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vita vera

P38 e No Wave: la storia dell'unica controcultura italiana

Che c'entra il movimento artistico più estremo della New York di fine anni Settanta col movimento politico più radicale degli Anni di Piombo italiani? Più di quanto pensiate, in realtà.

di Valerio Mattioli
03 novembre 2014, 9:48am


Manifestazione di Autonomia Operaia. Foto via ​Wikimedia Commons.​

Nel dicembre del 1981 le Brigate Rosse sequestrano il generale della NATO James Lee Dozier: è l'ultimo clamoroso colpo delle BR "storiche", e contemporaneamente l'inizio della fine per la più nota formazione terroristica dei cosiddetti anni di piombo. Il rapimento dura poco più di un mese; i sequestratori rinchiudono il generale in un appartamento della periferia di Padova, e per evitare che capti conversazioni compromettenti, lo obbligano a indossare un paio di cuffie da cui giorno e notte viene trasmessa non meglio precisata "musica rock". Nel film per la TV che Carlo Lizzani dedicò all'episodio, è una specie di bluesaccio più o meno hard che pare suonato da un complesso di dopolavoristi dell'ATAC. Nella realtà, si trattava di una delle formazioni più estreme, spastiche e dissonanti dell'avanguardia newyorchese: i DNA.

Se avete un briciolo di conoscenza delle vicende che hanno attraversato il rock underground degli ultimi quarant'anni, o anche solo se avete un paio di dischi dei Sonic Youth in casa e vi siete messi a indagare da dove venivano Thurston Moore e soci, saprete benissimo che i DNA furono una delle quattro formazioni che nel 1978 comparivano su No New York, la raccolta (curata da Brian Eno) manifesto della No Wave. E a quel punto saprete anche che la No Wave non fu semplicemente una reazione iconoclasta, rumorosa e "antimusicale" al rock del periodo, ma più in generale un'estetica che spaziava dalla musica al cinema, dalla performance all'arte più o meno concettuale. Fu un movimento che nacque e prese forma a fine Settanta nell'allora degradatissimo Lower East Side, un posto che dalle foto dell'epoca più che a Manhattan fa pensare a Dresda dopo le bombe, e che di quei luoghi restituiva tutta la lercia, mefitica atmosfera: storie insomma di muri scrostati, siringhe, macerie, vizio e violenza, dischi che suonavano come se un branco di ratti psicotici si fosse messo a percuotere chitarre scordate, film la cui grammatica si riduceva ai soli vocaboli decadenza & alienazione, e un tasso di finesse paragonabile a quello di un pisello scarabocchiato a penna sulle pareti di un cesso dell'autogrill. 

A voler tentare un who's who della No Wave, viene praticamente fuori il meglio della cultura newyorchese a cavallo tra Settanta e Ottanta. Un po' di nomi: Jim Jarmusch, Basquiat, Amos Poe. Ma anche Lydia Lunch, James Chance, Glenn Branca, Richard Kern. Oppure Alan Vega, John Lurie, Vivienne Dick. E poi ovviamente Arto Lindsay, cioè il fondatore, chitarrista e leader proprio dei DNA. Ora, torniamo all'appartamento padovano in cui le BR tenevano rinchiuso Dozier. Se non proprio l'hard blues de' noantri scelto da Lizzani, uno si aspetta che dei truci e seriosissimi rivoluzionari quali erano i brigatisti obbligassero il proprio prigioniero ad ascoltare, chessò, degli altrettanto seri inni partigiani. O dei canti di lotta della tradizione. O magari roba tipo "Stato e padroni, fate attenzione", il cui ritornello recitava testuale "Stato e padroni, fate attenzione/nasce il partito dell'insurrezione/potere operaio e rivoluzione/bandiere rosse e comunismo sarà."

