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Capire i testi de Lo Stato Sociale

Un'esplorazione del mondo lirico di Lodo Guenzi e compagni, tutto stereotipi, amore, lavoro e risentimento, dopo che ha quasi sbancato Sanremo.

di Elia Alovisi
15 febbraio 2018, 12:58pm

Foto di Iosonopipo.

L'opinione per cui qualsiasi pubblicità sia buona pubblicità ha origini nebulose. È impossibile stabilirle con certezza, ma potremmo azzardare che stiano in un aforisma che si trova più o meno all'inizio de Il Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde: "Al mondo esiste una sola cosa peggiore dell'essere oggetto di conversazione, ed è il non essere oggetto di conversazione". Era il 1890 e l'idea di immagine pubblica, legata a quella di fama, stava appena cominciando a prendere forma nella coscienza collettiva.

Più di cent'anni dopo, in un'intervista, Lodo Guenzi ha parlato a Rockit di quello che il suo gruppo fa. "Il nostro tentativo è creare uno scontro vivo, di far succedere qualcosa", ha dichiarato. "Uno può anche dire mi fa schifo, ma lo dice perché qualcosa succede". E ancora non erano famosi, i ragazzi de Lo Stato Sociale: parlavano a una nicchia in maniera spudoratamente autoreferenziale, e così esaltavano chi in essa si identificava e illividivano chi la considerava dannosa. Ne aveva parlato benissimo Francesco Alessandri in questo articolo, ancora oggi perfetto per inquadrare i motivi per cui Lo Stato Sociale ha fatto incazzare tante persone quante ne ha ammaliate con il suo frullone di melodramma, ironia e caciara:

"La voce che parla in questo disco è quella di uno che nutre un forte risentimento verso il mondo esterno, sinistra compresa, antagonismo compreso, e verso il gioco di ipocrisia e arrivismo sociale in cui tutto è completamente immerso. [...] È come se avendo perfettamente chiari quali sono i mali del mondo, dell’Italia e della sua generazione, invece di adoperarsi per un cambiamento o per abbatterli, si limitasse a sfotterli e a farglieli pesare."

Di tutto questo, al pubblico italiano, è fregato molto poco negli ultimi anni. Chi li odiava ha continuato a odiarli, mentre loro sono andati avanti a descrivere sfighe amorose e sociali come hanno sempre fatto, cioè secondo la logica dell' oh-mio-dio-è-proprio-così ("Ti sento dire questa cosa, la riconosco, confermo l'immagine che ho di me e del mondo"). Così facendo, hanno continuato a trovare orecchie disposte ad ascoltarli fino ad accumularne abbastanza da giustificare la chiamata di Sanremo luogo perfetto per musicisti simpa ma anche un po' impegnati, dai Pitura Freska ad Elio e le Storie Tese, così che si possa fingere di parlare davvero di qualcosa restando negli accomodanti limiti del politicamente corretto e culturalmente innocuo.

"Una vita in vacanza" de Lo Stato Sociale è arrivata seconda, dato che secondo la scala di valore delle idee condivisibili in televisione "il terrorismo è brutto" > "quei guasconi degli italiani non hanno voglia di lavorare". La vittoria di Ermal Meta e Fabrizio Moro si inserisce in un filone di priorità data al messaggio i cui recenti predecessori sono Emma con il polpettone anti-crisi "Non è l'inferno", gli Stadio con il volemose bbene padre-figlio di "Un giorno mi dirai" e Francesco Gabbani con l'ironia anti-appropriazione culturale di "Occidentali's Karma". Ma se Gabbani aveva scritto un testo abbastanza sfumato nel suo pastrocchiare da lasciar trasparire un certo non-detto, Lodo e compagni si sono limitati a fare quello che hanno sempre fatto: scrivere un ritornello ammiccante, dire cose che avrebbero fatto dire al pubblico informe "hey, conosco questa parola!" e fare una baraccata sul palco per sottolineare la pretesa assenza di serietà del loro gesto musicale.

Ho pensato quindi di fare un bel lavoro di analisi testuale per capire un pochetto come possono fare, i ragazzi, a migliorare la loro proposta lirica così da conquistare veramente i cuori della nazione. Il corpus su cui andrò a lavorare saranno le canzoni inserite nel loro greatest hits Primati, pubblicato proprio in occasione di Sanremo. Questo, perché non ho assolutamente voglia di ascoltare per intero i loro album è presumibilmente il compendio perfetto che loro stessi hanno voluto creare per presentarsi al grande pubblico.

