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La parte problematica del paese, del governare, della "vita", nel mondo renziano non esiste. Renzi non porta l'elmetto se la Campania viene inondata dal fango, non è l'uomo forte che si sporca gli stivali nel momento critico: non c'è una foto di Renzi che lo ricordi davanti a un panorama più apocalittico di una scuola in festa, o di un tramonto sul Machu Picchu.Allo stesso modo non c'è spazio per le critiche—sempre molto stitiche da parte dei giornali, in un continuo "Pensa se l'avesse fatto Berlusconi, che casino avremmo tirato su." Ogni flebile voce di dissenso viene immediatamente etichettata come "tifo contro" l'Italia, come canto dei "gufi" che "dicevano, dicevano, dicevano": criticare l'opera del Governo è fermare l'Italia, non pensare al bene del paese - che lui incarna. "Le chiacchere stanno a zero."In questo modo, essere con Renzi è diventato essere l'Italia che "Riparte", è "stare" con l'Italia. Essere Renzi è diventato essere l'Italia.Non lasceremo la cultura ostaggio di quei sindacalisti contro l'Italia. Oggi decreto legge — Matteo Renzi (@matteorenzi)September 18, 2015
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Nel momento in cui la narrazione renziana si è fatta voce di governo, senza più avere bisogno di essere critica e contrapporsi a quella dominante, il suo immaginario ha cominciato a riempirsi di miti fra loro incongruenti, come in un pantheon affollato di divinità che si tengono fra loro per i capelli.Tutto diventa mitico, come mostrare ai propri amici la camera ripiena di poster di tutto. Nel renzismo è mito Steve Jobs, Guglielmo Marconi, Fonzie, i famosi che compiono gli anni quel giorno, Samantha Cristoforetti, la Dinamo Sassari, Valentino Rossi, le finali di tennis, le "ragazze del volley", Italo Calvino, Greg Paltrinieri.In questo suo elevare al rango di leggenda di tutto ciò che può suscitare al nostalgia, o consenso, o tifo a caso, alla fine capita che nell'arco di pochi giorni Renzi finisca col celebrare Pier Paolo Pasolini, nel giorno dei 40 anni della sua morte.Se da un lato questo "ricordo" dello scrittore appare quasi naturale, considerando che quel giorno l'hashtag #Pasolini40 era in trending topic su Twitter—e che chiunque avesse avuto Facebook si sarebbe accorto che in quel momento non si stava parlando d'altro—, ancora più significativa, dall'altro lato, appare la scelta della citazione.
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In qualche modo, però, Renzi si è probabilmente potuto trovare a cavalcare dei pony rosa su una giostra in corsa, come se si fosse accomodato su una prateria di "segni più"—che dipendano effettivamente lui o meno. Così facendo, ogni buona notizia 'in quanto tale' —fosse anche la nazionale di rugby o un paese siciliano che si ribella al pizzo—diventa automaticamente renziana. "#ciaogufi."Grazie a chi continua a inseguire il sogno di un'Italia più semplice e più forte: le riforme servono a questo — Matteo Renzi (@matteorenzi)October 13, 2015
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Renzi non ha mai faticato troppo per allontanare l'ingombrante aura di Verdini da palazzo Chigi, e tutt'oggi—a conferma del punto sull'annichilimento del dibattito e delle critiche analizzato più sopra—è difficile leggere in giro le stesse critiche lette, in tempi non troppo lontani, quando a formare alleanze con Mastella o Casini erano altri leader, in altri scenari, con altre storie.La forza centripeta del renzismo ha comunque trovato sporadiche e velleitarie crisi di rigetto. Uscire dal PD per coloro che negli ultimi mesi hanno affrontato questo processo—da Mineo a Civati a Fassina—è stato un lungo e dolorosissimo travaglio, che oltre alla formazione di Possibile di Pippo Civati, non ha portato finora che alla creazione di un gruppo dal nome altrettanto evocativo che domenica scorsa è stato accolto da una platea composta da decine di giovani over 65: Sinistra Italiana.Alla sinistra di Renzi, in pratica, attualmente si contano un partito rappresentato in parlamento (Sel), un paio di neonate formazioni dal peso elettorale insondabile (SI e Possibile), qualche leader in potenza (Landini) e una specie di listone inesistente e senza rappresentanza che vorrebbe creare qualcosa che stia a metà strada fra l'esperienza spagnola di Podemos e quella di Tsipras in Grecia.
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