Salute

In psicoterapia non ci vai solo se stai 'male'—ecco un po' di altre, valide ragioni

Quante volte si sentono frasi come “Dovresti farti vedere da uno bravo” o “Io non vado dallo psicologo, non sono mica pazzo”? Troppe.

di Greta Tosoni; illustrazioni di Juta
03 dicembre 2019, 9:14am

Illustrazione di Juta.

I motivi che portano a iniziare un percorso di psicoterapia sono svariati, e diversamente da quanto si tenda a credere, non riguardano esclusivamente problematiche da risolvere.

Infatti, quando si tratta di prendersi cura della propria salute è importante ricordare che possiamo approcciare questa scelta generalmente in due modi: con l’intenzione di “curare un male”, oppure puntando a migliorare il nostro stato di salute e benessere.

Per questo ogni percorso psicoterapeutico si adatta esclusivamente alle necessità e possibilità specifiche di ogni persona: c’è chi comincia con la terapia individuale, chi di gruppo, chi di famiglia, chi di coppia. Anche i professionisti sono diversi per specializzazione, approccio e rapporto professionale (pubblico, ad esempio nei consultori o nelle scuole, o privato, a pagamento), ed è fondamentale trovarne uno con cui andiamo d’accordo.

Nonostante tutte queste possibilità e i dati che confermano l’aumento di disagi psichici, sono ancora in molti a vedere negativamente la terapia—spesso anche per vergogna, diffidenza e i soliti, vecchi pregiudizi. Per fare un esempio, quante volte capita di sentire frasi come “Dovresti farti vedere da uno bravo” “Quella è fuori, ho sentito che va pure dallo strizza” “Io non vado dallo psicologo, non sono mica pazzo”? Troppe.

Quindi no, non è obbligatorio stare sempre molto male, avere grandi traumi da superare o dei problemi che minano gravemente la nostra serenità per provare un percorso di terapia, per quanto tutte queste siano giuste motivazioni. Vediamone altre insieme.

Per imparare a riconoscere, gestire ed esprimere emozioni, pensieri e comportamenti

Penso abbiamo tutti presente la sensazione di non riuscire a spiegare a parole come ci sentiamo. L’intelligenza emotiva è “la capacità di riconoscere, comprendere e vivere in modo consapevole le emozioni, proprie e altrui.” Se allenata, ci permette di dare un nome a ciò che proviamo e di parlare del mondo interiore con più chiarezza, migliorando il rapporto con noi stessi e gli altri. Ecco: immaginate la terapia come una palestra per l’intelligenza emotiva.

A questo possono aggiungersi situazioni che generano in noi malessere evidente o risultano problematiche nella quotidianità. Forti sbalzi emotivi o apatia, pensieri intrusivi, ritmi sregolati del sonno, ansia, nervosismo o variazioni importanti dell’appetito sono tutti segnali che non dobbiamo ignorare: ci dicono che qualcosa non va ed è okay chiedere aiuto.

Per aumentare l’auto-consapevolezza

Chi sono? Dove sto andando? Dove voglio andare? Prendere coscienza di sé e del proprio percorso di vita può suonare esistenziale, ma è estremamente rincuorante sapere che esista un professionista che può aiutarci a farlo.

“In terapia si trova spazio anche per le domande più scomode,” mi conferma la dottoressa Marina Oddo, a cui ho posto un po’ di domande. “Cosa sto facendo per avere la vita che desidero? Cosa mi impedisce di averla? Come posso migliorarla anche se non ho tutto ciò che desidero o non sono come vorrei? Le relazioni alle quali dono tempo ed energie mi fanno bene o mi ostacolano? Queste domande fanno paura quando mettono in luce aspetti poco piacevoli che ci riguardano, ma sono un punto di partenza per vivere una vita piena e significativa, al di là della sofferenza e delle difficoltà che sono inevitabili.

Per "obbligarti" a dedicare del tempo per te

Nel periodo storico in cui viviamo è sempre più complicato ritagliarsi del tempo per sé, ed è tendenza comune procrastinare l’affrontare questioni intime e personali che ci riguardano e ci tormentano. Avere un appuntamento fisso con qualcuno di esterno è un ottimo modo per smettere di evitarci.