La prima cosa di cui mi sono reso conto è che i macro-temi che animano le loro canzoni sono, essenzialmente, i seguenti:

1) Gli stereotipi
2) L'amore
3) Il lavoro
4) Il risentimento

Il problema è che questi non sono compartimenti stagni, e non posso mica fare come vorrei, cioè un bell'articolo ordinato secondo quattro paragrafoni coi titoli grossi in cui analizzo questi punti cardinali dell'universo semantico dello Stato Sociale. Proprio come il sottilissimo impasto di una sfogliatella napoletana che si piega e ripiega su sé stesso, anche questi macro-temi si appoggiano l'uno sull'altro fino a creare un croccante, benché stucchevole, unicum.

L'unica cosa che posso fare, quindi, è percorrere assieme a voi le canzoni più significative di Primati in cerca di quella che incarna meglio ciò che Lo Stato Sociale scrive, il morso centrale con la perfetta ratio impasto-crema della sfogliatella, la canzone in cui stereotipi, amore, lavoro e risentimento scatenano una reazione a catena ed esplodono in una celebrazione della più pura italianità. Per ognuna ho stabilito la composizione, secondo i quattro criteri di cui sopra, e ho selezionato il verso più Stato Sociale del suo testo.

"UNA VITA IN VACANZA"

Composizione: Stereotipi x Lavoro x Risentimento
Verso più Stato Sociale: "Per un mondo diverso / Libertà e tempo perso / E nessuno che rompe i coglioni / Nessuno che dice se sbagli sei fuori"

Il ciclo dell'ironia, un po' come la fede, funziona in modi misteriosi. Un momento sei un pagano che stacca la testa ai polli con un morso, il successivo sei un civilizzato credente membro funzionante di una società; un momento Lo Stato Sociale ti irrita come l'ortica, il successivo sei lì che canticchi UNA VITA IN VACANZA L'ESTATE CHE AVANZA con gli amici mentre vi dite che "dai non era poi così male". Questo succede, in un certo senso, per una resa: una volta che il personaggio x approda al porto della fama nazionale, che senso ha continuare a combatterlo? Tanto vale renderlo una gag, così che ci sia al contempo familiare ed estraneo: "ti conosco bene, ma non voglio avere davvero a che fare con te", ci diciamo in testa. Ma c'è anche un elemento di vittoria: "Ora non sei più a dar fastidio nella mia cosa: sei di tutti e quindi di nessuno, e ormai innocuo".

"Una vita in vacanza" è per Lo Stato Sociale quello che "Riccione" o "Da sola / In the Night" sono state per Tommaso Paradiso: il punto critico in cui l'ironia si tramuta in affetto, in cui l'arrendevole listone di lavori cool e giovani da cantare stonati si fa momento di riconoscimento collettivo nazional-popolare. Lo stereotipo è quello del "Gli italiani non hanno voglia di lavorare, ma son furbi e si inventano sempre qualcosa per sbarcare il lunario"; il risentimento è una patina che copre tutta la canzone in un incomprensibile ripiegarsi di riferimenti che impedisce all'ascoltatore di capire se Lodo e compagni siano genuinamente intenzionati a dire che gli influencer dovrebbero andare a lavorare, o se stiano solo ironizzando su chi sostiene che gli influencer debbano andare a lavorare.

"SONO COSÌ INDIE 2018"

Composizione: Stereotipi x Risentimento
Verso più Stato Sociale: "Sono così indie che costruisco una carriera sulle canzoni ad elenco"

In "Sono così indie 2018", tra un'apparizione del Jova e una della Mara nazionale, Lo Stato Sociale ironizza sulla sua stessa ironia creando un orizzonte degli eventi ironico che, una volta oltrepassato nulla lascia più fuoriuscire. È forse uno dei brani in cui la figura dello stereotipo irrompe in modo più prepotente nel testo, pimpando la ride di Bebo per il mondo del musicista alternativo che però alternativo non è con tutta la forza di uno status acquisito ma auto-distrutto a forza di ovvietà: è una polemichetta sulla polemichetta che utilizza il termine "polemichetta".

"Sono così indie", semplificando, parla dell'Italia che si indigna: ma lo fa indignandosi lei stessa, e propone quindi con particolare intensità il gioco di auto-critica piaciona di difficile lettura che sta alla base di gran parte del materiale lirico dello Stato Sociale. Ci sono? Ci fanno? "Adesso facciamo quel cazzo che ci pare", canta Bebo, confermandoci che non avremo mai una vera risposta o presa di posizione da parte sua e dei suoi compagni di band. In cambio, però, avremo sempre più guest star ironiche.

