Il ritorno di Indymedia, il sito che ha documentato le violenze del G8 di Genova

Prima dei social, un movimento dal basso raccontava in tempo reale cosa stava succedendo tra il 19 e 22 luglio del 2001 a Genova. E lo rifarà di nuovo.
Riccardo Coluccini
Macerata, IT
16.7.21
indymedia g8 genova
Immagine di benvenuto per il ritorno di Indymedia e della Time Machine. Screenshot dell'autore.
violenze-polizia
Approfondimenti su una delle pagine più nere della storia d’Italia.

In occasione del ventennale dei fatti del G8 di Genova, abbiamo deciso di dedicare una serie di articoli e approfondimenti a quella che ancora oggi rimane una delle pagine più nere della storia d’Italia.

Avere uno smartphone sempre in tasca con cui riprendere gli eventi che ci circondano e trasmetterli online è scontato per molte persone (benché non tutte), oggi. Spesso questo vuol dire documentare la violenza delle forze dell’ordine: la ragazza che ha girato il video dell'uccisione di George Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020 a Minneapolis per mano di un poliziotto, è stata premiata con un encomio speciale dal comitato dei premi Pulitzer

Pubblicità

Vent’anni fa, quando non c’erano ancora i social network e per connettersi a Internet bisognava essere a casa davanti al pc, il sito web Indymedia Italia ha rivoluzionato il modo di raccontare un evento, offrendo una copertura dal basso del G8 di Genova impensabile fino ad allora. 

Dal 2006 Indymedia Italia non è stato più accessibile ma ora, grazie all’impegno di attivisti e di alcune persone che ne facevano parte all’epoca, è tornato online insieme a un canale Telegram che fa rivivere—come se fosse una macchina del tempo—i momenti del mese di luglio 2001 che hanno segnato per sempre l’Italia.

“Abbiamo rimesso in piedi il sito per riesumare un pezzo di storia che per noi era la nostra storia,” racconta in una chiamata telefonica con VICE una delle persone legate al ritorno di Indymedia e che ha chiesto di essere identificato come un “barakus”—uno dei modi di chiamarsi utilizzati all’epoca di Indymedia tra le persone che frequentavano la scena dei rave—e membro del collettivo di hacker e attivisti A/I (Autistici/Inventati).

“SupportoLegale ci ha detto che sarebbe stato utile rimettere online il sito come strumento per far vedere quali erano i contenuti e così ha chiesto ad Autistici di lavorarci,” spiega l’hacktivista. Supporto Legale è nato nel 2004 come progetto interno a Indymedia Italia, con lo scopo di aiutare i manifestanti sotto processo per il G8 e le vittime della violenza della polizia. Dopo la loro richiesta, si è attivata una rete di un centinaio di barakus che si sono ritrovati in una chat per far ripartire il sito.

Su Indymedia Italia tutti potevano pubblicare anonimamente un post, fornendo aggiornamenti, comunicando dettagli organizzativi o offrendo spunti di riflessione e dibattito. La sezione del sito che ospita questi contenuti si chiama “newswire” e si trova sulla colonna di destra. Oltre a questa, ci sono gli approfondimenti scritti dalla redazione di Indymedia presenti nella sezione centrale; nella colonna di sinistra ci sono i link agli altri nodi del network di Indymedia e alle categorie interne al sito.

indy del 2006.png

La home di Indymedia, rimasta congelata al 2006. Screenshot dell'autore

Seguendo la Time Machine su Telegram si ricevono in tempo reale gli aggiornamenti dal newswire di Indymedia Italia come se i fatti avvenissero nel 2021. Si possono leggere ad esempio i dettagli informativi sui punti di ritrovo e le zone di rilievo per il G8, informazioni per il supporto legale quando si valica la frontiera per chi viene dall’estero—c’erano già stati infatti dei respingimenti a Chiasso-Brogeda—e vedere quali gruppi si stavano organizzando per essere presenti a Genova: come la nave Constanta che stava viaggiando per portare un messaggio di solidarietà anarchica nel Mediterraneo.

Con le centinaia di filmati, foto e testimonianze, gli attivisti realizzano subito un primo video-documentario per denunciare le violenze e gli abusi compiuti dalle forze dell'ordine dal titolo “Aggiornamento #1”. Il membro dei barakus con cui VICE ha parlato ricorda che “quel video è stato pubblicato appena usciti dal G8, c’era da fare in fretta e andare nelle piazze.”

