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Ogni volta che il M5S parla di immigrazione, dice una cazzata

L'ultima della serie è la questione del franco CFA, una valuta utilizzata da 14 paesi africani che causerebbe tutta l'immigrazione in Italia.

di Mattia Salvia
21 gennaio 2019, 2:07pm

Alessandro Di Battista con una banconota da 10mila franchi CFA a Che tempo che fa. Grab via Raiplay.

Nelle ultime ore—in modo completamente improvviso, e complice l’ultima strage di migranti nel Mediterraneo—la politica italiana ha scoperto l’esistenza del franco CFA, acronimo che sta per Comunità Finanziaria Africana.

Il primo a nominarlo è stato Luigi Di Maio, secondo cui non bisogna parlare degli effetti ma delle cause, cioè del fatto che “se oggi abbiamo gente che parte dall’Africa è perché alcuni paesi europei, con in testa la Francia, non hanno mai smesso di colonizzare l’Africa. Ci sono decine di stati africani in cui la Francia stampa una propria moneta, il franco delle colonie, e con quella moneta si finanzia il debito pubblico francese.”

Ieri sera Alessandro Di Battista, intervistato da Fazio a Che tempo che fa, ha ripetuto le stesse cose strappando una banconota di franco CFA (in realtà un fac-simile) in diretta; anche Giorgia Meloni si è accodata, facendo più meno la stessa cosa a Non è l’Arena di Giletti. Ancora, stamattina Di Maio a Rtl 102.5 ha aggiunto che “per far stare gli africani in Africa basta che la Francia stia a casa propria.”

Ma cos’è, fuori dai salotti tv, questo franco CFA? Si tratta di una moneta utilizzata, in due varianti, in 14 paesi africani per la maggior parte facenti parte dell’ex impero coloniale francese: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centroafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo.

È stato creato nel 1945, in seguito agli accordi di Bretton Woods, come franco delle Colonie Francesi d’Africa allo scopo di proteggere le colonie dalla svalutazione del franco. Inizialmente aveva un tasso di cambio fisso con il franco francese, mentre dal 1999 è agganciato all’euro. La sua convertibilità è garantita dalla Banca centrale francese, che custodisce anche metà delle riserve di valuta estera dei paesi che lo adottano—restituendo in interessi meno di quanto guadagni dagli investimenti di queste riserve.

Negli ultimi anni il franco CFA è finito al centro di un grosso dibattito e per chi vuole informarsi davvero al riguardo c’è questo corposo dossier della rivista Jeune Afrique. Chi lo sostiene—soprattutto economisti francesi, nonché governi e classi dirigenti locali—lo trova vantaggioso perché essendo vincolato all’euro è una moneta stabile e che permette di facilitare gli scambi con l’Unione Europea.

Le critiche da sinistra, invece, accusano il franco CFA di essere uno strumento di “imperialismo monetario” che favorisce le élite di governo dei paesi che lo adottano (il cambio fisso facilita l’importazione di beni di lusso europei, e dunque la corruzione) e impedisce ai produttori africani di competere alla pari sui mercati europei rendendo le loro esportazioni troppo costose.

Secondo l'economista senegalese Ndongo Samba Sylla, comunque, l’uscita nazionalista dal franco CFA è una questione complicata e costosa sul breve periodo—in modo simile al classico esempio che viene fatto dai sostenitori del franco CFA, quello della Guinea di Sekou Touré, che ha abbandonato la moneta nel 1960.

In Italia, echi di questo dibattito e di queste proteste arrivano solo ora, dopo essere stati frullati e risputati fuori dai peggiori siti complottisti e di “informazione alternativa.” In alcuni casi, come segnalato da Le Monde e Libération, il franco CFA—che è un sistema a cui i paesi decidono liberamente di aderire—diventa una “tassa coloniale” che stimola dietrologie su colpi di stato organizzati dalla Francia nella regione.

Il tutto finisce ad alimentare una vulgata di destra sul franco CFA in cui il problema principale non è l’imperialismo, ma il suo essere uno stimolo all’immigrazione. Cosa che, come hanno spiegato diverse fonti, non è affatto vera: la maggior parte dell’immigrazione in Italia proviene da paesi che non c’entrano nulla con il franco CFA e non c’è alcuna correlazione tra la diffusione della moneta e la nazionalità dei richiedenti asilo in Italia. Stando a una tabella del ministero dell’Interno, in tutto il 2018 dai paesi che adottano il franco CFA sono arrivati in Italia solo 2000 migranti.

Quello che è vero è che il franco CFA è un’eredità problematica dell’ordine coloniale—come del resto testimonia il fatto che negli ultimi anni la sua abolizione sia diventata una parola d’ordine dei movimenti protesta in molti dei paesi che lo adottano, dal Senegal al Burkina Faso.

Nell’agosto 2017 l’attivista del Benin Kemi Seba, leader del movimento "Urgences Panafricanistes," ha organizzato diverse manifestazioni contro il franco CFA in Africa occidentale e centrale, bruciando una banconota da 5000 CFA di fronte alla sede della Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale a Dakar—venendo poi arrestato ed espulso dal Senegal. E lo scorso giugno dieci noti musicisti di sette paesi della Françafrique hanno fatto uscire “7 minutes contre le CFA” un pezzo rap per pubblicizzare la questione tra le masse, al di fuori dei circoli intellettuali che già ne discutono.

Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con quanto detto dai vari Di Maio, Di Battista e Meloni. I quali provano spudoratamente a cavalcare il tema, dandosi una spruzzata di antimperialismo fasullo per portare avanti discorsi xenofobi, anti-immigrazione e nazionalisti; e soprattutto, per portare avanti i loro interessi politici immediati—che in questo momento è far passare la narrazione che l’immigrazione in Italia è causata unicamente dalla Francia “cattiva” e “globalista” di Macron.

Nel frattempo, come si è visto in questo fine settimana, la realtà è che le persone continuano a morire in mare e che non è rimasto praticamente più nessuno a salvarle.

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