Il caso dello chef arrestato per aver sperimentato con due piantine di cannabis

Carmelo Chiaramonte è uno chef siciliano che sperimenta. E negli ultimi cinque anni sta facendo un lavoro su cibo e terapia del dolore.
Andrea Strafile
Rome, IT
Chiaramonte Cannabis Arresto
Foto dal sito carmelochiaramonte.it per gentile concessione dell'ufficio stampa

Se non avete lasciato telefoni e televisioni spenti per giorni, allora avrete sentito della vicenda che ha colpito lo chef Carmelo Chiaramonte.

Giovedì lo chef siciliano, noto come "Cuciniere Errante", è stato arrestato - e subito rilasciato - con l'accusa di detenzione di marijuana e spaccio. I carabinieri hanno trovato nella sua abitazione di Trecastagni, ai piedi dell'Etna, due piante di Canapa Indiana e, successivamente, una quantità di grammi, oltre che alcuni barattoli di alimenti conservati con la marijuana stessa.

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I comunicati delle forze dell'ordine sono esilaranti: "I militari sono stati attratti dalle etichette “Santa Caterina SballOlives”, poste su un barattolo contenente olive trattate alla marijuana, oppure da una bottiglia di vino “ Kanna mang” che potrebbe provocare particolari ubriacature ma non grazie all’alcol […]

Per fare prima un po' di chiarezza: non si sa se le quantità di questi barattoli e piantine contenessero THC oltre i limiti di legge (ovvero superiore allo 0,6 %). Mentre il CBD contenuta anche nella Cannabis Light è quella sostanza con effetti prettamente calmanti, il THC oltre i limiti di legge ha effetti psicoattivi. Nonostante una legge della Cassazione che recentemente aveva fatto temere per la chiusura di tutti gli store sulla Cannabis Light nati in tutta Italia, le cose da un punto di vista pratico non sono cambiate.

Naturalmente, dopo la notizia dell'arresto dello chef Chiaramonte, la stampa si è sbizzarrita. Complice anche un comunicato dei Carabinieri del Comando Provinciale di Catania esilarante come le battute di una nonna sulle canne: "[…]Effettivamente i militari sono stati attratti dalle etichette “Santa Caterina SballOlives”, poste su un barattolo contenente olive trattate alla marijuana, oppure da una bottiglia di vino “Kanna mang” che potrebbe provocare particolari ubriacature ma non grazie all’alcol […]", si legge in una delle parti del comunicato rilasciato alla stampa.

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Mentre il mondo va avanti leggendo la notizia con stupore, interesse o svogliatezza, c'è un numero di chef e personaggi del settore gastronomico siciliano (e non), che si stanno indignando per il trattamento riservato al collega e stimato ricercatore gastronomico. Attenzione, nessuno parla di innocenza, ma che il caso rappresenti una sorta di estremo assurdo, questo sì.

"Ok, è sicuramente al limite avere delle piante in casa per la legge. Ma è ridicolo parlare di detenzione e spaccio con queste quantità. La Sicilia del food si sta muovendo per sostenerlo."

Per fare chiarezza e per chi non conoscesse l'operato di Carmelo Chiaramonte: noto chef apparso in diversi programmi TV, ha fatto della ricerca la sua vita professionale di cuoco. Il fatto che alla domanda dei Carabinieri "Perché ha delle olive conservate con la marijuana (chiamate Santa Caterina SballOlives, NdR.)?", lo chef Chiaramonte abbia risposto: "sto facendo delle sperimentazioni sugli effetti benefici della marijuana su determinati pazienti", può suonare come una scusa, ma non nel suo caso. Da cinque anni, infatti - ed è stato il punto su cui ha battuto la difesa, in maniera convincente - sta studiando insieme a medici nazionali e non come alleviare il dolore dei malati terminali. E, come mi ha detto Pierpaolo Ruta dell'Antica Dolceria Bonajuto di Modica,: "una volta arrivò da me con un profumo alla 'Pasticceria Anni '70'. Aveva sintetizzato il profumo delle vecchie pasticcerie, per farti capire".

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"Per chi non conosce Carmelo è difficile da capire. Una persona che sta facendo ricerca su un menù per i malati terminali che non riescono a deglutire non si trova tutti i giorni. E lui è così, per questo è assolutamente comprensibile", mi dice sempre Carmelo: "La cosa che dispiace di più", continua, "è il fatto che la stampa non abbia approfondito più di tanto, ma si sia buttata a capofitto su un personaggio conosciuto. Con falsità come il fatto che abbia un ristorante per montare ancora di più la storia. Carmelo non ha un ristorante, fa ricerca, è un visionario. Ne ha parlato persino il Guardian" Per concludere, Pierpaolo mi dice: "Qui si danneggia un uomo e un professionista. Provate a uscire per strada sapendo che una canna vi colora di blu. Come vi sentireste? E quanti non sarebbero blu?"

Per fare chiarezza ho sentito anche Concetta Bonini, giornalista gastronomica siciliana e conoscente di Carmelo Chiaramonte. "Mentre sono arrivati i carabinieri ero al telefono con lui", mi dice. "Il fatto che, seguito da mesi, una volta interrogato abbia risposto candidamente di avere sì delle piantine di canapa e anche altro, la dice lunga sulla trasparenza di Carmelo." Chiaramonte, è bene dirlo, è stato rilasciato quasi immediatamente dagli arresti domiciliari, ma il caso di due piantine che rappresenterebbero spaccio è quantomeno assurdo. "Ok, è sicuramente al limite avere delle piante in casa per la legge. Ma è ridicolo parlare di detenzione e spaccio con queste quantità. La Sicilia del food si sta muovendo per sostenerlo."

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Tra i sostenitori c'è anche Salvo Vicari, del ristorante Vicari di Noto. Salvo ha lanciato l'hashtag #iosonocarmelo, credendo che questa sia una buona occasione per parlare di certe assurdità e sostenere un maestro della cucina siciliana. "Io Carmelo Chiaramonte non lo conosco di persona", mi dice Salvo. "Sono rimasto colpito dall'accanimento della stampa. Che sia colpevole o meno deve deciderlo la magistratura, non un foodblogger. E ho deciso di creare l'hashtag #iosonocarmelo perché tutti noi potremmo trovarci in un caso mediatico simile. E dobbiamo restare uniti."

Numerose sono state le dichiarazioni di amici, conoscenti e colleghi. Quello che ci si può augurare, adesso, è che questo caso limite possa portare a una riflessione sulla cannabis e, soprattutto, sui suoi utilizzi benefici nella terapia del dolore e nel trattamento dei malati terminali.

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