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vita vera

L'amara sorte della Sinistra Giovanile

Che fine hanno fatto tutti quei compagni di scuola della Sinistra Giovanile che eravamo convinti "ce l'avrebbero fatta"? Ecco il PD dei vincenti visto dalla parte dei perdenti.
7.11.14

Quando dalle medie passai alle scuole superiori, assieme a oscure materie di studio come il greco e il latino, scoprii anche la politica, intesa come assemblee di istituto, volantini distribuiti allʼentrata, dibattiti sulla privatizzazione dell'istruzione, autogestioni, occupazioni, cortei in difesa della scuola pubblica, insomma: quelle cose lì.

Andavo in un liceo romano che, nonostante fosse a solo un paio di fermate metro da San Giovanni, era considerato scuola di periferia, e politicamente parlando le fazioni in lotta erano due; da una parte cʼera la sinistra cosiddetta estrema, che tra lʼaltro ogni anno cambiava riferimenti nonché area di appartenenza: cʼè stato il periodo genericamente "centrosocialaro", quello "autonomo" e infine il periodo "anarchico", che fu anche quello più lungo. Era per così dire la "mia" fazione, nel senso che allʼepoca appartenevo a una specie di collettivo aperto che anziché chiamarsi, che ne so, Gruppo Studenti in Lotta o Comitato Permanente per la Liberazione Studentesca, prese il nome di —adesso vi prego non ridete—Brigata Alcolica. Una sigla più da ultrà daa maggica che da esuberanti rivoluzionari in età adolescenziale, e che tra lʼaltro poco rifletteva i reali passatempi del gruppo (essendo le droghe naturali di gran lunga preferite alla vodka). Vai a ricordare chi se lo inventò: comunque che bisognava fare, alla fine ce lo tenemmo.

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I grandi avversari, o meglio ancora gli arcinemici di ogni brigatista alcolico degno di questo nome, erano ovviamente quelli della fazione avversa: la Sinistra Giovanile, lʼorganizzazione studentesca di quello che allʼepoca si chiamava prima PDS e poi DS, e che in tempi più recenti sarebbe diventato il PD. Momento culminante della sanguigna rivalità fu chiaramente una partita di pallone. Lo scontro Sinistra Giovanile vs. Brigata Alcolica si svolse nel cortile di scuola e si chiuse con un risultato che più tondo non si può: 10 a 1 per loro. Ora che ci penso poteva finire pure peggio, se una mazza da baseball spuntata da non si sa dove non avesse provveduto a trasformare la partita in rissa. Credo comunque che lʼunico gol a nostro favore ce lo abbiano concesso così, per pietà. Dopotutto i sinceri democratici erano loro.

Mazze da baseball a parte, quelli della Sinistra Giovanile in fondo erano bravi ragazzi —credo. Pure simpatici, a saperli prendere. Con qualcuno di loro ci prendevo lʼautobus per tornare a casa, e poteva pure capitare che si chiacchierasse amabilmente di musica; loro cʼavevano Fiorella Mannoia, e un poʼ doveva rodergli. Noi Fugazi e Sonic Youth: diciamo che valeva come rivincita.

Ma soprattutto, quelli della Sinistra Giovanile erano dei vincenti. Non tanto e non solo per il 10 a 1 che ci avevano rifilato: è che proprio li vedevi pronti al decollo. Lo percepivi, che gli sarebbe toccato qualcosa di importante. Erano ambiziosi, studiavano "per farcela" e passo dopo passo scalare le gerarchie del più grande partito della sinistra italiana; a sedici anni già parlavano con un lessico che pareva preso da un corso di aggiornamento della Scuola delle Frattocchie, e se ti chiedevano che lezione cʼavevi alla terza ora quasi avevi paura di rispondergli perché hai visto mai, magari un giorno avrebbero utilizzato quellʼinformazione contro di te.

