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La carestia è una delle tante armi della guerra in Siria

Dopo aver tentato per 15 mesi di riconquistare le aree strategiche usando tutte le armi a propria disposizione, il regime ha deciso semplicemente di affamare i ribelli e la popolazione, fino alla loro resa o alla morte.
30.1.14

La morte di altri quattro abitanti del campo profughi di Yarmouk, a Damasco, ha portato a oltre 70 il numero dei morti per inedia all'interno del campo. (Foto: Stringer/Anadolu Agency/Getty Images). 

A settembre una bambina di 18 mesi di nome Rana è morta di fame a Moadamiya, vicino Damasco. Sua madre, Um Bilal, è rimasta a guardarla farsi sempre più magra di mese in mese, senza poter fare nulla per attenuare la sua sofferenza. Considera tanto la comunità internazionale che il regime siriano responsabili per la morte di sua figlia. "Il mondo intero resta a guardare, senza muovere un dito di fronte ai crimini del regime che ha ucciso mia figlia," ha dichiarato.

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Dal novembre del 2012 Moadamiya è sotto assedio da parte delle forze del regime di Bashar al Assad, e oggetto di bombardamenti indiscriminati con artiglieria pesante, mortai ed esplosivi sganciati sulla città dall'aviazione del regime. Tutto questo va avanti da più di un anno, e ora in città non ci sono quasi più edifici intatti né spazio per seppellire i morti. Nonostante tutto l'esplosivo che è stato sganciato sulle loro teste, finora gli abitanti di Moadamiya si sono sempre rifiutati di arrendersi.

Tra le sfortune di Moadamiya c'è indubbiamente la collocazione geografica: stretta tra la base dell'aviazione di Mezzeh ad est, gli avamposti della Guardia Repubblicana del regime ad ovest e della quarta divisione corazzata d'elite (comandata dal fratello e luogotenente di Assad, Maher) a sud, la città è molto semplice da circondare. Per questo motivo, quando il regime si è stufato di tentare di strappare la città ai ribelli e ha deciso di tentare un assalto diretto per assediarla, il risultato è stata la carestia.

Da circa un anno ormai, il regime siriano sta impiegando tattiche simili anche contro altre aree di Damasco controllate dai ribelli. Dopo aver tentato per 15 mesi di riconquistare zone strategicamente vitali usando tutte le armi a disposizione (dai carri armati ai caccia, fino agli attacchi dello scorso 21 agosto) senza risultati, ora il regime ha deciso semplicemente di affamare i ribelli, fino alla loro resa o alla morte.

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La vittima più recente delle carestie militarmente indotte in Siria è Yarmouk, un quartiere nel sud di Damasco abitato da rifugiati palestinesi. Per sette mesi è stato accerchiato e soggetto allo stesso trattamento riservato a Moadamiya, con il risultato che, secondo Ahmed Awad del Fajed Press Center, almeno 59 persone sono morte di fame. Le foto e i video orribili che mostrano cadaveri scheletrici sembrano confermare le affermazioni di Awad e quelle di altri residenti.

"Abbiamo già mangiato quasi tutti i gatti e ora mangiamo l'erba," mi ha detto Awad.

Il 18 gennaio è stato raggiunto un accordo tra il regime di Assad e i capi delle varie fazioni di Yarmouk per consentire agli aiuti umanitari di raggiungere—finalmente—il quartiere. È stata autorizzata una prima consegna di 7.000 scatole di cibo e altri beni di prima necessità, a condizione che fossero distribuite da una fazione palestinese pro-Assad (la PFLP-GC) ed esclusivamente ai civili.