Pubblicità

Ad ogni anniversario di Genova, specifica l’hacktivista, molte persone “si lanciano in ricordi e rivalutazioni del passato secondo la prospettiva del vincitore; da perdenti abbiamo voluto rimettere in piedi le comunicazioni dell’epoca perché si tratta di un fatto storico nostro: quello che abbiamo prodotto all’epoca è la nostra visione e rimetterlo online può permettere a chi non c’era di vedere quei contenuti nella forma in cui noi li avevamo decisi, senza troppe mediazioni e operazioni strane intorno.”

Riuscire a farlo ha richiesto un certo adattamento, soprattutto ora che siamo inondati di video su TikTok, Tweet e storie su Instagram. “Quando ci siamo messi a far andare di nuovo il vecchio sito ci siamo resi conto che così com’era era certamente un archivio fruibile, ma volevamo offrire dei contenuti a persone che oggi sono abituate a usare internet da un telefono,” aggiunge. “Per questo abbiamo riadattato le notizie rendendole facilmente leggibili anche da smartphone e pubblicandole sia su Telegram che su Twitter.”

È importante anche capire cosa voleva dire pubblicare qualcosa online 20 anni fa: le persone non scrivevano in modo così massiccio—infatti i primi post su Telegram sono pochi. Inoltre, la pubblicazione era asincrona rispetto a quando accadevano i fatti. “Non potevi farlo direttamente dalla piazza; nel caso di una carica, prima prendevi le mazzate—poi andavi a casa al computer, accendevi il modem, e finalmente scrivevi e pubblicavi,” chiarisce il membro dei barakus.  

Pubblicità

C’erano inoltre dei vincoli tecnologici, come la banda limitata e la necessità di comprimere i video per riuscire a caricarli online; questo poteva richiedere dei computer con prestazioni più elevate. In molte case c’era ancora il modem a 56k e l’ADSL era arrivata in Italia solo nel 2000. I primi grandi quotidiani italiani si erano affacciati online dopo il 1994: per prima L’Unione Sarda, poi dal 1995 La Stampa, il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport. YouTube sarebbe arrivato solo nel 2005.

“Internet nel 2001 era principalmente lettura,” sottolinea l’hacktivista, “adesso leggere tutto lo scritto dell’epoca potrebbe essere difficile.

Il ritorno online di Indymedia Italia ci costringe ad ampliare lo sguardo, e sarebbe riduttivo considerarlo solo come un semplice proto-social network. Ci ricorda anche che Genova non è solo “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale,” ma che c’era un movimento intorno che aveva fatto dell’uso delle tecnologie digitali uno strumento per imporsi nel dibattito pubblico e nella sfera politica. 

“Il G8 era una tappa storica, c’eravamo fatti trovare pronti con un carico di storia di 10 anni pregressi: dalle rivendicazioni sociali alla questione del precariato. Inoltre leggevamo gli anni Novanta come la fine del millennio e l’arrivo del cyberspazio, c’era tutta una scena legata al cyberpunk e alla rivista Decoder, gli hackmeeting e agli hacklab,” racconta l’hacktivista.

Il primo Indymedia nasce a Seattle in occasione della mobilitazione contro la conferenza dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) del 1999. In seguito, si sviluppano nodi in paesi di quasi ogni continente—come Argentina, Messico, Cile, Sydney e Brisbane, Giappone, Russia, Nigeria e Sudafrica, India—oltre a diversi nuovi nodi europei e statunitensi. 

Pubblicità

Indymedia Italia arriva nel 2000, con la creazione a Bologna di un media center per seguire le proteste contro il vertice OCSE—dove c’erano state cariche della polizia. È stata successivamente presente anche a Napoli nel marzo 2001, quando si è svolto il No Global Forum, dove si è assistito a un’anticipazione delle violenze che si sarebbero viste a Genova pochi mesi dopo. 

Il motto di Indymedia è “Don’t hate the media, become the media”—tradotto in “Non odiare i media, essilo!” in italiano—e il nodo italiano diventa proprio questo durante il G8 di Genova: non un social network, ma un ingranaggio dal basso che si inserisce nella macchina della comunicazione ufficiale e la manda fuorigiri.

“Non si guardava solo all’aspetto del sito, l’obiettivo era: facciamo una redazione ribaltando l’idea della redazione chiusa classica con una gerarchia interna,” conferma il membro dei barakus. “Indymedia era completamente aperta e chiunque poteva iniziare a scrivere nella mailinglist da dietro un nickname.”