"FACILE (FEAT. LUCA CARBONI")

Composizione: Stereotipi x Amore
Verso più Stato Sociale: "Ed i gay sono tutti sensibili ed i neri hanno il ritmo nel sangue / Le donne sono tutte intelligenti, il cervello degli uomini è nelle mutande."

"Facile" si apre con una delle caratteristiche fondamentali della scrittura dello Stato Sociale, cioè il buttarla in vacca: l'incipit non è un motto pensato per stupire, ma un semplice "Pararara pararara pam pam", equivalente dell'epico e liberatorio "ALÉ!" che stava all'apice di "Occidentali's Karma" di Gabbani. Il pezzo è costruito secondo una grande categoria della scrittura d'amore, l'opposizione atta a esprimere un sentimento di ineffabilità: inverno/estate, notti/giorni, albe/tramonti, amore/odio, e così via. È uno stratagemma facile, proprio come il titolo e la relazione che il testo racconta: mi fai stare così tanto che non so come mi fai stare.

A condividerla sono due tizi che capiscono com'è che funziona, in opposizione agli "idioti" che la voce narrante incontra "sui treni", portatori di ulteriori stereotipi socio-politico-folkloristici. "I comunisti hanno tutti la villa in Versilia / In Italia non c'ha memoria neanche un elefante", si dice, ma subito dopo si afferma la loro natura di "Discorsi del cazzo": senza, però, proporre lo straccio di un discorso non del cazzo.

"BUONA SFORTUNA"

Composizione: Amore x Risentimento
Verso più Stato Sociale: "Vorrei non ti facessero mai male le gambe quando torni dal lavoro / Ma avessi una fitta al ginocchio mentre ti pieghi per fare l'amore."

Qua Lo Stato Sociale insegue un altro grande topos della scrittura triste, rivelando il suo lato più teen: il "tu mi hai mollato, e sei stata stronza per qualche motivo, e quindi io ti auguro solo il peggio". Il risentimento, in "Buona sfortuna", si applica all'amore e va ad alimentare l'autostima della voce narrante, proprio come nel migliore emo piagnucolone strappalacrime dei primi anni zero.

La voce narrante si immagina, per quella che un tempo era la sua dolce metà (su cui applica la propria autorità ricordando che le metteva le mani sotto la gonna, come a dire "ci sono stato prima io"), una storia d'amore deludente, una giornataccia di nebbia e pioggia, una tinta per capelli venuta male, una vita triste e non il dolore piacevole del sudato lavoro: la "fitta al ginocchio mentre ti pieghi per far l'amore", in un voodoo monomaniaco celato dalla spensieratezza della materia sonora su cui è imbastito.

"ERI PIÙ BELLA COME IPOTESI"

Composizione: Amore x Lavoro
Verso più Stato Sociale: "Amarsi più forte di lavorare / Avere sempre meno ore / Che davvero non c'è tempo, non c'è tempo / E sei tu il tuo tempo migliore."

Nel mondo testuale de Lo Stato Sociale, gli italiani rientrano in due grandi categorie: quelli che fingono di lavorare e potrebbero anche smettere, e quelli che non trovano lavoro e quando lo trovano si sbattono una cifra per una miseria e quindi si buttano via e non hanno tempo di vivere davvero, e quindi di amare davvero. "Sei davvero stanca e hai perso gli occhi in una banca", dice la voce alla sua interlocutrice, confortandola mentre si rende conto che, ora che ha "un contratto nuovo come protesi", non può più condurre l'esistenza che voleva, tutta "piangere", "urlare", "morire di vino", "spaccare i vetri".

Sembra un lamento continuo, l'opinione de Lo Stato Sociale sul lavoro, sia che si tratti della fuffa de "Una vita in vacanza" che di quello vero, considerato uno sparo nelle gambe della vita vera, tutta sentita e gridata e urlata e giovane e incontenibile. È l'imposizione di uno standard di gioia all'ascoltatore da parte di una voce narrante felice di fantasticare mentre si crogiola nella propria idea di perfezione irraggiungibile.

"IN DUE È AMORE IN TRE È UNA FESTA"

Composizione: Amore x Stereotipi
Verso più Stato Sociale: "Io ti amo / Ma tu sei vegana."

