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opinioni

Vasco e Paolo Villaggio mi hanno fatto finire in un incubo nazional-popolare

Ma quindi Vasco Rossi e Fantozzi piacciono proprio a tutti-tutti-tutti?

di Vincenzo Marino
04 luglio 2017, 8:00am

Ieri, mentre scorrevo la mia timeline di Facebook, mi sono imbattuto in una foto postata dal profilo pubblico di un noto marchio di birra. Sfondo nero, font del brand: "Oggi, familiare di Peroni gelata per tutti." Il riferimento è alla famosa scena di Fantozzi della partita con la frittata e il rutto libero. L'occasione, la morte di Paolo Villaggio.

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Tra i primi commenti al post di Ceres c'erano soprattutto social media manager che commentavano positivamente l'idea e parlano di cose tipo brand awareness. Più sotto, decine di utenti che si complimentavano con una birra per il toccante ricordo dedicato a un artista. "Bello l'omaggio e bello il fatto che siete sempre i creativi numeri uno, anche in queste occasioni!!"

Mentre scrivo, la parte emersa di questo paese—racchiusa in post come questo, in quelli di tutti gli altri e nei titoli dei giornali online—sta celebrando Villaggio come seconda tappa di una mini-crociera che ha lasciato il porto ieri mattina dopo aver fatto il giro attorno al Modena Park per tutto il weekend.

Sabato e domenica sono stati i giorni di Vasco Rossi, che ha deciso di celebrare i suoi 65 anni con un mega-evento da 220mila persone e una prima serata su RaiUno da 5 milioni e passa di spettatori. E malgrado Vasco Rossi sia ancora vivo, la celebrazione social dell'evento ha assunto la magniloquente e ineludibile forma di una specie di funerale di massa, gioioso, totale.

Nell'arco di 72 ore però, al di là di qualche sparuto status ironico, non ho visto una sola critica nei confronti di Vasco. Come, appunto, se fosse morto. Come fosse stato Paolo Villaggio. Le critiche anzi sono state riservate a chi, come un altro Paolo (Bonolis), ha osato interrompere la funzione e a fare ombra al Disegno mentre si compieva su un palco in Emilia Romagna, tra Maddalena Corvaglia e cinquantenni in bandana rossa. "Smettila di parlare."

Il risultato, comunque sia, è che da circa tre/quattro giorni le nostre agende mediatiche e le nostre interazioni sociali sono sostanzialmente occupate da celebrazioni nazional-popolari: una gigantesca ola che parte da "Lalalà fammi godere" e arriva a "Vadi, contessa: vadi!"

Ho visto politici, giornalisti, gestori di pagine Facebook, conduttori tv, YouTuber, influencer a vario titolo, gente comune, portavoci di ministri, pubblicare messaggi commossi sul concerto di Modena, per poi magari spostarsi di peso sulla morte di Villaggio. Un coro. Quello che non ho visto e che mi aspettavo, invece, è una sola—e anche solo velata—parola di critica. A qualcuno o qualcosa. Non gratuita né provocatoria: una parola diversa.

Quante analisi del Vasco Rossi cantante, del Vasco Rossi artista, del Vasco Rossi fenomeno sono state pubblicate, nelle ultime ore? Quante ne avete viste in giro? E quante stizzite reazioni avete letto nei commenti di chi ha provato a porsi un dubbio sacrilego come "Ma perché vi piace Vasco Rossi? Cos'è che vi attira, di preciso? E perché ogni volta che penso ai suoi fan mi si genera in testa, luminosa e semovente, la figura di un grossissimo cartello di divieto d'accesso?"

È come se quella di questi giorni fosse un'ossequiosa falange talmente lunga e snodabile da includere CHIUNQUE, talmente accogliente da non concedere udienza alla minima critica. Ragionata o meno, sprezzante o analitica. Come se l'atto dell'esprimere un pensiero critico fosse stato demandato alla sola categoria umana della quale proprio non vorremmo fare parte: quella dei cattivi.

Ed è un discorso, che, circostanziato o meno, vale in queste ore in cui si ricorda la scomparsa di Paolo Villaggio—la cui sola critica di cui ho contezza, al momento, fa capo a questo tweet del collettivo Wu Ming Foundation che non saprei esattamente come definire.

Che alla fine è stato interpretato come un irrispettoso squarcio nelle sacralità di ieri, e che è stato—chiaramente—oggetto di critiche stizzite, meritate o meno.

Intendiamoci: negli ultimi tempi di studi sul conformismo accelerato dell'Era di Internet ne sono stati condotti letteralmente a decine e non c'è bisogno di rispolverare autori da "Sociologia Uno" come Lippmann per spiegare come si forma un pensiero di massa, e come si crea un eroe socialmente riconosciuto.

Voglio dire—in casi del genere, da sempre, forse è molto più facile e socialmente conveniente aderire alla massa piuttosto che metterla in discussione, specie quando la diffusione di pensieri e opinioni è così capillare che può raggiungerti anche mentre sei in bagno.

Ma visto così, il flusso di queste ore mi fa pensare che mai come adesso TUTTO il paese si stia riunendo in una solenne veglia per celebrare il proprio orgoglio nell'essere popolare, condiviso, nell'estasi di sentirsi finalmente italiani medi, affratellati in un minimo comune denominatore—perché "Alba Chiara" in spiaggia da ragazzini l'abbiamo cantata tutti, perché "La corazzata 'Kotiomkin' è una cagata pazzesca," perché non possiamo non dirci quello che vogliamo, purché sia condiviso.

E non importa se, personalmente, io sia non-fan di Vasco Rossi solo la metà di quanto sono non-fan di Antonio Ricci, né se non ho critiche di sorta per Villaggio—o quanto meno per l'opera di Villaggio in sé. Sto solo cercando di fare un ragionamento generale.

Sto cercando di riflettere su questa verosimile assenza di critica. E non trovandone, sto pensando a come si possa essere arrivati a questa specie blocco. Non lo so: magari mancano delle alternative culturali—o controculturali—davvero credibili? Magari è più semplice adagiarsi su posizioni comuni, per amore del comfort? O magari è perché la politica e la pubblicità ormai parlano esattamente come noi, citando i nostri stessi eroi, e confermandoci il fatto che abbiamo ragione anche quando non è vero?

O magari dire "ok", semplicemente, oggi è più figo di un "no"?

Non saprei. Forse però nel momento in cui ci riconosciamo in massa nell'epitaffio di una birra vuol dire che non stiamo andando nella direzione giusta, ossia ognuno verso la propria.

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