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Venivano da una scuola politica rigorosa, micidiale. Non dirò mai che non avessero ideali di sorta, perché beʼ, alla fine degli ideali ce lʼavevano, anche se ai tempi ci divertivamo a dipingerli come piccoli squali con la bava alla bocca. Ma erano senzʼaltro tipi svegli, intelligenti, e allʼoccorrenza figli di puttana: nel mio piccolo ero sicuro che, di lì a qualche anno, li avrei ritrovati intervistati da Santoro magari in qualità di, boh, ministri, sottosegretari, leader dellʼopposizione, qualsiasi cosa. Quasi ci speravo, che un giorno avrei potuto dire ai miei figli: "Lo vedete quello in televisione? Stava a scuola con papà! Una volta mi spaccò pure il fanale del motorino con un bloster!"

Quello che mi spaccò il fanale del motorino con un bloster (credo, ma non sono sicuro, in risposta a qualche altro atto "terroristico" da parte nostra) si chiamava Fabrizio, ed era uno dei due leader della Sinistra Giovanile di scuola. Lʼaltro si chiamava Massimiliano: più grande di me di qualche anno, era uno di quelli con cui discutevo di alternative ruock sul 558 che avrebbe riportato lui a Cinecittà e me a Torre Maura. Nessuno di loro due li ho visti intervistati da Santoro. Nessuno di loro due "ce lʼha fatta".​

​Stefano Bizzarri.

​E dire che erano i vincenti. Per loro, questo era il momento perfetto: lʼerede del fu PDS è di fatto diventato lʼunico partito della nazione; il leader di quel partito nonché capo del governo ha più o meno la loro stessa età, e ha impostato una retorica intera sul ricambio generazionale e lʼavvento dei "giovani" che per troppi anni si sono visti tarpare le ali dai "vecchi". Mi è quindi venuto spontaneo domandarmi che fine avessero fatto, i vecchi rivali Fabrizio e Massimiliano. Ho riesumato contatti sopiti da tempo, e finalmente li ho rintracciati per chiedergli se cʼera qualcosa che era andato storto. Se magari nel frattempo si erano dati ad altro. Ma anche se il PD che tutto conquista e tutto comanda, la considerino una loro vittoria. Se si riconoscono nei tavoli della Leopolda, o in Renzi che bullizza quelli che non sanno usare lʼiPhone. E infine se loro, che a quattordici anni mi sembravano piccoli squali pronti a tutto pur di far carriera nellʼambiguo mondo della politica, alla fine tanto squali non erano.

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Finiti gli anni del liceo, Fabrizio ha continuato a militare nei ranghi del partito. È stato dirigente giovanile, ha lavorato col segretario regionale del PD, ha collaborato con Marianna Madia, e si è presentato alle primarie per il Municipio romano di residenza, dove però è stato battuto da un esponente di SEL. Massimiliano invece, di strada ne ha fatta un poʼ di più: dapprima segretario regionale della Sinistra Giovanile, e stato poi eletto per due mandati alla Provincia di Roma, dove è stato anche presidente della Commissione Politiche Sociali. A quel punto, secondo logica progressione, si è candidato alle Regionali. Senza successo. Come Fabrizio, pur rimanendo iscritto al PD, si è a questo punto ritirato dalla politica di professione. "Mi sono autorottamato", dice lui.

Quando incontro Fabrizio e Massimiliano, lo stato dʼanimo che trasmettono è sostanzialmente di rassegnazione. Non tanto perché "non ce lʼhanno fatta", quanto perché il mondo in cui sono cresciuti li ha silenziosamente fagocitati per poi, altrettanto silenziosamente, rigettarli. Il loro lessico è ancora un capolavoro di politichese in cui ogni singola frase va rigorosamente letta tra le righe, ma senzʼaltro, mi spiega Fabrizio, ci sono motivi oggettivi per cui dopo anni e anni di militanza attiva, si sono trovati "ai margini": "la forza di mobilitazione [ che tradotto credo significhi "quanti voti riesci a prendere"] si basa su interessi particolari, più o meno legittimi. Quindi se vuoi fare politica devi essere capace di mantenere relazioni [che credo significhi "gli agganci giusti"]. E poi seguire una serie di interessi particolari è un lavoro totalizzante, che richiede un impegno quotidiano, ventiquattro ore al giorno. Fai quello e nientʼaltro, e non tutti se lo possono permettere. In sostanza: devi avere i soldi."

