
Era il 1976.
Trentotto anni dopo, il mondo, o sarebbe meglio dire le bacheche di Facebook sulle quali una piccola parte della popolazione fa professione quotidiana di apostasia nei confronti dell’orrido “sceneggiato italiano” e le sue legioni di preti, medici e sbirri buoni, ha gridato a più voci alla rivoluzione e alla serie definitiva per l’arrivo di True Detective e per il “detective Rust”, “un burbero dal cuore d’oro” che ha letto più libri dei suoi omologhi un po’ scemi e alcolizzati degli anni Settanta.
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Perché dunque tanto clamore?Prima di tutto, alcune cose nella struttura narrativa di True Detective funzionano molto: i diversi piani temporali e il gioco di verità e menzogna nel racconto del passato fatto dal presente permettono la creazione di una tensione che il plot da solo non produrrebbe. Detto questo, bisogna intendersi su che tipo di crimesia True Detective. Prima ancora che andasse in onda l'episodio pilota, Nick Pizzolatto aveva dichiarato al New York Times, “True Detective non è più complicato del fatto di usare l’indagine attorno a un crimine come una specie di formaggio fuso in cui immergi un’indagine sul carattere umano.”
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Summa del Rust pensiero.Diciamo la verità: il detective Rust ha sicuramente un suo fascino, e intendo anche per i maschi eterosessuali. Come non invidiarlo per il fatto che può partire con le sue geremiadi nichilistiche e ricevere in risposta dal suo partner Martin alternativamente qualcosa di brillante tipo “sei il Michael Jordan dei figli di puttana” (qui Pizzolatto vendica il formaggio fuso) o male che vada segnali di sfinimento provenienti dal mondo delle sfumature? Al contrario di quello che succede ai nichilisti che abitano il mondo reale, nessuna coppia che l’ha invitato a cena scuote la testa compatendo le sue parole piene di razionalità, né fa sfoggio del tipico senso di superiorità sociale di chi si sveglierà nel cuore della notte per pulire il culo di un bambino.Questo ovviamente è molto bello, ma nel corso della stagione ci si rende conto in fretta che il personaggio vero dei due detective è l’altro: Martin. Con i suoi conflitti, la sua umanità, il personaggio interpretato da Woody Harrelson ha una profondità e delle sfaccettature che lo rendono tridimensionale, cosa che non si può dire di Rust, il quale nonostante tutto il suo sbandierato nichilismo è un moralista di dimensioni giacobine. Con un passato da sbirro ninja infiltrato e un futuro da alcolizzato cronico senza troppe consegue fisiche, il detective è da un lato l’incarnazione dell’uomo in rivolta metafisica di Camus, dall’altro una persona che pur trovando tutto assurdo è provvista di un senso della giustizia pressoché totalitario sul quale modella ogni sua azione.
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Un particolare che può assumere un senso in questo contesto è che il regista Cary Fukunaga ha voluto girare tutto in pellicola 35 millimetri perché “forse era l’ultima possibilità di farlo." Non so se anche a voi sta suonando l’hipster detector. Le location come la chiesa con i dipinti rituali o la casa di Reggie Ledoux sono stati costruiti da zero e talmente bene che sembrano lì dalla notte dei tempi. Parallelamente le svolte e la creazione dei momenti di tensione nella storia sono il più delle volte appaltati dalla scrittura alla regia, come nella sequenza di chiusura della sesta puntata—quando con l’inquadratura da dietro del pick up di Rust si crea un pathos che il plot e quello che sappiamo dei personaggi fino a quel punto non sosterrebbero affatto. Poi c’è il famoso e acclamato piano sequenza di sei minuti che a me ha ricordato da vicino la schermata di gioco di GTA.
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