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Gli italiani non hanno ancora capito il rap italiano

Le reazioni alla tragedia di Corinaldo dimostrano che il rap italiano non è ancora stato compreso dal grande pubblico e la colpa è nostra.

In queste ore, dopo la tragedia della Lanterna Azzurra di Corinaldo prima del concerto di Sfera Ebbasta, si sta facendo la gara a chi la spara più grossa sul rap. Analisi dei testi, analisi dell’immagine come se fossimo davanti a dei Da Vinci da decifrare, analisi del pubblico. Per l’ennesima volta da quando il rap è tornato mainstream nel 2006 stiamo passando sotto il metal detector ogni minimo aspetto del genere per capire cos’abbia di sbagliato, nonostante la risposta più scontata sia una: niente.

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Ma allora, posto che il rap è un genere “giovanile”—trovo potesse essere così negli anni Ottanta, agli albori, non dopo quarant'anni di vita, ma diamolo per buono—e posto che i canali mainstream fanno ancora fatica a dare spazio in modo qualitativamente notevole, perché in Italia non abbiamo ancora compreso il nostro stesso rap?

Se chiedeste a vostra madre di farvi il nome di un rapper, novantanove volte su cento vi risponderebbe "Jovanotti". Conosco molte teste dell’hip hop che in modo abbastanza innocente si sono avvicinati al genere con “Il Capo della Banda”, poi hanno capito che quella cosa lì era solo la punta dell’iceberg e sono andati avanti per volontà personale. Chi opera nel mainstream, spesso, tende invece a non approfondire.

Se direte a un ascoltatore disattento che Jovanotti è un rapper, o il primo rapper italiano, quello ci crederà e continuerà a crederlo. E così Lorenzo diventa nell'opinione comune il fondatore di un movimento che ha solo usato senza mai rispettarlo profondamente. Avanti veloce: siamo nella seconda metà degli anni Duemila e nel mainstream fanno capolino due grandi nomi. Fabri Fibra e Mondo Marcio. Il primo si ispira e Eminem, il secondo a 50 Cent. Chi dura di più? Ovviamente il primo.

Il motivo è semplice: Fibra si presenta furbescamente al pubblico come un personaggio molto pulito. Potrebbe essere un ragazzo italiano qualsiasi. Porta certamente delle novità—il suo nome nel ritornello è quella più forte all’inizio—ma è molto italiano nell’immaginario e al contempo avulso al contesto del pop. È nuovo, di rottura. Mondo Marcio invece si presenta con un Durag, emula la parlata di 50 Cent senza che, come al suo collega americano, gli abbiano sparato in bocca. Sembra fichissimo ma nel momento in cui tocca il pop italiano si squaglia come neve al sole. Non è ancora il momento per lui e, per il vero mainstream, Mondo Marcio nasce e muore con un requiem firmato Finley.

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Per comprendere il personaggio (non i testi o la poetica) di Fibra non c’era bisogno di un grosso sforzo. Era un personaggio di rottura, la rappresentazione-tipo dell’odio giovanile. Era crudo, ma come in un film di Tarantino. Le sue rime contenevano l'energia e la voglia di rottura dell'enorme vaffanculo che ribolliva negli italiani a quei tempi e sarebbe poi esploso con Grillo, il V-Day, Marco Travaglio e poi il Movimento 5 Stelle per quello che è oggi.

Sembra una critica: non lo è. Il succo è che Fibra rappresentava con la sua figura e la sua musica messaggi che intorno a lui stavano già nascendo in un momento in cui neanche la conservatrice Italia poteva far finta che il rap non esistesse. È stata la persona giusta al momento giusto. Dopo di lui, però, il nulla. Ma come? E i Dogo, Marracash e così via? La realtà è diversa dalla storia che ci raccontiamo di solito quando pensiamo al passato del italiano. Per quanto Fibra si impegni a spingere la scena, citando per esempio i Colle e Noyz dal palco di MTV, fino al 2012 nel mainstream italiano—il mainstream quello vero—non esiste nulla di rap. Dopodiché MTV decide di puntare su Spit, Maria De Filippi se ne accorge e chiama Moreno ad Amici. E qual è il problema? Il fatto che Moreno diventi un fenomeno da baraccone. Moreno funziona nel contesto di Amici non perché i giovani stanno ascoltando rap e quindi c'è bisogno di presentargliene una versione edulcorata e adatta a essere trasmessa in televisione il pomeriggio. Funziona perché tramite la sua figura viene preso ed esasperato un aspetto del genere: il freestyle. E così l'idea di rapper in Italia diventa l’evoluzione di quella foca da circo che un tempo faceva le corna e diceva yo.

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Grazie a Moreno ad Amici si sdogana quindi un qualcosa che, fuori dal contesto in cui nasce, diventa puro e semplice voyeurismo. Moreno—ma al suo posto poteva esserci chiunque—deve dimostrare di essere bravo con le parole, come se fosse un freak che ha questo strano tic. Nessuno spiega da dove arrivi questa cosa, nessuno ci dice che "sì, si può fare anche così, ma". Come accade ancora oggi, qualcosa che ha senso nel suo contesto viene preso, decontestualizzato e piazzato davanti a un pubblico enorme e informe. La cultura di quel genere non ne guadagna, il mero intrattenimento sì. Dal 2012 a oggi la bolla del rap esplode. Lo vogliono tutti. Sanremo ne ospita due, i Dogo fanno il botto con "PES", tutti gli altri freestyler vivono dei periodi di estrema fortuna. Penso a Shade e Fred de Palma, che con il tempo si sono guadagnati dei canali davvero mainstream, o a Emis Killa, che con "Parole di Ghiaccio" è stato il capostipite del pop-rap italiano. Il rap diventa qualcosa da cui attingere per fare numeri, ma si riferisce però sempre a una nicchia. I numeri di questa crescono, il che fa sì che in questo sempre più largo gruppo rientrino persone che sono anche solo lateralmente informate sul fenomeno. Chi però viene tagliato fuori continua però a vedere questa cosa del rap come si guardano gli animali allo zoo. Le radio iniziano infatti a passare il rap. Lo fanno. Ma solo quando hanno un ospite al microfono, così da legittimare la loro scelta musicale. L'effetto è che il genere non trova nuovi ascoltatori e che chi lo conosce già si sente gratificato. Lo stesso vale per la televisione: il rapper comincia a comparire sul piccolo schermo con maggiore frequenza che in passato, ma sembra sempre un fenomeno da baraccone.