Questa idea di apertura totale, sia nella pubblicazione dei contenuti che nelle decisioni editoriali “era una rivoluzione anche all’interno dei centri sociali, c’erano le radio di movimento ma la loro redazione non era aperta al pubblico,” puntualizza. 

processi genova g8.jpeg

Immagine via Indymedia / processig8.

Nei giorni del G8 di Genova era stato messo in piedi un “media center” alla scuola Pertini grazie alla collaborazione tra gli hacktivisti di Autistici, il gruppo di Indymedia e Radio GAP—circuito di radio del movimento riunitosi in occasione del vertice del G8, il cui nome deriva dai gruppi armati operanti durante la Resistenza italiana. Si trattava di uno spazio attrezzato con computer e altri mezzi di comunicazione per le diverse realtà dei movimenti.

È da lì che nella notte del 21 luglio sono state realizzate le prime riprese dell’arrivo della polizia nella scuola Diaz, il cui edificio si trova di fronte a quello dell’istituto Pertini. Ora Indymedia Italia ha rimesso online anche una selezione di audio provenienti da Radio GAP.

Pubblicità

Indymedia Italia è riuscita a raccogliere, documentare, monitorare e ricostruire le vicende del G8 da vicino, e ha costruito un archivio video che sarà fondamentale per i successivi processi seguiti da Supporto Legale. I materiali video, le fotografie e le testimonianze saranno anche alla base delle contro-inchieste sulla morte di Carlo Giuliani prodotte da Pillola Rossa, un gruppo di persone che si sono trovate nel newswire di Indymedia decise a fare chiarezza sulla morte di Giuliani. Ora le inchieste sono nuovamente disponibili.

Pillola Rossa cerca di dare risposte focalizzandosi in modo particolare su alcuni aspetti delle vicende di Piazza Alimonda: da chi infierisce con una pietra su Carlo Giuliani morente, alle motivazioni dietro la violenza delle forze dell’ordine in quel giorno.

Tra i materiali che sono stati rimessi online dai barakus ci sono il programma del public forum (che si è tenuto dal 16 al 22 luglio 2001 con assemblee e discussioni su temi che sono attuali ancora oggi), i resoconti della carica della polizia contro la rete Lilliput in Piazza Manin, l’audio della diretta di radio GAP che annuncia l’arrivo della polizia alle scuole Diaz-Pertini e altre richieste di aiuto durante l’attacco alla Diaz.

Oggi viviamo immersi in spazi digitali dove gli algoritmi delle nostre bacheche hanno un solo obiettivo: aumentare il tempo che passiamo incollati allo schermo. “Si confonde internet con i social media,” dice l’hacktivista. “Indymedia non era pensato per perder tempo, volevamo fare informazione senza misurare l’attenzione.”

Inoltre, ora le piattaforme come Facebook hanno automatizzato la censura a tal punto che la polizia mette la musica di Taylor Swift a tutto volume, sapendo che se le riprese degli attivisti sono postate online, saranno facilmente rimosse per violazione del copyright. Nel caso di Indymedia Italia non c’erano piattaforme proprietarie, la gestione partiva dal proprio server fino ad arrivare al software per la pubblicazione e la gestione degli streaming. “Quel senso di controllo delle nostre risorse era a tutto tondo,” conferma. 

Chiaramente questo non vuol dire che non ci fossero altri modi per bloccare la pubblicazione: l’Fbi ha sequestrato server di Indymedia per conto della magistratura bolognese e sono stati compiuti vari tentativi di sequestro dei materiali di Genova dopo il G8.

Indymedia Italia è tornato online in forma statica, come un archivio. Non è possibile postare nuovi aggiornamenti e pensare di creare un sito adatto alle tecnologie odierne si scontra necessariamente con la chiusura delle app a cui siamo abituati

Anche così, però, Indymedia Italia rimane il perno di quell’ingranaggio collettivo che è la memoria del G8. “Per chi studia le proteste sociali e vuole sapere qualcosa di quel periodo storico, dargli accesso diretto alla fonte primaria ha un valore fondamentale,” conclude l’hacktivista. “Non penso sia di valore per tutto il resto del mondo, ma a chi interessa conoscere un pezzo di storia leggendolo da fonti originarie, può farlo su Indymedia.”