Lo stupido colpo di pistola che mi ha portato a 27 anni di prigione

Continuo a pensare a Tremain e a quello sparo—l'azione terribile, imperdonabile e irreversibile commessa dal me stesso 17enne.

di Lawrence Bartley; illustrazioni di Tyler Boss
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mag 7 2018, 4:00am

Presto uscirò dal carcere per la prima volta in 27 anni. Mi sto preparando da tempo per questo giorno e so esattamente come andrà: mia moglie mi verrà a prendere ai cancelli di Sing Sing e mi porterà in macchina fino a Hudson Link, il programma di istruzione universitaria in carcere tramite il quale ho preso la laurea. Lì ci saranno una giacca e un computer ad aspettarmi. Poi guideremo fino alla motorizzazione; da tempo studio per lo scritto della patente. Mi dicono che per fare qualsiasi cosa in motorizzazione ci voglia una vita, ma spero di finire in tempo per andare a prendere mio figlio a scuola.

Per tutto il tempo penserò a Tremain Hall. E al ragazzo che ero 27 anni fa, prima di finire in carcere.

Avevo 14 anni quando i miei genitori hanno divorziato. Mio padre ed io ci siamo trasferiti dal nostro quartiere benestante di Laurelton nel quartiere povero di Jamaica, sempre nel Queens. Era un posto con tutti gli elementi tipici del ghetto urbano: le scarpe da ginnastica penzolanti dalle linee telefoniche, le strade punteggiate di siringhe e i palazzoni che stavano in piedi per miracolo.

La gente guadagnava quello che riusciva, come riusciva. Se non eri abbastanza fortunato da avere un lavoro fisso, e a volte anche se lo eri, ti toccava arrangiarti. Che si trattasse di spacciare o fare rapine, c'erano dentro sia giovani che meno giovani.

Per i ragazzini ingenui come me tutto ciò era stimolante ed eccitante. La pressione del gruppo e l'adrenalina che accompagnavano il rischio ci spingeva ogni giorno un po' più in là. Ma nel giro di appena due anni, è arrivato il conto. Ero seduto per strada con degli amici quando una motocicletta ha girato l'angolo e ha accelerato nella nostra direzione. Il passeggero ha estratto una pistola e ha aperto il fuoco.

Mi sono risvegliato in ospedale con dei tubi infilati in praticamente ogni buco del mio corpo. Mi avevano sparato quattro volte. Mi padre era chinato su di me, con il suo sguardo severo ammorbidito dall'emozione. Non l'avevo mai visto così. Asciugandosi le lacrime, mi ha chiesto cosa fosse successo. Ho cercato le parole per spiegarglielo, ma non c'era molto da dire. Mi sono limitato a promettergli che avrei smesso con le cattive compagnie.

Mio padre ha annuito. Si è preso la testa tra le mani e ha sussurrato, "Perché proprio a me?" Ma io ero confuso. Non è successo niente a te, papà. È successo tutto a me. Ci è voluto molto tempo prima che potessi capire come si sentiva—quel dolore che deriva dal confortare qualcuno a cui tieni così profondamente da sentire il suo dolore nel tuo stesso corpo. È il dolore che provi quando capisci che hai fallito nel proteggere qualcuno che avevi giurato di proteggere. Era il dolore di un padre che aveva quasi perso il figlio.

Due settimane dopo sono stato dimesso. Le ferite cominciavano a guarire, ma il trauma era ancora fresco. Dato che il mio aggressore non aveva nome, volto o movente, nella mia testa aveva ogni nome, ogni volto e ogni movente possibile. Per non parlare del fatto che era il 1990 e l'era del crack ne aveva fatto l'anno con più omicidi della storia di New York. Il tasso di omicidi in città aveva toccato il record di 2,245—tre volte maggiore di quello che aveva Chicago nel 2016, quando la città era stata denominata la capitale degli omicidi degli Stati Uniti.

Col tempo, la mia ansia era diventata insopportabile. Non volevo venire colto di sprovvista di nuovo. Non volevo diventare un numero in quelle statistiche.

Così ho comprato una pistola.

Appena l'ho presa in mano mi sono sentito potente. Per la prima volta ho pensato che ero in grado di proteggere me stesso. Non avevo alcuna intenzione di usarla—sapevo che la sua mera presenza, rafforzata dal mio aspetto da duro, creava un minaccia che nessuno avrebbe mai voluto mettere alla prova. Non volevo essere una vittima una seconda volta.

Quello stesso anno, la notte di Natale, sono andato al cinema con gli amici. Circa 15 minuti dopo l'inizio del film un altro gruppo di ragazzi è entrato in sala e ha iniziato a fare casino. Qualcuno si è lamentato, poi tutti hanno iniziato a lamentarsi, inclusi i miei amici, e in breve si è passati agli insulti. I ragazzi si sono mossi verso di noi. Uno di loro ha tirato fuori una pistola e ha sparato nel buio di quella sala affollata.

