda per conoscerlo." Io ho detto, "Be', è molto carino da parte vostra. Sarà contento di vedervi," o qualcosa del genere. E poi ho detto, "È un viaggio molto lungo solo per conoscerlo." E loro hanno risposto, "Oh, ma noi vogliamo scoparcelo."

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Sono state così dirette? 
Sì. Hanno detto che erano arrivate da Amsterdam solo per scopare Charles Bukowski.

E alla fine è successo? 
Oh, non credo. È successo mentre scriveva Donne, o appena prima. Quando è arrivato… fammi pensare… ci siamo seduti e abbiamo parlato per 15 o 20 minuti, e quando hanno visto che non me ne andavo hanno detto, "Be', torniamo dopo," e lui mi ha detto che non sono più tornate. Quindi non lo so. In realtà potrebbero anche essere tornate, non credo che me l'avrebbe detto.

Quindi Donne era una rappresentazione abbastanza accurata di come viveva? 
Oh, sì. L'ha scritto durante tutto il 1975, '75 e '77. E io l'ho pubblicato nel '78. Mi mandava il manoscritto capitolo per capitolo man mano che lo scriveva, e dopo aver letto ogni capitolo dovevo sedermi, ricompormi e sperare non fosse tutto vero.

Gli ha mai chiesto quanta verità e quanta finzione ci fossero nel libro? 
Lo chiamavo e gli dicevo, "Stai bene? Ti stai comportando bene?" Perché sai, quando c'ero io faceva il possibile per comportarsi bene. Diciamo che ero diventato il suo modo per lasciarsi alle spalle la vita che aveva fatto prima. C'è una cosa che conservo come un tesoro, incorniciata sul muro di casa mia. È un pezzo di carta, e lui ci ha scritto su:

Caro Johnny, 
Sei il miglior capo che abbia mai avuto. 

E sotto c'è un disegno di lui e la firma, Henry Chinaski.

È bellissimo. 
E ogni due settimane gli mandavo un assegno. Voglio dire, io per lui rappresentavo la stabilità e il duro lavoro. Lui sapeva quanto duro fosse fare il mio lavoro, e lo apprezzava. Era un rapporto splendido. A volte mi telefonava e diceva con la sua voce profonda, "Signor Rolls, qui è il signor Royce."

Questo è stato quando sono iniziati ad arrivare i soldi? 
Sì. Gli dicevo sempre, per scherzare: "Un giorno ti accenderai i sigari con delle banconote da 50 dollari." E lui rispondeva, "Solo 50? Perché non 100?" E questo era un uomo che, se gli cadeva un centesimo per terra, si fermava, tornava indietro, lo raccoglieva e se lo metteva in tasca. Non che fosse avaro, perché sapeva essere davvero generoso con le persone, ma era parsimonioso; sapeva cosa vuol dire avere fame e non ritrovarsi che 20 o 30 centesimi in tasca.

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