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Tutte le foto per gentile concessione di Giuseppe Di Vaio/@naplesinkproject.
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Foto della cultura del tatuaggio a Napoli

Attraverso il suo Naplesinkproject, il fotografo Giuseppe Di Vaio documenta il rapporto tra i tatuaggi e la città di Napoli.
22 maggio 2020, 8:57am

Il tatuaggio può essere un puro esercizio estetico, uno strumento per rafforzare la propria identità ma anche per raccontare una storia. E ci sono città in cui le storie descritte dai disegni sui corpi di chi le abita si intrecciano, creando un’unica narrazione che avvicina generazioni ed esperienze profondamente differenti.

Napoli incarna perfettamente questa realtà: percorrendo i vicoli dei quartieri, le piazze del centro e le ampie strade delle periferie si possono incontrare persone diversissime tra loro, ma unite dalla scelta di raccontarsi tramite il tatuaggio. Il fotografo Giuseppe Di Vaio, tramite il suo profilo Instagram @naplesinkproject, documenta questo aspetto della città partenopea, ritraendo e intervistando chi incontra per le vie di Napoli. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo lavoro.

VICE: Da dove nasce il tuo interesse per i tatuaggi?
Giuseppe Di Vaio: Sono sempre stato interessato al mondo dei tatuaggi. La prima volta che mi sono seduto sullo sgabello di un tatuatore ero abbondantemente minorenne, cominciammo con qualche linea ma ero un ragazzino e il dolore era forte, non ho voluto continuare. Il primo tatuaggio (da un tatuatore vero) l'ho fatto a circa 18 anni.

Nel mio quartiere, nella periferia di Napoli, in quegli anni si tatuavano solo i criminali e comportava un certo rispetto della strada. Un tatuaggio per un ragazzo come me all'epoca non era affatto scontato: tatuarti quasi ti marchiava, la gente ti guardava male. Dal punto di vista psicologico mi fece guadagnare in autostima, e da allora non ho più smesso. La passione vera e propria però è arrivata quando ho iniziato a fotografarli.

1589985727325-20-Una-delle-prie-persone-che-ho-ritratto-per-questo-progetto-Since-2015

Una delle prime persone ritratte da Giuseppe per il progetto.

Come scegli i protagonisti delle tue foto? È difficile approcciarli?
Credo che ognuno di noi non aspetti altro che l’opportunità di raccontarsi. Io non faccio altro che dare a chi è pronto questa possibilità. Cerco di creare una sintonia con chi mi sta di fronte, nutro interesse reale per i loro racconti, per le loro vite, forse loro lo avvertono e si lasciano andare. Tutto il resto è una conseguenza. In questi anni ho attraversato con il mio lavoro tutte le possibili scale sociali, dal medico all’ergastolano, e la cosa che accomuna tutti i miei modelli è la voglia di raccontarsi. Con chi non vuole farlo non insisto.

Che storie ci sono dietro a questi tatuaggi?
Le storie sono tutte diverse tra loro, ma la matrice che spinge queste persone a tatuarsi spesso è comune. Il tatuaggio quasi sempre nasce da una sofferenza, il dolore è intrinseco al gesto stesso. Un signore pieno di tattoo, che aveva appena finito di scontare quasi 25 anni di galera mi disse mentre lo fotografavo che il significato dei tatuaggi non esiste: “Prima li facciamo e dopo ci sforziamo di dargli un senso.” Sono d’accordo con lui.

Pensi che il tatuaggio abbia cambiato significato negli anni o rimane comunque legato a delle dinamiche di strada? Come si è evoluta questa cultura a Napoli, fino alle nuove generazioni?
A Napoli in passato ci si tatuava solo se vicini all'ambiente criminale, la tradizione tatuaggistica nasce da una matrice di strada. Sofferenza e sangue, e in molti casi simbologia criminale. Io negli anni però sono uscito da Napoli e ho fotografato personaggi in giro per l’Europa, sono stato ospite ad esempio dell’evento di genere più importante al mondo, la London Tattoo Convention, nel 2018. Questo mi ha dato modo di approfondire e conoscere al meglio questo fenomeno, e ho notato come si sia evoluto fino alla contemporaneità, dove il tatuaggio è diventato moda, vezzo nella gran parte dei casi.

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Una delle prime persone a portare la cultura del tatuaggio a Napoli.

Per fortuna però esiste anche una vera e propria cultura del tatuaggio, composta da persone appassionate e preparate su una pratica che dura da secoli e che nei secoli nessuno è riuscito ad eliminare. Oggi i ragazzi napoletani sono al passo anche dal punto di vista culturale, molti sono cultori di vari stili e seguaci dei grandi interpreti contemporanei. E a Napoli (ma anche in molte altre città Italiane) esiste una comunità molto sviluppata di tatuatori con grandi eccellenze.

Quali sono stati gli incontri che ti hanno più impressionato?
Mi è capitato di fotografare delinquenti ancora attivi, e qualche volta, tra un arma e l’altra, ho dovuto rispondere ad una sorta di interrogatorio prima di arrivare dalla persona che mi aspettava. Le ho viste un po' tutte, ma in genere quelli che più mi hanno impressionato sono state le persone tatuate sul viso. Ci vuole un grande coraggio, e spesso la spinta arriva da una profonda sofferenza personale che il resto del mondo ignora.

Per vedere altre foto di Giuseppe, continua a scorrere o seguilo su Instagram.

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Un ex ragazzo di strada tra i primi tatuatori della malavita.

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Luché.

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Il carcere di Poggioreale era un vero e proprio studio di tatuaggi prima ancora che iniziassero ad aprirne in città.

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La scritta ACAB.

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Una delle ultime foto scattate da Giuseppe.