La parte femminile della coppia protagonista di questo "In due è amore in tre è una festa", suggerimento di threesome totalmente assente nella materia parolistica di cui è formato il testo, afferma candidamente la natura della relazione che la lega alla voce narrante: "Se stiamo insieme / Dev'esserci un cliché". E rieccoci, quindi, pronti a giustificare il nonsense esprimendolo in quanto tale: un dada mancato che evoca attorno a sé un sistema di valori che prende per il culo ma, al contempo, accetta e abbraccia come propri.

Questo brano è una sorta di orgione semantico in cui la provocazione a caso ("Io ti amo / Ma tu sei vegana") ha la stessa valenza dell'utopia gratuita di "un mondo dal disordine pulito senza venditori e preti". Il tempo si rarefà: "Son quattro anni che ti amo", e poi sono "dieci stagioni". l "Pe-pe-pe-pe" lo scandiscono, motori immobili ballerecci in una volta celeste che la coppia della canzone scruta, senza ben sapere perché.

"AMARSI MALE"

Composizione: Stereotipi x Risentimento x Amore
Verso più Stato Sociale: "Ti va se dopo la partita facciamo l'amore? / O quando hai un po' di tempo cuciniamo una torta e la mangiamo da nudi?"

La concezione d'amore de Lo Stato Sociale, come quella di molti altri loro colleghi, è così melodrammatica da risultare inscindibile dallo stereotipo che cerca di decostruire nel suo svolgersi testuale. Così come in "Eri più bella come ipotesi", il nemico principale è il tempo che non c'è: "Leggiamo una guida di un posto lontano dove non andremo mai", propone il Lodo con amara ma pacifica rassegnazione. Si pone come bianco educato con un buon potere di spesa, così come la maggior parte del suo pubblico, e snocciola tutti gli stereotipi di coppia che la categoria porta con sé: il cibo sano e vegano ("tofu" e "seitan"), la "pizza gourmet", "l'agriturismo", il "film di cui parlano tutti" da andare a vedere. Ama così, Lodo? O accusa chi ama così usando la prima persona plurale? O è indeciso? Come abbiamo ormai imparato, nella scrittura dello Stato Sociale non importa molto: l'importante è dire le cose, non proporre dei modi per cambiarle. In questo caso, ce ne sarebbero diverse: mollarsi sarebbe la più semplice.

"MI SONO ROTTO IL CAZZO"

Composizione: Stereotipi x Amore x Lavoro x Risentimento
Verso più Stato Sociale: "Mi sono rotto il cazzo anche di me stesso / Che mi conosco fin troppo bene e ho ancora tutta la vita davanti / Che cazzo faccio da qui fino alla pensione / Che poi mica me la danno."

Ed eccoci finalmente arrivati al cuore pulsante dello Stato Social-ismo. La voce narrante si è rotta il cazzo, non ne può più, e insomma, basta. Ma basta con ogni cosa, con l'amore e con i dischi, con il lavoro e con gli sprechi, con la politica e con la democrazia, in un'enumerazione totalizzante che può a sua volta venire descritta solo tramite un'altra enumerazione. È una canzone così colma di stereotipi che si ripiega su sé stessa ed esplode sputando shrapnel di indignazione e auto-ironia.

L'amore liquido non va bene, deve essere immobile e definito: il "frequentiamoci senza impegno" fa schifo, ed esplode in un odio verso l'evanescente categoria dei "codardi con l'amore degli altri". E fanno schifo le "signorine" che non sanno cosa fare e spendono soldi per "i peli del culo", i "trentenni" mantenuti che vanno all'estero a fare i camerieri, la sinistra e la destra, i palestrati e i lavoratori. E non va bene neanche la voce narrante stessa, che si fa schifo da sola, e vomita schifo, e ride di schifo, e parla di schifo, e trova gioia e bellezza nell'espressione dello schifo. Si è rotta il cazzo, vuole rompere i coglioni ed è felice che i suoi le vengano rotti a sua volta.

E così facendo, questa voce, si annulla. Rappresenta perfettamente l'astio autocompiacente alla base della scrittura dello Stato Sociale, quello che si alimenta denunciando la denuncia, ironizzando sull'ironia fino a creare un moto perpetuo di rottura di cazzo espressa e subita. È un messaggio così forte nel suo vuoto contenutistico da risultare sincero. E quindi da farci stancare di rompere il cazzo allo Stato Sociale, che ormai ha dimostrato di non avere niente da dire se non quello che ha sempre detto: che facciamo schifo, ma col sorriso e strizzandoci l'occhio convinti di essere più belli e bravi di tutti gli altri stronzi che non sono noi.