Recensione: Monofonic Orchestra - Post_Human Folk Music

Maurizio Marsico riprende la ragione sociale del periodo Italian Records e sfodera un disco di pre-musica post-umana allucinata e attualissima.
Demented Burrocacao
Rome, Italy
12.3.18

Finalmente il grande momento è arrivato: la Monofonic Orchestra è tornata. Maurizio Marsico, dopo essere rientrato in pista alla grande con un paio di mine antiuomo come la raccolta The Sunny Side of the Dark Side e Nature Spontanee con il prode Sinigaglia, stavolta riprende la ragione sociale del periodo Italian Records: ma non si tratta di nostalgia new wave o no wave o prevedibili post cazzate simili, affatto. La Monofonic è quello che deve essere ora e qui, in questa era di follia sottocutanea, di allucinazioni direttamente ficcate nel reale, in cui la droga è legata alla visione e in cui l’orecchio rappresenta un modo per entrare e uscire da questa visione senza rimanerne uccisi.

E in effetti la musica contenuta in questo disco rappresenta una pre-musica, un rigurgito di una società che ha fatto dell’analogico e del digitale due miti insensati che Marsico frantuma, riassembla, spala, monta e smonta con l’ironia studelinquenziale che era propria dei suoi ex compagni di avventure Tamburini e Mattioli.

Immaginate una specie di skip fra le ere storiche della sperimentazione sintetica colta italiana degli anni Sessanta/Settanta che precipita negli Ottanta del funk e dell’electro; poi si abbatte contro il muro di gomma dei Duemila in cui forse la superficialità acquista un nuovo valore colto, in cui la voce umana diventa il vocoder stesso, come se alla fine la macchina fosse più, ecco, divertente e viva e soprattutto più attenta dell’uomo, addirittura tanto disincantata da essere lei stessa il futuro della specie, una specie, quella umana, che è vicina alla resa per stanchezza secolare.

La rivoluzione passa quindi attraverso il mostro di Frankenstein, come se Castiglioni improvvisamente si mettesse una tuta per fare trap a modo suo: Marsico da grande maestro qual è non perde tempo a farci vedere quanto è fico e quanto la sa lunga, ma lavora su una cosa che pochi oggidì hanno capito: l’importanza del vuoto, NON SENTIRE PER SENTIRE. Ce n’è a bizzeffe in questo disco, un vuoto frutto di una continua improvvisazione punktronica ed è una forza che ci permette di respirare e di ripensare la stessa musica in esso contenuta come una cosa necessaria quanto l’acqua di una fogna che viaggia verso il fiume.

Pensata all'inizio come sonorizzazione di un’installazione a cura di Silvia Massa Studio, ha preso vita propria come anche la cover-non-cover di "A Rainbow in Curved Air" di Terry Riley trasformata in “An Eyebrow in Cursed Fair”. Diciamolo, Marsico si smaterializza piano piano in questi suoni come in un teletrasporto di Star Trek, o come nella foto interna in cui viene ritratto durante un concerto in streaming per il BABA Fest, dove anche non essendo presente in loco era più reale del reale, quasi a grandezza naturale pur essendo fuori scala.

La ricerca è questo, inglobare e sputare, dimenticarsi chi si è e farselo ricordare da quello che esce fuori con la curiosità di vedere che cazzo succede. Da una fotocopiatrice, d’altronde, può uscire un robot: Ranxerox insegna. Znort.

Post_Human Folk Music esce il 30 marzo per Spittle New e Goodfellas.

Ascolta "An Eyebrow in Cursed Fair" su YouTube:

TRACKLIST:
1. Sticky Metal Tiles
2. An Eyebrow In Cursed Fair
3. Another Eyebrow In Cursed Fair

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