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Perché il reggaeton è una bomba

Come ho imparato a smettere di preoccuparmi e amare tutto quello che ci ha portato fino a "Despacito", tra hip-hop e censure governative.

di Elia Alovisi
21 maggio 2019, 10:15am

Screenshot da YouTube

Una volta la mia amica Marella mi chiede una cosa: "Se potessi cancellare un genere dalla faccia della Terra, quale sarebbe? E perché proprio il reggaeton?" E poi si mette a ridere fragorosamente. Rido pure io, ma mi viene anche da fare un pensiero. Ho l'impressione che la parola "reggaeton" crei nella mente di buona parte della gente che la sente un'idea ben definita: un tamarro in canotta che ti fischia dalla macchina sul lungomare, culi strusciati sulla sabbia al tramonto, dancefloor brutti e bar che vendono roba annacquata.

Personalmente ho cominciato a prendermi bene con quel ritmo lì quando ho scoperto Ozuna. "Síguelo Bailando" si è ficcata nella mia mente con la sua linea vocale tutta brilluccicante, il suo beat carezzevole e gli "eh-eh-eh" del ritornello piacevoli come fiocchi di neve che si sciolgono sulla lingua. E poi è arrivato uno specifico passaggio di "Corazon" di Maluma: "Sin tanta pena, ahora te digo goodbye / Muito obrigado, pa' ti ya no hay", parole che hanno cominciato a rigirarmi in testa nonostante il mio livello di spagnolo mi permette al massimo di ordinare una copa o una caña quando vado in vacanza coi miei amici.

Non è possibile, credo, spiegare perché mi piace il reggaeton: è una questione di pelle, come quella che diventa d'oca dai brividi di terrore di chi si fa salire l'anticristo quando si sente invadere le orecchie da quel ritmo sbilenco su cui è costruito l'intero genere. Ma credo, al contempo, che conoscere una cosa possa renderla più... normale, interessante, sfumata e complessa, soprattutto se appesantita da uno stereotipo.

despacito
Screenshot dal video di "Despacito" di Luis Fonsi e Daddy Yankee, cliccaci sopra per guardarlo su YouTube.

Insomma, per ogni persona che crede che il reggaeton sia la versione sonora di una piña colada con troppa batida de coco ce n'è una che considera la techno "un bumbumbum tutto uguale", la trap un tappetone ripetitivo tutto skrrr, ghiaccio e bitch, il punk un ammasso di tipi brutti e sudati che fanno casino, e così via. E la cosa che mi ha fatto andare oltre questa idea superficiale è un video che ho trovato su YouTube cercando "history of reggaeton".

Si tratta di "Roots of Reggaeton", registrazione di una lezione tenuta dal professor Wayne Marshall all'università di Berkeley, in California, nel 2015. Lungo il corso di poco più di un'oretta si ripercorre l'intera storia del genere, dalle sue origini in Giamaica fino al momento in cui il mercato musicale occidentale si è reso conto che, hey, stava succedendo qualcosa di interessante in America Latina e ha cominciato a prendersene dei pezzetti.

Tutto comincia con una canzone, "Dem Bow" di Shabba Ranks, che forse avete già sentito nominare dal signor A$AP Ferg. Il titolo significa "Si piegano": ma chi? Bé, la risposta non è delle migliori: gli omosessuali, e tu che ascolti vieni chiamato a "saltare attorno alla tua tipa se non ti pieghi". È una questione complessa, ma la mascolinità è uno dei temi centrali del colonialismo—come spiega bene uno studio di un'accademica italiana, Sonia Sabelli, la sessualità è stata uno dei campi su cui si è combattuta in Giamaica e nei Caraibi la battaglia per la preservazione dell'identità culturale dei popoli locali nel momento in cui si sono visti toccati dall'Occidente.

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Shabba Ranks, screenshot dal video della sua "Ting-a-Ling", cliccaci sopra per guardarlo su YouTube.