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Il fatto è che sia Fabrizio che Massimiliano vengono da quartieri popolari e hanno frequentato una scuola lontanissima —sia in termini di chilometri che di materiale umano—dai licei in cui per convenzione si forma la classe dirigente romana: i vari Mamiani, Visconti, Tasso. Non è un particolare da poco. Massimiliano mi dice di non averlo "mai vissuto come un peso," e in fondo la sua vicenda testimonia che un poʼ di carriera la puoi fare anche se il tuo compagno di banco non è figlio di un dirigente Rai. Anni e anni di volantini, assemblee, manifestazioni, alla fine lʼhanno portato a un passo da un seggio alla Regione: siccome è bravo vale il principio di meritocrazia, direbbe quello. Però è difficile non intravedere una punta di classismo in come vengono organizzate le gerarchie del più grande partito progressista dʼEuropa.

Fabrizio a tal proposito è insolitamente schietto: "Prendi Matteo Orfini, che è il dirigente romano che più ha fatto strada al punto che adesso è presidente del PD. Lui nelle formazioni giovanili nemmeno cʼè mai stato, ma abita a Prati, ha studiato al Mamiani, ed è il figlio di un amico di DʼAlema. Poi cʼè anche lo stadio successivo; una tipa come la Madia, che alla fine è una delle migliori del giro, non ha dovuto nemmeno fare la finta del percorso interno: è stata direttamente catapultata dallʼalto. Viene dalla famiglia giusta, ha le amicizie giuste e tutto il resto, ma va anche detto che la cooptazione per via famigliare è un problema che cʼè sempre stato."

​Stefano Bizzarri.

Per Massimiliano, "uno degli scopi dei partiti organizzati, era quello di promuovere una classe dirigente non necessariamente di estrazione privilegiata. Ma questa è una concezione arcaica, novecentesca. Perché la politica la puoi fare in due modi: rafforzare la partecipazione delle persone alla democrazia; oppure coltivare contatti, amicizie e relazioni. Il primo era un principio della sinistra 'vecchia', almeno in teoria, ed era quello che mi interessava; il secondo, è il principio che ha preso il sopravvento una volta che quella sinistra si è disintegrata. Non per colpa di Renzi, intendiamoci: perché proprio era una sinistra che non rispondeva più alla polverizzazione della società. E perché era gestita da una classe dirigente che, incurante di tutto, credeva di essere eterna."

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Il fatto è che, al di là della facile retorica degli "amici degli amici", il discrimine di fondo mi sembra più una faccenda di qualità umane. Dicevo prima che ai tempi del liceo io e i miei compagnucci ci divertivamo a dipingere i vari Fabrizio e Massimiliano come biechi squaletti politicanti. Però un poʼ lo sapevamo che in fondo erano dei "buoni", e a forza di serie TV americane abbiamo tutti imparato che alla lunga, a fare politica, essere buoni non paga.

"La politica è una lotta," mi dice Massimiliano. "Non voglio dire che sia una roba alla House of Cards, ma di sicuro la politica gestisce il potere. E il potere ha una forza attrattiva fortissima sulle persone. Agisce come una forma di dipendenza, come una droga. Magari questo effetto lʼha avuto anche su di me, non voglio dire il contrario: insomma, non è che sono una persona immune da sentimenti umani. Ma più in generale, in un ambiente popolato da interessi e ambizioni personali, è facile che a prendere il sopravvento siano atteggiamenti rapaci." Per Fabrizio, "gli elementi di furbizia, di spregiudicatezza, esistono da sempre. Ma quando cominci a far politica a quindici anni dentro un partito, cʼè anche tanta ingenuità. Il vecchio PDS imponeva uno stile che tendeva a dissimulare gli atteggiamenti arrivisti, magari in maniera anche ipocrita. Col tempo quellʼipocrisia è venuta meno, il che se vuoi è anche un bene; però di sicuro, adesso che la politica è diventata molto più ʼpersonificataʼ, furbizia e spregiudicatezza sono elementi sempre più fondamentali."

