Tutte le recensioni di febbraio

Una comoda classifica di tutti gli album che abbiamo recensito il mese scorso, in caso vi foste persi qualcosa.
1.3.18
Foto di Steffen Zahn, via Flickr. [CC BY 2.0]

Le recensioni sono una cosa strana, una specie di forma d'arte molto difficile da trattare. Guidare l'ascolto di un album è una grossa responsabilità. Noi cerchiamo di pubblicarne una ogni giorno, e ogni volta lo facciamo con un misto di orgoglio e titubanza. Ora abbiamo pensato che, per rendere il tutto un po' più interessante, fosse il caso di stilare una classifica a fine mese di tutti gli album che abbiamo recensito. Così, visto che oggi nevica un po' dappertutto e di sicuro passerete la serata in casa, magari potete riascoltarvi una nuova uscita che vi eravate persi.

Eccola la classifica delle recensioni del mese, che poi sarebbe in un certo senso la classifica dei dischi del mese.

16. GusGus - Lies Are More Flexible

Che cosa è successo ai GusGus di Arabian Horse? Perché io mi ricordavo un disco bellissimo e un progetto rispettabilissimo e ora esce questo disco così… brutto? Così triste?

15. Justin Timberlake - Man Of The Woods

Giustino, ci stai trollando o una strega ti ha trasformato nella versione country di Robin Thicke?

14. Superchunk - What A Time To Be Alive

I Superchunk sono potenti come sempre, ma non riescono a salvare l'indie rock dalla pensione.

13. Fluxus - Non Si Sa Dove Mettersi

Il ritorno delle leggende post hardcore anni Novanta è amaro, paranoico, suggestivo ma a tratti troppo conservatore.

12. Decibel - L'Anticristo

Ritornano i Decibel dopo appena un anno dal buon successo di Noblesse Oblige, disco che in qualche modo li ha fatti tornare alla ribalta, e già siamo stupiti del fatto che “gli zii del punk italiano” siano così frizzanti da rimettersi subito in gioco senza alcun timore del pubblico.

11. Rejjie Snow - Dear Annie

Questo disco ha una cosa che lo rende molto contemporaneo: è praticamente una playlist dalla quale ognuno potrebbe scegliere i suoi pezzi preferiti. Venti pezzi infatti sono decisamente troppi e in questo caso troppo vari.

10. The Soft Moon - Criminal

Come forse saprete, io sono molto critico quando si tratta di musica di revival o in linea generale derivativa. Il più delle volte è una merda, davvero. Nel senso che ok, magari all'epoca dei Joy Division voi non eravate ancora nati, quindi i loro cloni non vi infastidiscono, oppure proprio non sapete che cosa state ascoltando perché magari vi siete formati musicalmente scaricando roba a caso. Non è neanche colpa vostra, tutto sommato.

9. Portal - ION

È successo l'impensabile: i Portal hanno pubblicato un album in cui il loro caos cacofonico diventa quasi intelligibile. Quasi.

8. Fu Manchu - Clone Of The Universe

Siamo nel 2018 e davvero serve scrivere di un disco dei Fu Manchu? Dove avete vissuto fino ad oggi, sulla Terra? Magari sobri, e pure in città? Scelte di merda, quando esistono il deserto e il THC. È venticinque anni che i Fu Manchu lo predicano: un paio di bombe, gli Orange aperti al massimo, il Mojave a perdita d’occhio.

7. ['selvə] - D O M A

La band screamo/black di Lodi abbandona per un attimo l'assalto frontale per un EP più meditativo e dilatato, e le riesce benissimo.

6. Nils Frahm - All Melody

Basta feltro sui martelletti del pianoforte per non fare casino, Nils Frahm ora ha uno studio tutto suo e si diverte come un bambino.

5. Hieroglyphic Being - The Red Notes

Nella musica di Hieroglyphic Being non c'è spazio per la negatività, ma soltanto per beat accoglienti che puntano all'abbandono e alla presa bene.

4. Zs - Noth

Oh, meno male, va'. Meno male che esistono dischi come questo, che non hanno bisogno di recensioni e recensori, dovrebbero essere tutti così. Perché dico così? Perché Noth dei famigerati Zs di Patrick Higgins, Sam Hillmer e Greg Fox, ora un quartetto con l'aggiunta di Michael Beharie alle manipolazioni elettroniche, si recensisce da solo. Cosa vuoi dire su questa compilation di schiaffazzi registrata live all’altrettanto famigerato Café Oto, in quel di Londra? Nulla.

3. Jung An Tagen - Agent Im Objekt

Fortunatamente l'Austria non produce solo grandissime teste di cazzo razziste, ma anche dei capoccioni multiformi che con la loro concezione di musica elettronica astratta e nello stesso tempo “molecolare” (cioè proprio collegata a discorsi fisico-matematici e per questo naturali, perché la natura è chimica) sono in grado di aprire la mente e abbattere ogni frontiera.

2. Bad Gyal - Worldwide Angel

C'è un po' di confusione su quello che Bad Gyal fa e rappresenta. Fondamentalmente, è una ragazza catalana che canta con l'autotune su basi che devono in egual misura al reggaeton e alle tradizioni dancehall e dembow, così come all'elettronica luminosa ridotta all'osso che alla Giamaica deve tanto di scuola Mixpak. Unisce quindi lingue e stili, Bad Gyal, felice di ballare e far ballare affermandosi ambasciatrice del perreo portoricano e del wine giamaicano.

1. U.S. Girls - In A Poem Unlimited

Prendete alcuni dei pezzi più riconoscibili dei gruppi vocali femminili americani degli anni Sessanta, pescando a mani piene dal vaschettone dei grandi successi. "Leader of the Pack" delle Shangri-Las. "Be My Baby" delle Ronettes. "Then He Kissed Me" delle Crystals. Ora prendete i loro testi e rimuovete chirurgicamente qualsiasi retaggio di sottomissione post-bellica potessero contenere. Sostituiteli con la narrazione biografica di una ragazza che riesce, impassibile, a parlare del modo in cui le donne e gli uomini si relazionano all'interno del precario contesto socio-politico americano come se fosse la cosa più naturale del mondo. Metteteci sotto musica che parte da quel rock and roll e quel pop dei tempi andati, li fa passare per il colino della disco anni Settanta e dell'R&B anni Novanta, e avrete qualcosa che assomiglia a In a Poem Unlimited.