Nonostante le promesse di consentire distribuzioni regolari degli aiuti, tuttavia, il regime ha chiuso i rubinetti subito dopo la prima consegna e nuovi aiuti sarebbero stati consegnati soltanto nelle ultime ore. Secondo il suo portavoce Christopher Gunnes, è dal 22 gennaio che alla UNRWA (l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi) viene impedito di distribuire cibo all'interno di Yarmouk, nonostante i tentativi compiuti ogni giorno. Gunness ha aggiunto che la UNRWA ha potuto consegnare gli aiuti solo in poche occasioni, e che "il ritmo con cui avviene la distribuzione è così lento che vanifica di fatto gli scopi umanitari."

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L'accordo originario è arrivato dopo una settimana in cui il regime ha sofferto un enorme danno d'immagine a causa di centinaia di storie tremende sulle condizioni di Yarmouk apparse sulla stampa internazionale, e quattro giorni prima della data fissata per l'inizio dei negoziati di pace a Ginevra, in vista delle quali il regime vuole mostrare di essere misericordioso e in una posizione di forza.

Tregue simili sono state tentate in altre zone di Damasco. Di recente, per esempio, una piccola spedizione di aiuti umanitari è stata fatta entrare a Moadamiya, purché in cambio la città innalzasse la bandiera del regime così che la TV di stato siriana potesse filmare la scena. Secondo Abu Adnan al Hourani, del Battaglione di Ingegneria Militare, l'accordo prevedeva anche che i ribelli consegnassero all'esercito regolare un blindato e altre armi leggere. "Il regime usa il cibo per ricattare gli abitanti di Moadamiya," ha dichiarato. Qusai Zakarya, membro del consiglio locale dei ribelli, mi ha detto che la quantità di cibo ricevuta in cambio ammontava a un pasto al giorno a persona. "Grazie a Dio per ora riusciamo a sopravvivere, ma non sappiamo per quanto a lungo ce la faremo," ha aggiunto.

In seguito a un accordo stretto con il regime lo scorso novembre, 1.800 persone sono state evacuate da Moadamiya. Molte di queste però—230 e tutti maschi in età da leva secondo Reuters, mentre gli attivisti di Damasco sostengono che il loro numero sia molto più alto e includa anche donne e bambini—sono state arrestate dai temuti servizi segreti dell'aviazione e non sono state ancora rilasciate. Quelle che non sono state arrestate si sono rifugiate in altre zone più sicure della Siria o in paesi confinanti.

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Una delle ragioni della sopravvivenza dei circa 8.000 abitanti rimasti a Moadamiya (che prima della guerra aveva una popolazioni di più di 50.000 persone) e di quelli delle altre zone assediate della capitale è la corruzione. Un attivista di Damasco, che ha chiesto espressamente che il suo nome non venisse citato in questo articolo perché preoccupato per la sua sicurezza personale, mi ha detto che, "se non fosse per alcune persone che hanno abbastanza soldi per corrompere gli ufficiali dell'esercito [del regime] e far arrivare del cibo in città, ci sarebbero docine di morti di fame ogni giorno." Lo stesso attivista ha riferito che le forze pro-regime gli hanno sparato spesso mentre tentava di consegnare cibo alle aree assediate.

Zakarya mi ha spiegato che la distribuzione di piccole quantità di aiuti umanitari da parte del regime rientra in un piano per togliere ai ribelli il supporto della popolazione. "Assad vuole mostrare alla gente che può dare loro cibo e sicurezza, ma soltanto se si arrendono," mi ha detto. Ha poi aggiunto che, in certi casi, questa tattica ha funzionato.

Abu Malik, un abitante di Moadamiya la cui famiglia di sei persone sopravvive con un un chilo di riso al giorno, mi ha raccontato che l'ultima distribuzione di cibo in città ha fatto crollare del 90 percento i prezzi dei generi alimentari sul mercato nero. "Il riso prima costava 50 dollari al kg, ora circa 10." Ma ha aggiunto di non aspettarsi che prezzi così bassi durino a lungo. "Quelle scorte dureranno forse una settimana, poi le cose torneranno alla normalità," ha detto. "Normalità", a Modamiya, significa che le persone torneranno a morire di fame con regolarità.

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