coltivare orto urbano comunitario
Foto: Benjamin Combs/Unsplash

Il coronavirus ci sta insegnando che è ora di iniziare a coltivare da soli il nostro cibo

La paura del collasso del sistema ha convinto molti di noi a farci venire il pollice verde e imparare da quello che gli agricoltori urbani hanno predicato per anni.
22 aprile 2020, 9:19am

Durante una crisi come questa, ci sarà sempre scarsità di cibo per chi non se lo può permettere

Alcuni giorni fa, durante il corrente lockdown per contenere la diffusione del coronavirus in India, Diipti Jhangiani—un abitante di Bandra, un quartiere di Mumbai—è scesa comodamente nel cortile del suo palazzo, dove si trova un pezzo di terra di 150 metri quadri. Dentro ci sono piante di pomodori, carote, okra, spinaci, papaya, sapodilla, moringa, zucca amara e altri ortaggi. Ha raccolto un po’ di curcuma fresca da portare a casa. “Durante una crisi come [questa pandemia], ci sarà sempre scarsità di cibo per chi non se lo può permettere,” dice la 34enne agricoltrice urbana, nonché fondatrice di una startup agricola chiamata Edible Gardens. “E anche chi può avrà dei problemi. I negozi dei dintorni hanno finito la haldi (curcuma). Ma io la coltivo nel mio giardino comunitario, con la mia associazione, quindi usiamo quella. È anche più fresca.”

Qualche anno fa, quando Jhangiani ha iniziato a convertire spazi pubblici incolti in orti comunitari, come quello che ha creato nel suo giardino tre anni fa, sentiva la gente parlarne perlopiù come di “uno stupido hobby del giardinaggio”. “Oggi, però, devo dire, è molto gratificante vedere che molta più gente parla di coltivarsi il proprio cibo e gestire i propri rifiuti. Ci sono persone anziane che sono venute a prendere le zucche amare da noi, fanno benissimo per purificare il sangue”, racconta a VICE. “Il vero interesse nell’agricoltura urbana si vedrà una volta finito il lockdown. Allora si vedrà se le persone sono davvero intenzionate a cambiare. Ma è bello che questo dialogo sia finalmente iniziato.”

Diipti Jhangiani nel suo orto urbano a Mumbai. Foto via Diipti Jhangiani

In tutto il mondo, la pandemia ha portato alla luce molti problemi—dalle mancanze della sanità pubblica alla fragilità della nostra salute mentale, fino alle differenze di classe e alla spietatezza del nostro sistema economico. Ma c’è un altro aspetto che sta mettendo il mondo in ginocchio: la paura della mancanza di cibo. In ogni paese affetto dalle misure di contenimento del contagio si sono visti assalti ai supermercati. Mentre in molti si sono trovati davanti scaffali vuoti, in tanti altri paesi trovata del tutto incapace di procurarsi cibo. Ciò nonostante alcuni rapporti avvertono che non c’è ancora bisogno di preoccuparsi per l’approvvigionamento di cibo.

I paesi in via di sviluppo sono a rischio carestia e conseguenti rivolte

La percezione dell’esaurimento delle scorte di cibo e la paura dell’aumento dei prezzi, oltre ad alcuni problemi nelle filiere di distribuzione indicano buone probabilità che ci troviamo sull’orlo di un tracollo. Questa tendenza ha portato anche enti globali come l’OMS e l’ONU a prevedere mancanza di cibo in diverse parti del mondo. “L’incertezza sulla disponibilità del cibo può scatenare un’ondata di restrizioni alle esportazioni, creando un buco sul mercato globale,” si legge in una dichiarazione congiunta emessa dalla FAO, dall’OMS e dal WTO.