Invece no. Dallo scaffale dei dischi, i brigatisti estraggono il 12" di un gruppo descritto dai suoi stessi componenti come "il suono di un topo intrappolato dentro un computer." Magari era una scelta che tradiva intenti sadici. Magari per i brigatisti obbligare il proprio prigioniero a sorbirsi le chitarre atonali e i grugniti di Lindsay e soci, equivaleva a un metodo di tortura non convenzionale, un po' come l'heavy metal sparato ad Abu Ghraib. Resta il fatto che quel disco i brigatisti ce l'avevano. Non è un particolare da poco. Perché non è che i DNA fossero un gruppo qualunque, di quelli che andavi alla Standa e li trovavi nel cesto delle novità. Erano semmai una delle più avventurose formazioni del post-punk americano, roba insomma da intenditori veri, oltre che da gente con un certo gusto per lo strano, l'irregolare, il deforme. Se tanto mi dà tanto, significa in poche parole che alle Brigate Rosse la No Wave piaceva. Magari tra un comunicato da recapitare all'ANSA e la pianificazione del processo proletario di turno, passavano il tempo a disquisire se Lydia Lunch era meglio con gli 8-Eyed Spy o coi Teenage Jesus & The Jerks. Quasi me li immagino, quando per rilassarsi dopo aver discusso l'ennesima risoluzione strategica, si buttavano sul divano a intonare gli strazianti versacci di una "Helen Forsdale" dei Mars:

A questo punto suppongo sia il caso di specificare che nulla di quanto raccontato finora potrebbe essere realmente accaduto. Oppure sì, non lo so, non c'ero e non ho fonti dirette. A raccontarmi delle BR che obbligavano Dozier ad ascoltare i DNA, fu in realtà proprio Arto Lindsay, in occasione di un'intervista uscita lo scorso aprile su Repubblica (una versione estesa la trovate su​l sito di XL). Quando chiesi a Lindsay come faceva a sapere una cosa del genere, rispose balbettando che boh, ehm, ecco, c'erano delle voci che giravano, magari era una leggenda metropolitana, insomma io che ne so, non mettermi in mezzo, l'Italia mi piace e non voglio casini. Ho preferito non insistere.

Sulle prime, l'accostamento tra lo spartano rosso-militare della stella a cinque punte e gli umori depravati della più plumbea No Wave, mi sembrò quantomeno stridente, per certi versi inspiegabile. Però a pensarci bene l'immagine di un gruppo di brigatisti baffuti capaci di stilare documenti programmatici tipo "La crisi del modo di produzione diventa controrivoluzione preventiva" e contemporaneamente appassionarsi alle più dissolute imprese dell'avanguardia newyorchese, non è così improbabile. Se non altro, tra No Wave ed estremismo politico nell'Italia degli anni Settanta esistono legami accertati, anche se non molto conosciuti. Meglio ancora: la No Wave newyorchese fu molto ispirata da quella che all'epoca andava sotto il nome di Autonomia Operaia, una sigla che al giorno d'oggi riesce tuttalpiù a evocare sbiaditi ricordi in bianco e nero in cui si confondono indiani metropolitani e guerriglieri urbani armati di P38 (i famigerati "fiancheggiatori delle BR," appunto).

Fu lo stesso Lindsay a raccontarmela così: "Ci piaceva questo legame tra politica, teoria, creatività e vita di tutti i giorni, ci piacevano le cose di Franco Bifo Berardi, Radio Alice, l'Autonomia, il movimento del '77 e tutto il resto, e quindi cominciammo a interessarci a quello che succedeva qui da voi tra fine Settanta e inizi Ottanta. Quando poi riuscimmo a venire in Italia, testammo finalmente la cosa con mano." A lanciare definitivamente la Autonomia-craze negli ambienti dell'avanguardia newyorchese, fu la storica rivista Semiotexte, che nel 1980 pubblicò un corposo speciale dedicato ai fatti italiani del 1977 e dintorni. Da allora, il pensiero autonomista ha sempre goduto di una certa fortuna presso gli ambienti teorici nordamericani (vedi il recente dibattito sulla Italian Theory); ma soprattutto non ha mai smesso di affascinare gli ambienti dell'underground, in primo luogo quello anglofono. Già all'epoca, al di là del giro No Wave, a omaggiare quella che nella pubblicistica italiana è stata immancabilmente descritta come la più violenta, rigida e sanguinaria espressione dell'estremismo di sinistra, ci pensarono mostri sacri del post-punk britannico come Mark Stewart (del Pop Group) e Green Gartside (degli Scritti Politti, autori della autoesplicativa "Skank Bloc Bologna").

