Joe Cassano è morto vent'anni fa, Joe Cassano è per sempre

Pensare alla morte di uno dei più grandi rapper italiani fa anche pensare alla propria, e a come sconfiggerla con l'arte.

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04 aprile 2019, 8:10am

Collage di fotografie d'epoca

Per tutto ciò che hai fatto, per tutto il tempo insieme,
Nel mio cuore tatuato il tuo ghigno spesso viene In mente, riposa in pace frate,
Se io ci tengo veramente pace alla tua gente, come sempre.
- Inoki, "Tributo", 1999

Io ho sempre avuta molta paura di morire. Di notte da piccolo, mentre cercavo di addormentarmi, capitava che mi rendevo conto che un giorno sarebbe tutto finito, e allora mordevo il cuscino, o davo pugni al muro, o mi convincevo che saremmo arrivati a curare la vecchiaia prima della mia morte.

Una cosa che mi ha più o meno fatto fare i conti con il fatto che un giorno smetterò di esserci è un libro. Si chiama Ogni cosa è importante!, lo ha scritto Ron Currie Jr. e lo ha pubblicato in Italia Mondadori. Il narratore usa la seconda persona singolare: si rivolge a te, protagonista, e ti dice che a 33 anni morirai perché un enorme meteorite colpirà la Terra. E tu sai che è vero, e ti sbatti tutta la vita per fare sì che non accada. Per salvare chi ami, per salvare te stesso, per posticipare la fine. E poi succedono cose che non vi dico, per permettervi di mantenere il potere illuminante del finale di quel libro.

Il punto, come dice il titolo, è che ogni cosa è importante—col punto esclamativo. Ogni gesto, ogni azione, ogni parola è un tentativo inconsciamente disperato di incidere la pietra dell'esistenza comune con la nostra. Anche se tutto finirà, tutto avrà importato qualcosa. Nulla è invano, di fronte a quella terrificante bestia che è la fine, perché la fine è inevitabile, e può arrivare in qualsiasi momento. E allora perché rovinarsi tutto quello che viene prima?

Quando la fine è toccata a Joe Cassano nessuno se lo aspettava. Il suo cuore si è fermato quando aveva solo 26 anni e solo da poco aveva cominciato a far sentire la sua voce, il suo flow ubriaco, a una grande folla informe di orecchie. "Giorno e notte", il suo pezzo più celebre, era uscito pochi giorni prima del suo arresto cardiaco. Lo ricorda Fritz Da Cat, che firmò quel beat e lo ospitò su Novecinquanta: "Erano le vacanze di Pasqua del '99. Quella domenica andai a Bologna per andare al funerale di Joe e lo persi di qualche ora."

"Giorno e notte" è storia del rap italiano: condivisa con Inoki, pubblicata originariamente sul mixtape Demolizione Vol. 1 della Porzione Massiccia Crew di Bologna, è un pezzo che potrebbe stare in un dizionario per spiegare l'espressione "street rap". "è tutto ghetto intorno", sentenziava Inoki dopo aver dimostrato le sue skill da cintura nera delle parole; e poi era il turno di Joe, che nelle sue barre dipingeva sulla tela del beat un piccolo angolo di mondo in cui l'emarginazione è un valore.

Per metà bolognese e per metà newyorkese—il padre veniva dal quartiere di Flatbush—Joe Cassano rappava sghembo, la sua voce nasale a creare connessioni sonore tra le due lingue che parlava in famiglia, l'italiano e l'inglese. Se le strofe fossero linee, le sue sarebbero da lontano scarabocchi, da vicino complesse ma armoniose costruzioni geometriche: "Dalla crew che fa crack-a / A chi dice "Yo" but lot of wack-a / Scatta il check-a, azione 5 mack-a / Brucio il pin jack-a", esordiva in quello storico pezzo. I flow espressionisti per cui ci siamo esaltati negli ultimi anni stavano già lì, nella mente di un figlio mancato della East Coast.

joe cassano dio lodato
La copertina di Dio Lodato di Joe Cassano.

La strada, per Joe, non era il suo stereotipo: il "tu non sai che cosa ho fatto", il "vengo dal niente e mi prenderò tutto". Era un Didò di valori e lingua da plasmare con la propria vita, un luogo in cui minacce di "pallettoni" e colpi di "kenpō, karate" convivevano con termini buffi come "pappataci" e "Tamagotchi", tenuti in ordine dalle leggi dell'assonanza, dell'allitterazione, della rima. La scena di allora se ne accorse, ma il cuore gli restò sul microfono prima che questa potesse celebrarlo.

