Sono stata al concerto di Liam Gallagher con Bruno Belissimo
Collage di Giulia Formica.

Sono stata al concerto di Liam Gallagher con Bruno Belissimo

"Secondo me doveva togliersi il giubbino, perché stava sudando copiosamente."
Carlotta Sisti
Milan, IT

Il secondo ospite di Noisey agli I-Days è stato Bruno Belissimo, che è molte cose racchiuse in un sol uomo (molto atletico). Per raggiungerci allo stand ha affrontato svariati ostacoli sul suo cammino, tra cui: i chilometri che separavano il parcheggio auto dall’ingresso ai concerti, i chilometri che separavano l’ingresso concerti dal nostro stand, l’assenza di segnale dei telefonini tutti e tutti nello stesso momento, un notevole muro umano che, nonostante fossero solo le 19:30, s’era già piazzato per ascoltare Liam Gallagher, e la mia incapacità nel fornire indicazioni degne di questo nome.

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Ma, tornando un attimo alle molte cose di cui il Belissimo si può vantare, cito: l’essere canadese ma con l’accento bolognese, l’essere un poli-strumentista mega cazzuto, fiero portavoce di un bel mischione di generi (dall’italo disco strabordante, beat elettronici e groovy bassline, tocchi funk, pop, jazz, house e balearic), il nome d’arte più bello di sempre (andatevela a cercare, la storia che c’è dietro a quel BB, che merita) e pure di uno dei titoli di dischi più fighi di sempre, ovvero Ghetto Falsetto (uscito il 4 maggio per La Tempesta/Stradischi). Ma più di ogni altra cosa è l’idolo musicale della chiesa pastafariana, che dopo l’uscita del suo pezzo "Pastafari" non l’ha più mollato e “continua a mandarmi gadget e a invitarmi alle loro 'funzioni', che credo consistano grossomodo in ritrovi in luoghi a caso, bere bocce di vino, magiare spaghetti e finire a fare schifo”.

Anche se stavi marciando per raggiungerci sei riuscito a sentirle il live di Liam Gallagher?
Sì, e mi è sembrato molto in forma, ha cantato veramente bene. Però secondo me doveva togliersi il giubbino perché stava sudando copiosamente. Credo che anche se è di Manchester sapesse che in Italia è estate, ma nonostante ciò e nonostante la vistosa macchia di sudore, non s’è mai tolto il giacchetto.

Outfit a parte t’è piaciuto?
Molto. Ha fatto i pezzi suoi, che onestamente non conoscevo tanto, e poi i singoloni degli Oasis con tutta la gente che correva per fare i video. E poi ha parlato del fratello.

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Ma dai.
Sì, ha detto che sa che sabato suonerà qui anche Noel, quindi ne ha parlato in modo easy, senza frecciatine. Quindi credo che voglia dire che sono in buone, in questo periodo.

Chissà se farà le stesse che ha fatto Liam, Noel.
Esatto. Sono domande che mi faccio, chissà come sono organizzati, come se le spartiscono. Oppure si ingarellano ogni volta su chi la fa meglio?

Ma gli Oasis fanno parte del tuo background musicale?
C’è stato un periodo, ero molto giovane, in cui sì, me li ascoltavo parecchio. Dopo, come si capisce dal mio percorso musicale, ho un po’ abbandonato le chitarre in generale. Buffo, perché tra Oasis e Blur, ai tempi, ero per i primi, mentre oggi, vedendo le rispettive carriere, Damon Albarn tutta la vita. Lui ha superato, doppiato chiunque. Stavo giusto ascoltando gli ultimi pezzi dei Gorillaz venendo qua.

E che ne pensi? Lontani anni luce da "Clint Eastwood".
Mi piacciono, non c’è il singolone, ma mi sa che non gliene frega niente. Fanno proprio quello che gli piace. Loro sono un gruppo che davvero segna le tendenze, quando fanno uscire qualcosa di nuovo ci dicono qual è la direzione.

Ti piace andare a concerti di musica molto diversa da quella che fai tu?
Mi piace quasi di più, perché il bello è scoprire che anche qualcosa che sulla carta non è il tuo ti può tirar dentro. M’è successo con i Muse, per esempio, a un festival, il defunto Heineken, tanti anni fa, avevo 14 anni, non erano ancora mega famosi. Erano spaventosi. La gente era scioccata perché in tre erano una bomba colossale. E dopo li ho rivisti, qualche tempo, ora non mi piacciono più tanto, sono troppo barocchi, però che cosa gli vuoi dire? Fanno paura dal vivo.

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E di italiani?
Ho sentito un band sconosciuta che si chiama Stratagemma, che fanno elettronica mista a jazz molto figa. E poi Coma Cose, che live sono fighi e poi conosco Fausto da una vita, quindi volendogli anche bene sono preso ancora meglio da questo suo nuovo progetto e dal successo, perché se lo merita tutto. E poi Colapesce, altissimo livello. Lui è un po’ l’artista di culto, sta prendendo una via meno immediata, ma con una profondità, delle sonorità e un modo di concepire il live che hanno pochissimi. Tra l’altro il batterista è mio fratello, quindi anche qui sono di parte, ma penso davvero che Colapesce stia portando in giro un concerto di respiro internazionale.

Ghetto Falsetto è solo un gioco di parole o c’è anche un significato?
Entrambe le cose. M’è venuto in mente guardando al momento d’oro dell’hip hop e derivati, come la trap, di questo periodo. Mi fa molto ridere la gente che si prende molto sul serio. Mi fa ridere l'atteggiamento di chi cerca di replicare contesti tipici degli USA qua in Italia senza rendersi conto di risultare davvero esagerato. Quindi Ghetto Falsetto è un modo per dire: “dai ragazzi, state tranquilli, non serve recitare la parte di chi ci crede così tanto”. Anche se ultimamente mi sembra si stia un po' perdendo questo atteggiamento da wannabe.

Dici per un senso del “farsesco” che c’è nel mille volte citato Young Signorino?
Se mi nomini lui io ti dico che voglio solo sapere chi gli ha fatto la base di quel pezzo che ha fatto incazzare tutti. Quella base fa paura, è di livello altissimo, una bomba totale. Vorrei sapere chi l’ha fatta.

Com'è il tuo assetto live, sei ancora tu da solo con il basso?
Per quest’estate sì. Per l’autunno, invece, ho delle sorprese in serbo, ho voglia di fare un concerto con altra gente. Anche se il mio live da solo, che all’inizio era straniante perché non avere uno accanto con cui dire due robe e rompere la tensione è bello tosto, me lo godo un sacco. Perché diventa sempre un’ora di festa, di felicità, in cui la gente balla, spegne la testa, si lascia andare ed è contenta.

Carlotta è su Instagram.

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