"Dem Bow" esce nel 1990 ed è particolarmente interessante per due motivi. Il primo è che è un esempio da manuale di questa logica: quelli che "si piegano" non sono solo gli omosessuali, ma anche gli individui che chinano il capo di fronte alle ingerenze occidentali e imperialiste. Il secondo è che il ritmo che la sostiene sarebbe diventata la prima pietra su cui si è costruito l'intero reggaeton. Ma come?

Semplificando, quando una canzone veniva messa su un disco in Giamaica sul lato A si stampava il pezzo, sul lato B invece una sua versione strumentale—il cosiddetto "riddim"—su cui chiunque poteva mettere la propria linea vocale. E così sulla stessa base possono nascere centinaia di pezzi, e il "dembow" si rivela essere con il passare degli anni uno dei più fortunati.

Nel frattempo però sta succedendo un'altra cosa: a Panama c'è un canale da costruire e a farlo sono un sacco di giamaicani, che lì si trasferiscono e portano la loro musica con sé. Alla gente del luogo prende bene, e cominciano a venirne fuori delle cover in spagnolo: nasce il reggae español, termine reso celebre dall'omonimo album del cantante panamense Nando Boom, stella locale insieme a El General, entrambi espatriati poi negli Stati Uniti.

È dall'incontro di questi due fenomeni—il dembow riddim e il reggae español—che nasce il reggaeton in una versione embrionale di quella che conosciamo oggi. Le versioni in spagnolo di "Dem Bow" sono moltissime ma quella che ha il successo più grande la fa proprio Nando Boom, che registra a New York un pezzo intitolato "Pension". I ragazzi giamaicani nello studio con lui, che non parlano spagnolo, gli chiedono di che cosa sta cantando, gli rivelano il vero messaggio della canzone—omofobo, anti-imperialista—e lui ne registra un'altra versione dal testo più fedele all'originale, "Ellos Benia".

A dare una svolta al significato del dembow arriva El General, con la sua "Son Bow", il cui testo lancia un messaggio di fratellanza internazionale: il testo cita Panama, il Canada, Puerto Rico, Brooklyn e la Colombia, in una sorta di "Gozadera" primordiale. Va citata anche la versione di Bobo General e Sleepy Wonder, giamaicani di stanza a New York, che registrano "Pounder": sul lato B ce n'è una versione strumentale a cura di Danny The Menace ed è quella a influenzare definitivamente la comunità musicale portoricana, quella da cui nascerà il primo grande successo internazionale del reggaeton, oltre che il termine "reggaeton" stesso.

Quel successo si chiama The Noise ed è un collettivo creato nel 1992 dal portoricano DJ Negro per dare forma a una comunità di artisti che si esibivano in un omonimo club da lui aperto a San Juan. Le serate organizzate da Negro, che aveva chiamato una serie di rapper, producer e DJ del luogo, sfociano preso in una serie di mixtape intitolati al collettivo. Al secondo partecipa anche DJ Nelson, che nel 1995 si inventa il termine "reggaeton" con una sua compilation intitolata Reggaeton Live, Vol. 1.

Nel DNA dei The Noise ci sono il dembow elettronico di "Pounder", l'hip-hop newyorkese degli anni Novanta, la tradizione dancehall e, soprattutto, un principio di rifiuto nei confronti di qualsiasi sottotesto machista. A incarnarlo è Ivy Queen, che si unisce al collettivo per il Volume 5 delle compilation. Dopo aver vissuto anni a New York tornò a Puerto Rico con tutte le sue influenze e si trovò nel garage di DJ Negro per un'audizione: "Tutti mi dissero che sembravo un uomo. A me sembrò una maledizione, ma era una benedizione. Era diverso, io ero diversa. Unirsi ai The Noise o lavorare con DJ Playero era il sogno di qualsiasi aspirante rapper. Loro erano i DJ al top, e io sono la prima donna a essere stata accettata in quella crew".

