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Tutte le foto per gentile concessione di Tomaso Clavarino.
Attualità

'Anonima e sospesa nel tempo': la desolazione della Pianura Padana in foto

Per circa sei anni il fotografo Tomaso Clavarino ha attraversato la pianura padana da ovest a est per "indagare visivamente sull’identità di questo non-luogo."
Leonardo Bianchi
Rome, IT

Fino a non troppo tempo fa, il termine “Padania” è stato ossessivamente al centro della politica italiana. Il partito che l’ha promosso più di tutti è ovviamente la Lega: nella sua fase secessionista, chiusa qualche anno fa dall’attuale segretario Matteo Salvini, la Padania rappresentava la terra promessa da liberare staccandosi dall’Italia.

Nonostante gli sforzi dei leghisti—tra cui i “parlamenti padani,” le ampolle del fiume Po, la nazionale di calcio e il fumetto di Capitan Padania—la Padania non è mai esistita dal punto di visto giuridico, geografico e culturale.  

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Ma qualcosa, se non altro a livello visivo e di immaginario collettivo, è rimasto. Se uno pensa alla Padania pensa alla pianura, alla nebbia, al cemento, ai capannoni, alle fabbriche, allo smog, ai centri commerciali e alle rotonde in mezzo al nulla. Questo tipo di estetica è stato immortalato, ad esempio, dal progetto di ricerca fotografica Padania Classics, poi confluito nel libro Atlante dei classici padani uscito nel 2015.

Recentemente è uscito un altro libro fotografico sul tema, intitolato Padanistan. È stato pubblicato alla fine del giugno del 2022 da Guest Editions e studiofaganel, è curato da Peter Bialobrzeski con una postfazione dello scrittore Gianluca Didino, e raccoglie il progetto di Tomaso Clavarino che “indaga visivamente sull’identità di questo non-luogo.”

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Il fotografo di 35 anni, che vive a Torino, ha iniziato a lavorarci circa sei anni fa. “Ero in un momento particolare,” mi ha detto al telefono, “avevo finito un progetto fotografico sulla pedofilia clericale in Italia che mi aveva segnato e prosciugato, e sentivo la necessità di riavvicinarmi alla fotografia con leggerezza.”

Clavarino ha così deciso di lavorare sui luoghi in cui è nato. Da nord-ovest si è progressivamente spostato sempre più a est, fin quando “non ho capito che volevo dare il mio punto di vista sulla provincia del nord Italia, a partire dal concetto di ‘Padania’ stesso e dagli stereotipi visivi a esso associati. Volevo scavare su questi stereotipi e uscire dai pattern in cui siamo cresciuti.”

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Il progetto si è articolato lungo l’asse della strada statale Superiore Padana (la S11). Facendo avanti e indietro, continua, “mi sono trovato in un’area sospesa in un passato che si percepisce—su tutti quello industriale, che pure ha espresso la sua potenza economica—ma che ora sta svanendo.”

Clavarino ha anche trovato un territorio “in una fase di galleggiamento: l'identità che si era creata, o comunque rappresentata da una certa narrazione, comunque non esiste più.” In più, è una zona che secondo il fotografo “non ha nulla di unico: le foto che ho scattato potrebbero essere scattate in qualsiasi posto del mondo.”

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Un aspetto che salta all’occhio del progetto di Clavarino è l’alternanza tra i ritratti delle persone (incontrate casualmente per strada) e le foto dei paesaggi isolati, deserti e sperduti.

La scelta è stata voluta e precisa, mi spiega, perché nella pianura padana “il rapporto tra il paesaggio e la presenza umana è distaccato: tutte le persone che ho incontrato, visto e fotografato mi sembravano quasi di passaggio, quasi volatili all'interno di un paesaggio così anonimo e così sospeso nel tempo.”

Padanistan, conclude il fotografo, “non è lavoro che pensa di dare una visione del territorio padano, ma è la mia visione di quel territorio—ed è un qualcosa che per me è distante, lontano anni luce. Da questa sensazione nasce anche il titolo del libro, che si rifà a paesi che immaginiamo come lontani, diversi.”

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