In pochi secondi, sono spartiti venti colpi di pistola in entrambe le direzioni. E in quel momento il tempo si è fermato. La promessa che avevo fatto a mio padre di stare lontano dai guai si è scontrata con la promessa che avevo fatto ai miei amici di farci rispettare. Ho sparato anch'io, alla cieca.

Poi sono corso a casa. Ho acceso la televisione per vedere se il telegiornale parlava di quello che era appena successo. Quattro passanti erano rimasti feriti e uno di loro era in condizioni critiche. L'ho supplicato, da ragazzo a ragazzo, "Ti prego, non morire. Non morire."

Tremain Hall è morto poche ore dopo. Il mio cuore si è fermato, lo stomaco mi si è chiuso e il mio cervello ha cominciato a chiedersi se fosse stato il mio sparo a ucciderlo. Come avrei fatto a vivere sapendo di aver ucciso qualcuno?

Due giorni dopo sono stato arrestato. Secondo il procuratore era stato proprio il mio colpo. Sono stato condannato a 27 anni di carcere. Dopo più di 27 e decine di lettere di scuse comprensibilmente ignorate dalla sua famiglia, sto ancora seduto nella mia cella a pensare a Tremain e a quello sparo—l'azione terribile, imperdonabile e irreversibile commessa dal me stesso 17enne.

Oggi mi sveglio alle 6.15 ogni mattina, quando il braccio è ancora silenzioso. Mentre vado a fare un po' di esercizio passo di fronte alla televisione nella sala comune, che manda in onda il telegiornale. L'altro giorno cinque membri di una gang sono stati arrestati per aver progettato un omicidio. Uno di loro aveva solo 17 anni.

Ho guardato intensamente il volto sullo schermo cercando di immaginare il suo stato mentale. Era confuso? Spaventato? Capiva cosa gli succedeva intorno? Conosco molto bene quello stato mentale. Vuole credere che il giudice lo assolverà ma è rassegnato al fatto che non succeda e spera in una sentenza clemente. Conosco la sua sorte meglio di lui. Probabilmente verrà condannato e sconterà la sua pena accanto a me. Poi, una generazione dopo, si metterà di fronte alla commissione per la libertà vigilata e rivivrà di nuovo l'ansia del processo e della sentenza.

Di recente è toccato a me essere nuovamente giudicato. Avrei avuto la libertà vigilata o ci sarebbero voluti altri due anni? Mentre andavo all'udienza gli altri detenuti stimolavano la mia speranza di libertà, proteggendo in questo modo la loro. Ero il loro esempio. Quello che aveva fatto tutto nel modo giusto, dicevano, che aveva lasciato perdere la cultura del carcere e si era messo a studiare. Mi ero preso un rischio, a far emergere l'umanità sotto la scorza dura che il carcere ti incoraggia a creare. Se non potevo uscire io, come potevano uscire loro?

Ho portato alla commissione una cartella con la laurea, il master, i certificati di formazione, quelli lavorativi, i riconoscimenti ottenuti facendo i servizi sociali, le lettere di raccomandazione. L'hanno appoggiata accanto alla cartella con la mia fedina penale, ricordandomi chi ero: il ragazzo che ha ucciso Tremain Hall. Come facevano tutte le cose che avevo fatto a compensare il fatto di aver tolto una vita?

Non lo compensavano, a quanto pare. La prima volta che mi sono seduto di fronte alla commissione mi è stata negata la libertà vigilata.

Molti detenuti erano tristi, altri erano arrabbiati, tutti pensano alla loro situazione e come avrebbero fatto a uscire. I secondini mi compativano. Io invece ero completamente sconfitto. Mi sono messo a letto e ho pensato a come avrei spiegato quella decisione alla mia famiglia.

Il giorno successivo ho cominciato a lavorare alla richiesta di appello e l'ho consegnata due mesi dopo. Nel corso degli otto mesi successivi mi sono seduto di fronte alla commissione altre cinque volte e loro hanno continuato a paragonare i fallimenti del me stesso 17enne con i successi del me stesso 45enne.

Alla fine, il 16 aprile, ho ottenuto il mio nuovo certificato di nascita—la lettera che mi garantisce la libertà vigilata. Entrando in questa nuova vita, ricordo ancora quella che ho tolto.

Anche se so che mi sono guadagnato la libertà, forse non meriterò mai il perdono. È una cosa che continuo a cercare senza aspettarmi di ottenerla. È così che vivo con me stesso.

Lawrence Bartley è detenuto presso il carcere di Sing Sing a Ossining, nello stato di New York. Sta scontando una condanna a 27 anni di carcere per omicidio di secondo grado e altri reati verificatisi nel giorno dell'incidente raccontato in questo articolo. Ha ottenuto la libertà vigilata ad aprile 2018. Come volontario si occupa di iniziative anti-violenza, per il controllo delle armi e la riforma della giustizia.

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con il Marshall Project.

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