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Questo era valido nel 2012 come è valido oggi. Pensiamo a Nemo, programma di Rai Due che mostra quanto la Dark Polo Gang pensi solo alle scarpe e ai vestiti o che quando deve invitare un personaggio come Side Baby lo fa parlare di stile e Steve Jobs invece che fargli raccontare il suo interessante e complesso vissuto. Pensiamo anche alle ospitate da Chiambretti, a Bello Figo che dabba in faccia alla Mussolini a Dalla Vostra Parte.

Nel 2014 avviene un'altra svolta nella percezione del rap italiano: X Factor sceglie Fedez come giudice. Una volta seduto al tavolo Fedez si era già tolto i panni del rapper duro e puro, ma invece di spiegare da dove veniva e perché si trovava lì è stato presentato come un alieno, "fresco" e pulito, concentrandosi sul suo lato umano più che sul suo passato musicale. Negli anni a seguire sul palco di XF il rap è stato presentato sempre qualcosa di esterno, di "altro". Qualcosa che in qualche modo faceva parte del sistema musicale ma che al contempo non meritava di calcare certi palchi perché veniva fatto "in cameretta". Lo stesso XF quest’anno ha aumentato il bias cognitivo di chi non ascolta rap ma pretende di insegnare cosa sia il vero rap con Anastasio.

A questo si lega anche la polemica che ha pervaso un altro talent e lo ha fatto sempre coinvolgendo Fedez, ovvero quella tra il Biondo, Amici e l'autotune. Al grande pubblico la musica urban (anche perché Biondo ascolta rap, ma non fa rap) è stata nuovamente mostrata come "inquinata", come non degna di una propria credibilità, per l'uso di un mezzo che ormai è la normalità in ogni genere della musica mondiale.

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Fedez nella sua prima edizione di X Factor.

Ma quindi, cosa manca? Manca un'intermediazione tra il settore, i media di settore e il mondo esterno. In un periodo in cui chi dovrebbe fare cultura si diletta più a masturbarsi “blastando la gggente”, quasi nessuno si fa carico di portare fuori dai confini della nicchia i valori e gli insegnamenti di un determinato movimento.

Se oggi io, che non ho mai sentito né un beat campionato né un 808, volessi approcciarmi al rap italiano, mi troverei tendenzialmente davanti a due figure: Michele "Wad" Caporosso e Antonio Dikele Distefano. Se non ci fossero loro ci sarebbe qualcun altro: non ho un problema con le loro persone o il loro lavoro. Il punto è che sono le persone giuste in un sistema sbagliato. Wad si atteggia spesso come se fosse un membro della Dark Polo Gang. E per chi è già dentro al gioco non è un problema: capisce i riferimenti, il linguaggio e riesce a scindere l’ironia dal serio. Ma immaginate vostro padre che si approccia a un’intervista alla DPG su un medium tendenzialmente di massa come Radio Deejay e viene tramortito da “Eskeere". Se ha la sfortuna di vedere anche il video vede New Era e corna, proprio come 15 anni fa. Che idea può farsi del rap? Brutta.

Il fenomeno DPG è un esempio perfetto. Ormai è totalmente pop, lo conosce anche la casalinga di Voghera. Ma se escludiamo dal ragionamento contenuti prodotti dal settore per il settore, c’è qualcuno che abbia mai provato a spiegare seriamente perché quattro ragazzini di Roma Nord hanno cambiato lo strato mainstream del rap italiano? Senza che vi sforziate ve lo dico io, no. L’unico che in qualche modo ha provato a normalizzare la DPG, usando il tutto però anche come tornaconto personale, è stato Francesco Mandelli, che essendo completamente altro rispetto al mondo del rap, anche solo nell’apparire ha introdotto un pubblico a un determinato movimento. Antonio Dikele Distefano è stato bravo, nel tempo, a costruirsi un bacino d’utenza enorme che era suo e solo suo. Ed è stato quello a permettergli di aprire un magazine (non solo quello, ma anche quello) e parlare di rap. Ma di nuovo: Esse, già Sto, parla di rap per chi ascolta rap. Eppure ha il pubblico di Ghali che si abbevera alla sua fonte, un bacino enorme di piccoli ascoltatori che sanno cosa stanno maneggiando e possono insegnarlo anche ai loro genitori.

Ma non si può pensare che sia il fan a educare le masse: la normalizzazione della cultura rap e la sua comunicazione a chi la considera qualcosa di distorto rispetto alla realtà deve partire da noi. Sarebbe bello se riuscissimo a smettere di far credere al Paolo Bonolis di turno che il rapper è quello con il cappellino storto che fa “yo”, perché è un attimo che diventi il figlio del Diavolo. Tommaso è su Instagram. Segui Noisey su Instagram e su Facebook.