In tempi più recenti, se avete letto Simon Reynolds, avrete notato i suoi ripetuti riferimenti al '77 bolognese, a Radio Alice, e a quello che nelle sue parole fu "il corrispettivo italiano del punk." Due anni fa, sul mensile inglese The Wire, il critico Mark Fisher dedicò uno speciale al rapporto tra i riots londinesi del 2011 e forme musicali come il grime, intitolandolo senza tanti giri di parole ​"Autonomy In the UK". E manco a farlo apposta, giusto la settimana scorsa mi trovavo a Roma a chiacchierare con Brian Mumford, musicista americano del giro Mississippi Records (è l'uomo dietro il progetto Dragging an Ox through Water), che di punto in bianco mi chiede dove si trova il quartiere di San Lorenzo. Quando gli chiedo che ne sa di San Lorenzo e perché gli interessa, mi risponde che "be', era il quartiere romano dell'Autonomia, no?" Per intenderci, Brian avrà su per giù una trentina d'anni, non è che parliamo di un nostalgico col santino di Ulrike Meinhof nel portafogli.

Il termine "autonomi" è pressoché scomparso dall'informazione mainstream italiana. E anche quando veniva impiegato non sempre a proposito (cioè fino all'altroieri), serviva a suggerire masnade di facinorosi dallo sguardo torvo e un lessico barricadero fuori tempo massimo: gente che non rideva mai, rimasta ai tempi in cui il capo d'abbigliamento più à la page era il passamontagna, tristi fantasmi di un'epoca lugubre e grave, pupazzi seriosi incapaci di liberarsi dal mito del guerrigliero, del militante rivoluzionario, del "velleitarismo armato". Come questi malinconici figuri continuino ad affascinare i più istrionici intellettuali dell'underground straniero, gli stessi che tuttora trovereste in un qualsiasi allegato patinato per lettori hip, è a questo punto un mistero. Oppure no? Forse che l'immagine dell'accigliato autonomo con P38 d'ordinanza che si rivolge all'interlocutore intonando un solenne "compagno" e dopodiché passa a discettare di "violenza proletaria e controrivoluzione imperialista", è quantomeno parziale? 


Dalla copertina de Gli Autonomi (secondo volume).

Qualche anno fa l'editore DeriveApprodi pubblicò un lunghissimo saggio in tre volumi intitolato per l'appunto Gli Autonomi e curato da Lanfranco Caminiti e Sergio Bianchi. Ai fini di questo articolo, il più interessante dei volumi in questione è il terzo, quello dedicato ai "rapporti che gli autonomi hanno intrecciato con le culture: la tecnologia, l'editoria, la letteratura, il cinema, la fotografia, i fumetti, la musica, il marketing e la pubblicità." Alcuni passaggi dell'introduzione del libro sono tuttora illuminanti: "Senza senso di colpa gli autonomi sabotavano le fabbriche e il comando di produzione; senza senso di colpa spaccavano le vetrine e rubavano i capi di abbigliamento; senza senso di colpa irrompevano nei supermercati e riempivano i carrelli di salmone e foie gras, di champagne e whisky; senza senso di colpa occupavano case e quartieri e piazze, non pagavano le bollette; senza senso di colpa interrompevano le lezioni dei baroni rossi e li irridevano. Senza senso di colpa si scrollavano di dosso la cultura della crisi. Ciucciatevela voi, la crisi, noi abbiamo un mondo da prenderci. Col passamontagna. Alla bisogna, con la P38." In un passaggio del genere, è difficile non avvertire l'eco di quello che furono i riots inglesi di tre anni fa, ed è anche in questo senso che va letta la scelta di Mark Fischer di parlare, ancora nel 2012, di "Autonomy in the UK". "Eravamo rozzi?", continua l'introduzione di Gli Autonomi; "Noi eravamo rozzi? E dov'era l'ésprit de finesse, nelle autoblindo a scorrazzare nelle piazze, nei carabinieri che sparavano a altezza d'uomo, nei deliri complottardi, nelle volgarità dei comunisti?"

