I punk frustrati della Birmania

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I punk frustrati della Birmania

Il fotografo thailandese Ko Gyi ha trascorso due anni a Yangon per documentare la scena punk e metal sviluppatasi all'ombra della giunta militare.
12.3.12

Prima che diventasse una repubblica presidenziale [de iure], la Birmania è stata governata da una giunta militare per circa cinquant’anni. Quando pensate al popolo birmano (cosa che sono sicuro farete almeno una dozzina di volte al giorno), probabilmente vi immaginerete una comunità di soldati malandati che marcia schierata in battaglioni attraverso la città, diretta verso l'ennesimo giorno di massacrante lavoro non retribuito in una fabbrica di munizioni. Oppure no. Forse quando pensate alla Birmania vi immaginate una versione adulta e punk di Rufio di Hook – Capitan Uncino.

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Nel 2010 la giunta militare ha lasciato che si tenessero le elezioni e, nonostante le accuse di brogli lanciate dalla comunità internazionale, qualche risultato c'è stato, in particolare alla luce della liberazione di Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione agli arresti domiciliari da 15 anni.

Negli anni, la città di Yangon ha assistito alla nascita di una scena underground popolata da punk e metallari. Il fotografo thailandese Ko Gyi ha trascorso due anni in Birmania, mentre la giunta militare era ancora alla guida del Paese (le riforme post elettorali prevedevano infatti che i generali avrebbero comunque mantenuto la maggior parte dei poteri). Ko ha fotografato i protagonisti della scena underground birmana, e oggi ce ne parla in un'intervista.

VICE: Ciao Ko, com’è che hai incontrato questi ragazzi?
Ko Gyi: Mi sono sempre interessato alle sotto-sottoculture, in particolare a quelle giovanili, e ancor prima di arrivare a Yangon mi sarebbe piaciuto fotografare un volto del Paese più ribelle e nascosto rispetto a quello solitamente proposto. Non sapevo nulla delle culture alternative in Birmania, ma poco dopo il mio arrivo ho sentito che ci sarebbe stato un concerto punk in uno dei parchi della città.

Ho fatto delle foto e mi sono messo a parlare di musica con la gente. Erano tutti amichevoli. Un paio di giorni dopo mi sono incontrato con il chitarrista di una delle band per un caffè, gli ho mostrato le mie foto e poco a poco mi sono avvicinato alla scena.

Secondo te, in termini di musica e moda, questi gruppi sono più influenzati dalla musica inglese o americana?
Ci sono influenze sia da Regno Unito che Stati Uniti, con il punk inglese di Sex Pistols, Clash e Buzzcocks e quello contemporaneo americano (importante soprattutto per le band hardcore e metal). Ma le preferenze musicali non sono affatto omogenee, c'è molta varietà.

Parlando di stile, i punk si distinguono nettamente dai fan di hardcore e metal. I primi considerano il vestiario parte integrante, e sono senza dubbio influenzati da Johnny Rotten, Sid Vicious e i Ramones—in giro si vedono un sacco di giacche borchiate, creste e anfibi. I fan del metal e dell’hardcore non sono molto interessati allo stile, a loro bastano un paio jeans e la maglietta di un gruppo.

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Quali sono i temi delle loro canzoni? Cosa li fa arrabbiare?
Ci sono molte risposte a questa domanda, ed è importante capire le varie motivazioni che spingono i ragazzi a interessarsi alla scena. C'è il tema politico, di chi canta contro uno stato che continua a essere oppressivo. Ma ci sono anche gruppi a cui interessano solo la musica o lo stile. In sostanza, il sentimento che unisce tutto il movimento è la frustrazione che nasce dal dovere sottostare a una censura estremamente rigida, che passa al setaccio ogni cosa producano.

Sul serio? E la censura non preoccupa i musicisti?
Non penso che “preoccupazione” sia il termine adatto—parlerei più che altro di frustrazione. Il linguaggio dei testi si è evoluto e molti gruppi si esprimono attraverso metafore, consapevoli dei limiti che non possono oltrepassare. Il fatto che una commissione per la censura debba controllare tutto il loro materiale è molto frustrante.

Posso immaginarlo. Quante band ci sono all’incirca? Quanto è grande la scena?
Il numero di band per ogni sottogenere è abbastanza ridotto, quindi, quando vengono organizzati dei concerti di solito ci sono gruppi di generi diversi: punk, rock, metal e hardcore.

Quali sono le band più popolari della scena?
Al momento, gli No U Turn e i Rebel Riot. Poi ci sono i Side Effect, un gruppo indie rock, mentre i Married for the Pain sono i migliori per quanto riguarda l’hardcore sperimentale.

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È difficile organizzare i concerti?
Sì, il problema maggiore è che non ci sono locali disposti ad accogliere questo tipo di musica. La maggior parte delle band non possiede una strumentazione propria, ed è molto difficile ottenere i permessi per suonare. Ho passato circa un anno e mezzo a Yangon e ho visto meno di dieci concerti.

Dove prendono la strumentazione?
Gli strumenti sono per lo più copie cinesi. Sono facili da trovare, ma hanno un prezzo ancora abbastanza alto.

Sei mai stato a un concerto interrotto dalla polizia?
Ai concerti, specialmente quelli all’aperto, è presente un alto numero di forze dell’ordine, ma intervengono solo se si verificano episodi di violenza tra la folla. Penso sia la prassi per ogni tipo di evento. Una volta che i provocatori sono stati portati via, il concerto può continuare.

Conosci qualche musicista che è stato arrestato o imprigionato?
Sì, ma non per il fatto di essere punk. Alcuni dei punk più duri mi hanno raccontato di aver ricevuto provocazioni da parte della polizia, ma la situazione è meno tesa di prima. Circolano un sacco di vecchie storie su punk arrestati e rasati nelle stazioni di polizia—come accade ancora in Indonesia, ad esempio—ma per quel che ho visto, ora cose del genere non succedono più, almeno a Yangon.

Hai intenzione di tornarci?
Sì, tornerò a trovare degli amici. Ora a Chiang Mai gestisco un’organizzazione chiamata Documentary Arts Asia, che sostiene giovani reporter e registi. Abbiamo una galleria per le esposizioni, una libreria, sale per i corsi, e un teatro per la proiezione dei documentari. Il mio obiettivo è creare un’organizzazione del genere anche a Yangon, anche se forse ci vorrà qualche anno perché la situazione si faccia più tranquilla.

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