Infatti “imparare a sentirsi, ascoltarsi e darsi spazio nel quotidiano è il modo più semplice che abbiamo per volerci bene ma anche il più difficile” ricorda Oddo. “Quando ci ricaviamo uno spazio—quello della terapia—per pensare a noi stessi, possiamo vedere tutto ciò di cui non ci accorgiamo nella fretta e nel rumore delle nostre giornate e ri-orientarci nel quotidiano in maniera coerente con i nostri bisogni e desideri e con il contesto in cui siamo viviamo.”

Per essere ascoltato (davvero) da qualcuno di esterno che non ti giudica

Quanto spesso facciamo l’errore di scambiare amici, partner o parrucchieri e baristi per i nostri terapisti? Il confronto con chi ci sta intorno è fondamentale, ma come sopra, è importante ricordarsi che questo è un aspetto fondamentale della terapia.

E non solo: “Avere un punto di vista diverso ci aiuta a porci domande nuove,” aggiunge Oddo. “Avere un pensiero divergente ma non giudicante è stimolante per la nostra crescita. Quando siamo in terapia ci accorgiamo che il nostro modo di pensare noi stessi, gli altri e il mondo non è l’unico possibile, e anzi ci rendiamo conto di alcuni aspetti critici che ‘essendoci troppo dentro’ non riusciamo a cogliere.”

Con un professionista c’è inoltre la necessità di annullare tutte le dinamiche proprie delle relazioni sociali comuni: non dovremo compiacere il nostro interlocutore, non dovremo ricambiare il favore e ascoltare i fatti suoi, e non servirà neppure preoccuparsi troppo a fondo di come si dicono le cose, perché il loro compito non è giudicare la persona che sei, ma aiutarti a stare bene.

Per acquisire strumenti adeguati per perseguire il tuo benessere in autonomia

Insieme al terapeuta si lavora per ridurre e/o scoraggiare comportamenti che sono parte o soluzione di un nostro disagio, costruendo delle modalità più funzionali di agire nel quotidiano. Fare “autoterapia” (ab)usando cibo, alcol, droghe, sesso ecc. come medicina per l’anima o come anestetizzante per pensieri ed emozioni può infatti apparire risolutivo, ma il più delle volte non solo aggrava e mantiene il nostro disagio, ma risulta proprio il modo in cui esso si manifesta.

Ad esempio, in terapia si può acquisire l’abilità di risolvere conflitti di diverso tipo e in diversi ambiti (a lavoro, nelle relazioni, in famiglia) o di comunicare in maniera efficace e consapevole. Si può inoltre migliorare la propria flessibilità cognitiva, ovvero l’abilità di modificare le nostre azioni o abbandonare comportamenti controproducenti (in particolare nelle relazioni), o al contrario persistere in un’azione scomoda/faticosa perché in linea con i nostri valori. La psicoterapia prima o poi finisce, ma ci lascia una risorsa importante per fronteggiare anche gli eventi più inaspettati e/o potenzialmente dolorosi nel migliore dei modi.

Per affrontare questioni interne che il tempo non può guarire

“Tante volte si spera che le cose si sistemino da sole, perché ci proviamo in tutti i modi a stare meglio, ma la verità è che più facciamo passare del tempo più ci abituiamo a stare male,” racconta la dottoressa Oddo. Quando si tratta di disagi, sofferenze e difficoltà che vanno trattate, non è bene rimandare.

“All’ansia ci si abitua, alla tristezza ci si abitua. Ci si abitua a stare a casa, a rifiutare gli inviti per paura di un attacco di panico. Ci si abitua ad essere calpestati o alla paura cronica di essere traditi,” aggiunge. “Ci abituiamo così gradualmente a certe cose che alla fine non ricordiamo più com’era prima e crediamo che non ci siano alternative possibili. Ma non è così. Possiamo scegliere, possiamo scegliere di investire le nostre forze su ciò che invece possiamo cambiare, su ciò che invece possiamo ottenere.”

In sostanza: troppo spesso pensiamo che vivere, crescere, andare avanti, cadere, rialzarsi, cambiare e tutto il resto sia qualcosa di semplice e scontato. Quante volte sottovalutiamo le energie e gli “psicogrammi” che consumiamo per qualsiasi nostra azione o pensiero, dalla più insignificante alle più gravose, e non riconosciamo che è più che lecito (persino un diritto) decidere di farsi dare una mano a gestire il tutto dalla sala di regia.

Come mi ha detto in conclusione Oddo, “Andiamo in terapia non (per forza) perché siamo fragili, ma perché siamo umani.”

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