Le cose sbagliate che fai credendo di salvare l’ambiente

I paesi in via di sviluppo sono a rischio carestia e conseguenti rivolte. Dominique Burgeon, direttore delle emergenze della FAO, ha anche avvertito i ricchi di non considerare la scarsità di cibo derivata dalla pandemia un problema solo degli emarginati. “Se c’è una carestia, l’effetto si sentirà in tutto il mondo,” ha dichiarato. Nelle zone rurali del mondo, gli agricoltori si trovano ad affrontare enormi perdite da quando i lockdown li hanno costretti ad abbandonare i loro appezzamenti e la mancanza di forza lavoro ha fatto aumentare i prezzi e diminuire la domanda.

In India, dove il lockdown sta causando un enorme spostamento di lavoratori migranti—che compongono il 37 percento della popolazione del paese e la cui sopravvivenza dipende dai salari giornalieri—si prevede che la scarsità di cibo provocherà rivolte violente. “Si tratta di una cosa nuova e molto difficile da prevedere,” ha detto Abdolreza Abbasian, economista della FAO. “Questa incertezza al momento è il pericolo più grande di tutti.”

Non servono ettari su ettari di terreno. Io sto coltivando la sapodilla e le more dentro delle scatole! Non è una questione di spazio, ma di tecnica

Ed è in un periodo di incertezza come questo che il concetto di coltivarsi il proprio cibo diventa sempre più allettante. Jhangiani, che lo fa con i suoi orti comunitari, è una dei tanti sostenitori dell’autosostentamento. In effetti, la pandemia non ha cambiato quasi per nulla il suo stile di vita. “Ho iniziato rilavorando i nostri scarti, e da lì abbiamo iniziato l’orto. Negli spazi urbani c’è tantissimo potenziale per costruire una fattoria in ogni strada e in ogni giardino,” dice. “E non servono ettari su ettari di terreno. Io sto coltivando la sapodilla e le more dentro delle scatole! Non è una questione di spazio, ma di tecnica.” Gli orti da cucina, che sono perfetti per i minuscoli appartamenti disseminati in gran parte delle grandi città, sono sempre più diffusi.

Al momento, internet è pieno di kit per coltivare frutta e verdura praticamente ovunque. “Guardati attorno e trova gli spazi che potresti riempire di cibo: aiuole, spartitraffico, giardini pubblici, vicoli chiusi; e se vivi in un appartamento, il cortile—va bene tutto,” scrive Palisa Anderson, una ristoratrice e coltivatrice australiana. L'autrice del Los Angeles Times Jeanette Marantos aggiunge: “I banchi alimentari si trovano già con il doppio della domanda di prima. Produrre cibo oggi può aiutare te e gli altri a superare i tempi che verranno.”

Il dialogo sull’autosufficienza tramite la gestione di un orto è in corso da un bel po’ di tempo, ma pare che il lockdown abbia spinto molte persone a metterlo in pratica come misura d’emergenza. “Sempre più persone hanno iniziato a chiedersi da dove proviene il cibo che consumano, con quanta facilità il flusso può interrompersi e come ridurre queste possibilità,” ha detto l’architetto Kotchakorn Voraakhom, che ha realizzato il più grande orto “da tetto” dell’Asia a Bangkok, alla Thomson Reuters Foundation. "Le persone, i pianificatori e i governi dovrebbero tutti ripensare all’utilizzo dello spazio nelle città. Gli orti urbani possono migliorare la sicurezza alimentare e il nutrimento, ridurre l’impatto sul cambiamento climatico e abbassare i livelli di stress.”

La tendenza è interessante anche in relazione alla previsione ONU che due terzi della popolazione mondiale vivrà in città nel 2050. In molti paesi, pratiche di autosussistenza come la permacultura, l’agricoltura idroponica o l’agricoltura urbana sono esercizi che portano molti benefici, dal controllo degli additivi chimici alla trasposizione del concetto “dal produttore al consumatore” nei contesti commerciali, a mantenere la salute mentale e rendere un terrazzo o un giardino esteticamente più piacevole. Ma in paesi come Singapore, dove non esiste una produzione locale di cibo e che quindi dipendono dalle importazioni, trend come quelli degli orti verticali o da tetto, o l’agricoltura idroponica, o la piscicoltura privata, sono diventati una strada importante da seguire.