I comunisti in particolare (intesi come il PCI), furono il più tenace avversario dell'Autonomia, nonché i principali responsabili della damnatio memoriae che da allora ha relegato i movimenti di fine Settanta nel cono d'ombra del "delirio velleitarista": "ci dipinsero come barbari [...] Coi nostri concertini e i raduni, le nostre musiche e i giornalini, i nostri libricini e gli sballi, le nostre poesiole e le improvvisazioni, i nostri disegnini e i muri sporcati, i nostri avventurismi teorici. E quei passamontagna, poi." Solo che, per i comunisti e il resto d'Italia tutta, gli autonomi non erano soltanto dei pericolosi estremisti fiancheggiatori delle BR. Il problema era anche che "ci denudavamo, ci drogavamo, facevamo sesso con insistenza e alla rinfusa. Insomma, giocavamo, o, all'uopo, eravamo degenerati, 'dannunziani', detto con disprezzo morale. Forse un giorno saremmo arrivati alla 'cultura', quella seria, rigorosa, quella 'alta', quella amministrata da loro [cioè sempre i comunisti, alfieri della famigerata 'egemonia culturale]."

Quindi ecco, oltre che pericolosi, pure debosciati. Viziosi. Tossici scapigliati con pistole al seguito. Messa così, è più che naturale che tizi con una certa propensione all'eccesso come Arto Lindsay e Lydia Lunch ne fossero attratti. E poi c'è il dato più propriamente "culturale": "Con curiosità mescolavamo, contaminavamo linguaggi, provavamo formule chimiche di laboratorio, stregonerie. C'era attrazione verso le grandi correnti artistiche del primo Novecento europeo, quel pensiero senza qualità, negativo. Ciò che era stato eccessivo, provocatorio, immediato e senza futuro." Poco da dire: a questo punto, è No Wave pura. Per la stampa ufficiale gli autonomi saranno pure stati dei loschi e arcigni terroristi in erba, ma guardiamo agli artefatti che di quella galassia furono esito: al di là di Radio Alice e fogli come A/Traverso, basta pensare a riviste come Cannibale e Frigidaire. Su Stefano Tamburini e il suo legame con la No Wave ebbi già modo di ​dilungarmi. Ma trovo anche indicativo il titolo della mostra che da qualche tempo Marco Philopat porta in giro per l'Italia, e cioè "Beat, Hippies, Autonomi, Punk": lascia intendere che, più come movimento politico variamente (dis)organizzato, gli autonomi vadano letti come controcultura vera e propria, forse l'unica controcultura nata nel paese a forma di Stivale capace di dialogare alla pari, e all'occorrenza influenzare, le analoghe esperienze che negli stessi anni prendevano forma di là dalle Alpi. A meno che non vogliate prendere sul serio aberrazioni tipo i Paninari.

Il comunista Antonello Trombadori, paladino del realismo engagé e poeta dialettale per passione, ai tempi inveì contro i giovani incappucciati dei tardi Settanta chiedendosi: "Chi so' questi che spareno e ammazzeno?/So' l'erba voglio de l'oscurantismo [...] e prima o poi ce l'attaccamo al cazzo." Gli risponde Lanfranco Caminiti nell'introduzione al terzo volume de Gli Autonomi, quando afferma "Noi parlavamo i nuovi linguaggi. Noi eravamo le nuove forme di vita." Ma a suo modo ci aveva già pensato Lydia Lunch quando declamava "Little orphans running through the blood, through the blood, through the blood." Ecco, tra il "ce l'attaccamo al cazzo" e un pezzo come "Orphans", io non so voi cosa preferite. Diciamo che tra le due, una vaga idea su quale sia invecchiata meglio ce l'ho.  

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