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Massimiliano, che visto il suo percorso era il più promettente tra i leaderini di scuola, mi dice che adesso che con la politica da professionista ha smesso, si sente meglio. "È stato un privilegio, ma ho visto veramente troppa gente diventare… non so come dire, schizofrenica, assumere atteggiamenti che nella vita privata non avrebbero assunto mai, costringersi a una cattiveria che se ci penso mi fa stare male. Tu mi puoi dire vabe', hai cambiato vita, ma solo perché sei stato fatto fuori, che ne sai che cosa saresti diventato se alle ultime elezioni ti avessero eletto? E infatti chi lo sa, avessi continuato magari sarei finito così anchʼio." Gli chiedo se, quando in televisione vede Orfini o la Madia, non gli viene da pensare "maledizione, al posto loro ci potevo stare io"; lui sospira, tentenna, e mi dice "sì, ma anche no. Insomma, che vuoi farci? È andata così. Ho fatto politica per tanto di quel tempo…" E poi sorride:"Adesso largo ai giovani, no?"

Che i "giovani" evocati da Massimiliano abbiano la sua stessa età, è più una coincidenza anagrafica che altro. La realtà è che sia lui che Fabrizio, anche se trentenni, sono tanto orfani della "vecchia" sinistra quanto i loro più anziani compagni della sezione PD di via La Spezia, quella in cui tenevano le assemblee ai tempi della scuola e che poi Zoro avrebbe ritratto nel film Arance e martello, presentato a Venezia giusto un paio di mesi fa. Va bene, anche questo vuol dire poco: "ho visto tanta di quella gente saltare da un carro allʼaltro," dice Massimiliano. E Fabrizio: "Se contiamo quanti ultras di Renzi fino al giorno prima erano antirenziani dichiarati, non la finiamo più."

Loro su Renzi ovviamente non si sbilanciano, e ogni volta che gli chiedo un parere più preciso, rispolverano le antiche arti retoriche imparate quando il partito stava ancora a Botteghe Oscure. Fabrizio mi dice che in parte si sente "vendicato" dallʼex sindaco di Firenze, che quantomeno ha spazzato via un gruppo dirigente che arrivati a quel punto nessuno tollerava più. Ma poi sia lui che Massimiliano ammettono che "è una sconfitta per chi nella politica cercava una dimensione collettiva; per chi credeva che la politica servisse anche a controbilanciare il potere, oltre che a ottenerlo." Fabrizio ricorda come già ai tempi del liceo "un mio vecchio compagno di sezione mi prendeva in giro dicendo 'ma tu ancora che rompi che i socialisti erano quello che erano? Noi siamo già molto peggio!'." Accidenti, era la stessa cosa che dicevamo noi.

Per quanto riguarda la fantomatica Brigata Alcolica: anche qui, nessuno è finito a farsi intervistare da Santoro in TV, ma questo era prevedibile. Cʼè chi ha girato video per il Truceklan, chi scrive libri sulla storia dellʼantifascismo, chi ha avuto storie di droga, chi vive a Berlino, chi fa lʼinsegnante e in incognito lancia strali su twitter contro la polizia, chi semplicemente è scomparso, e anche chi non cʼè più. Alla fine, almeno una cosa in comune coi vari Fabrizio e Massimiliano ce lʼavevamo: anziché essere i pionieri della Generazione Telemaco, abbiamo continuato a infilare gettoni nellʼiPhone.

Segui Valerio su Twitter: ​@thalideide