E allora la celebrazione arrivò dopo, quando il corpo si era già spento. L'unico album di Joe, Dio Lodato, uscì postumo sotto la cura di suo fratello Antonio. Il titolo e le parole che vengono appena dopo, almeno in me, hanno dentro quella cosa che mi permette di vivere senza paura della fine: "Dio lodato per 'sta chance che mi ha dato": di non scomparire, di squarciare la tela del mondo, di incidere il mio nome sulla pietra che solo i millenni disgregheranno.

Le canzoni di quel disco avevano dentro tante piccole cose che, rilette oggi, sono piccole scariche di adrenalina per la loro lungimiranza. "Zero veleni, coca e fumi neri" diceva in "Nocche Dure", e anticipava il senso di rifiuto per l'eccesso che molti ragazzi che oggi scrivono rime stanno interiorizzando dopo la sbornia dell'affermazione della trap all'interno della cultura hip-hop. Le uniche droghe che prendeva erano solo le sue stesse parole:

Rega, pippo le mie rime come cocaina
Le calo come anfetamina fin dalla mattina
Plurivitamina è il talento che mi ha dato Dio
Sono solo io che posso fare il flow che è mio

- Joe Cassano, "Dio lodato per 'sta chance", 1999

"Ballotta d'Italy e di tunisini / Di zingari e di marocchini soldatini", diceva ne "Gli occhi della strada", ad affermare la multiculturalità come valore fondamentale del suo quotidiano e della sua arte. "Sfida che confida nel miracolo di Dio / Io rispetto MCs che non cagano sul mio" affermava in "Flow dopo flow giocando col destino", proprietario di un approccio alla materia dell'hip-hop che privilegiava lo scontro sportivo, non il dissing distruttivo. O almeno, così mi sembra.

Perché io non ho conoscenza diretta, per motivi anagrafici, di Joe Cassano e della scena in cui ha operato. Me ne hanno parlato come di uno spazio creativo disordinato, difficile da approcciare e raccontare per chi non l'ha vissuto. Anche online si trova poco, per raccontare Bologna e il suo hip-hop in quegli anni. In un'intervista del 2007, Inoki ne parlava come di "una realtà un po' strana, un po' degradata, divisa, faziosa, siamo in quattro e litighiamo però è da quei quattro che escono fuori le robe che influenzano tutta l'Italia". Una persona che sempre da lì viene ma rappresenta quasi opposto di quello che Inoki e Joe erano, Drefgold, ne parla come di un luogo culturalmente fermo a quell'era d'oro, in cui "farsi una bella gavetta". Ma fermo.

E se Bologna è così—immobile, nostalgica, ma anche pura—è perché ha regalato all'Italia modelli così pieni di significato e valore che è difficile lasciarsi alle spalle. Joe è uno di loro, e sarebbe forse sbagliato dire che è il più grande solo perché non c'è più. Per dirla ancora con Inoki: "E' stato un personaggio importante, ha cambiato la faccia del rap, è stato il primo ad avere il coraggio di parlare veramente della strada in Italia", certo. Ma "prima che lui morisse tutti lo sputtanavano, dopo che è morto è diventato un mito. E' un po' triste, per me era un mito anche prima. E non è neanche un mito così grosso come viene descritto adesso che è morto, non è un megamito adesso e un coglione prima."

Questo è un ragionamento attuale, dato che con l'ascesa dell'hip-hop a cultura dominante le morti dei suoi protagonisti hanno cominciato ad avere un eco sempre più grande, agitando di onde più alte il piano della cultura e dell'opinione pubblica. Lil Peep, Xxxtentacion, Mac Miller, Nipsey Hussle: tutti artisti la cui scomparsa ha generato discussioni, tra tributi e ragionamenti sul significato della loro vita e della loro opera.

Come ha scritto Tommaso Naccari su Studio: "Quando muore un rapper tutto sembra più buio, perché ci ricordiamo che, spesso, le parole e la musica possono perdere contro il razzismo, la violenza e la depressione." Ecco, Joe Cassano fa eccezione perché non ha perso contro qualcosa, che si sappia. Ha semplicemente smesso di vivere, e la fine della sua esistenza ha cristallizzato, in una fotografia sfocata come le uniche che lo ritraggono, un momento unico e irripetibile dell'evoluzione del rap italiano.

"Lascia per sempre questa atmosfera / Questo inferno terrestre / Te meglio stai / Ma il tuo parlare nelle strade di queste città è vivo", diceva Yared dei Camelz in "Tributo", il brano che chiudeva Dio Lodato con tre pensieri per Joe: il suo, quello di DJ Lugi e quello di Inoki. Vent'anni dopo la Terra è ancora più simile all'inferno, l'hip-hop non è più condivisione di valori contro un ordine costituito ma sua parte integrante. Ma le strade non dimenticano, così come chi non le ha mai vissute veramente e si sforza, anche solo con qualche parola che svanirà nell'eterno fluire di internet, di combattere l'oblio casuale della morte.

Elia è su Instagram.

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