In India, Murthy osserva come la pandemia abbia costretto gli abitanti delle città a ripensare al sistema che riempie le loro dispense e a capirlo meglio.

Molti esperti credono che la pandemia potrebbe dare il La ad alcune tendenze, forse permanenti. “Oggi più che mai è importante fare riferimento a una filiera del cibo iper-locale. Coltivare frutta e verdura in casa è il modo migliore per essere sicuri di averla tutto l’anno,” dice a VICE Anusha Murthy di Edible Issues, una piattaforma di dialogo sul cibo. “Gli orti urbani possono essere un’ottima soluzione per chi può permetterseli e può accedervi. Un approccio basato sulla comunità alla produzione di cibo sarebbe una soluzione altrettanto intelligente. Perché riusciamo a raggiungere l’autosufficienza in materia di cibo, sapere almeno da dove viene quello che mangiamo è un primo passo fondamentale.”

Anusha Murthy (destra) gestisce Edible Issues con la co-founder Elizabeth Yorke

Jhangiani aggiunge che nonostante chi vive in un contesto urbano avrà sempre bisogno dei negozi per prodotti come cereali raffinati o olio, l’autosostentamento si può allargare ad altri aspetti della quotidianità: produrre detergenti (con le bucce delle arance e dei limoni), o soluzioni per pulire i propri utensili (con acqua, succo di noce saponaria e succo di limone) o anche dentifricio (con bicarbonato e olio di cocco). “L’autosostentamento dovrebbe allargarsi anche ad altri aspetti della vita,” dice l’agricoltrice urbana.

È anche interessante vedere come la pandemia abbia messo sotto i riflettori la questione dell’autosufficienza rispetto a tanti anni di lavoro da parte degli attivisti per il clima. Forse la causa è da ricercarsi nella nostra vulnerabilità collettiva, che ci spinge a cercare misure che ci possano salvare dall’ansia terribile provocata dall’incertezza del futuro. Negli Stati Uniti, le ricerche su Google di termini come “orto in casa” sono schizzate in alto del 50 percento il mese scorso, insieme (curiosamente) a una crescita del 75 percento di ricerche su “come allevare galline”. “La sicurezza e la sostenibilità del cibo sono argomenti molto caldi oggi,” ha detto al New York Times Phyllis Davis, presidente dell’azienda di servizi idroponici Portable Farms.

In India, Murthy osserva come la pandemia abbia costretto gli abitanti delle città a ripensare al sistema che riempie le loro dispense e a capirlo meglio. “Le risorse per cucinare ora sono limitate e la gente sta tornando a ricette tradizionali o sta imparando a cucinare con ingredienti che normalmente non utilizzerebbero,” dice. “C’è un’altra sezione di persone che applicano creatività e innovazione per preparare certi piatti con quello che hanno.” Questo potrebbe forse spiegare tutta quella gente che cucina sui social, ma Murthy aggiunge anche che la pandemia ha spinto molti più uomini a entrare in cucina.

Ma la pandemia potrebbe non avere dei risvolti positivi per i piccoli agricoltori ai margini, che restano i maggiori produttori di cibo per il miliardo e trecentomila persone che abitano in India. Anzi, potrebbero addirittura evitare del tutto l’impatto negativo della pandemia, e l’adozione di più prodotti locali nelle cucine potrebbe potenzialmente anche aiutarli. “‘Dal produttore al consumatore’ in India è tradizione, non una moda,” scrive il giornalista e scrittore Samrat nella sua rubrica sul sito indiano Firstpost. “Potrebbe anche aiutare la società e l’economia ad accumulare resilienza contro gli scossoni della globalizzazione, di cui la pandemia in corso è un esempio.”

Alla fine, certo, il mondo è in un brutto guaio e, sì, dobbiamo ancora vedere quanto è profondo questo abisso, ma forse vale la pena ricordare che ogni crisi è anche una lezione. E questa si svolge in cucina.

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Questo articolo è apparso originariamente su VICE IN.