Ecco, DJ Playero: è lui, autore di un'altra serie di mixtape intitolata Underground Reggae, l'altra testa dietro alla diffusione del reggaeton. È su Playero 34 che sputa le prime rime uno dei rapper migliori della storia dell'America Latina e non solo, Daddy Yankee. Lo stesso vale per un altro gigante come Nicky Jam, nato a Boston e trasferito a Puerto Rico quando aveva solo dieci anni. "Le strade ne avevano bisogno", ha detto Playero spiegando perché i suoi mixtape ebbero un successo così grande: "Ai ragazzi serviva un modo per buttare fuori la frustrazione che provavano per il loro stile di vita. Mi dissero che i miei tape stavano venendo piratati, e fu allora che venni contattato da Don Pedro Merced della BM Records, il padrino di quasi tutti i più grandi del genere". Il passaggio da musicassette stampate in edizione limitata a fenomeno discografico fu breve.

La miccia che accese la passione per il reggaeton all'interno della scena hip-hop fu uno specifico progetto. Si chiamava Boricua Guerrero: First Combat, un epico album mixato ideato da DJ Playero e dal produttore Nico Canada nel 1997. I due passarono mesi in uno studio di New York creando incontri tra gli MC reggaeton delle loro terre e i più grandi talenti della Grande Mela nel suo periodo di maggior splendore: Q-Tip, Nas, Busta Rhymes, Fat Joe e Big Pun. A coltivare il terreno connettivo tra Caraibi e Stati Uniti arrivarono anche i The Noise, unendo dembow e boom-bap in video che visti oggi sono pura nostalgia per la golden age dell'hip-hop della East Coast. Era la gemma da cui sarebbe sbocciata, vent'anni dopo, la latin trap.

boricua guerrero first combat
La copertina di Boricua Guerrero First Combat, cliccaci sopra per ascoltarlo su YouTube.

In tutto questo, come ben spiegato da Remezcla, il governo portoricano aveva cominciato una campagna di criminalizzazione del reggaeton basandosi sull'effettivo contenuto dei testi di buona parte della scena: violenza, sesso, armi. Il governatore Pedro Rosselló ordinò sequestri di cassette e CD, spaventato dalla popolarità che il reggaeton aveva ottenuto nell'intera società locale: non più appannaggio delle periferie disagiate, anche le classi medio-alte avevano cominciato ad appassionarsi al dembow. La soluzione fu, ovviamente, la censura: sotto la presidenza di Rosselló il reggaeton era considerato alla stregua di un'arma o una droga.

Questo gesto oscurantista non fece nulla per interrompere l'ascesa del reggaeton, che affondò invece le sue radici ancora più nel profondo della terra culturale dei Caraibi: molti artisti cominciarono ad ampliare il ventaglio delle tematiche che trattavano nei testi e molti produttori cominciarono a mischiare il sound giamaicano del dembow a strumenti e soluzioni più tipicamente "latine". Fu un passaggio fondamentale nell'accettazine del genere da parte dell'opinione pubblica portoricana: per quanto sia triste pensarlo oggi, fu un passaggio da "música negra" a “reggaeton Latino".

Esempi di questa svolta furono Mas Flow Vol. 1 di Luny Tunes e El Abayarde di Tego Calderòn, seguiti a breve giro dai primi grandi successi internazionali del reggaeton: "La Gasolina" di Daddy Yankee (2004) e "Oye Mi Canto" di N.O.R.E., sempre con Daddy Yankee (2006). E qua comincia l'era contemporanea, in un accrocchio splendido di tradizione giamaicana, portoricana, latina, statunitense, di quel mischione musicale che oggi chiamiamo "reggaeton"—che è Luis Fonsi, ma è anche la latin trap mezza emo di Bad Bunny, e la liberazione sessuale di Ivy Queen, e il perreo spagnolo di BadGyal, e il superpop ibrido di J Balvin, e un sacco di altre cose. Un genere complesso che, insomma, ridurre a un ritmo tamarro è decisamente un peccato.

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