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Cafolavori

Ingratitude

In questa nuova puntata della rubrica recensiamo l'ultimo libro di Jovanotti, Gratitude, un greatest hits letterario che presenta i pezzi migliori del suo repertorio: megalomania, scrittura rimastina e degenerazione.
28.10.13

"Cafolavori" è la rubrica letteraria dedicata a quegli attori, presentatori, musicisti e sportivi che a un certo punto della loro vita hanno deciso di scrivere un libro senza che nessuno glielo abbia chiesto. In questa puntata recensiamo l’ultimo libro di Jovanotti, le sue “memorie di 25 anni”: Gratitude. Il 46enne cantante romano e/o toscano “tira il fiato e si racconta senza filtri e con una sincerità che disarma.” Un Greatest hits letterario che presenta i pezzi migliori del suo repertorio: megalomania, scrittura rimastina e involuzione della specie.

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Gratitude, Jovanotti, Einaudi.

La conversione di Lorenzo Cherubini avviene da “bambino in gita con la scuola”, quando si “trova di fronte all’Estasi di santa Teresa del Bernini” e viene rapito “da tutta quella energia.” Dalla prima pagina è chiaro, come molti suoi colleghi non scrittori alle prese con un’autobiografia, pratica l’arte della millanteria: “In quel tour mi comportai come Kofi Annan tra Arafat e Shimon Peres” e “Nessuno aveva mai preso posto sul palco di Sanremo con qualcosa di simile da cantare [Cancella il Debito],” stanno lì a dimostrarlo.

Per romanzare la propria vita, Jovanotti esagera con i paragoni e si vanta come un Dio. A cominciare dai ricordi più lontani, quando gli fu proposto di condurre il Bim bum bam post-bonolis e Mtv: “Due cose per le quali chiunque sarebbe come minimo impazzito e avrebbe firmato contratti con il sangue. Ma io dissi di no.” Se accanto a una spocchia così può sempre aggiungere “perché a me piaceva la musica,” come ha fatto a mo’ di jolly, in altri momenti, quando parla della sua carriera, il livello si alza: “Penso positivo divenne uno dei pezzi più famosi della musica italiana,” “I tre album incisi dai CSI sono il meglio della musica italiana degli anni Novanta. Esclusi i miei, è chiaro,” “Lorenzo 1994 era una bomba di album,” passando per le solite espressioni stupidine: “Safari era stato al numero uno in classifica per l’intero campionato e pure per la Champions League,” fino a uscite da cartellino rosso che manco Fabri Fibra si sognerebbe mai di scrivere: “Se non ti piace la mia roba non sei uno in gamba. Solo le persone sveglie e intelligenti possono sentire quello che c’è nella roba che esce dalle mie parti.”

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Altra caratteristica della "megalomania" di Lorenzo è il cosiddetto RAIM: il “Riferimento Alto per Imbrogliare la Merda.” Tecnica abusata dall’autore nella ricostruzione filologica dei suoi pezzi e non solo. E così: sul “giro di basso di Give it Away ci costruimmo Non m’annoio,” “Un sample alla Jackson Five divenne Ragazzo fortunato,” “Il titolo Safari mi venne guardando il desktop del mio computer,” “Per te e Un raggio di sole erano nello stile di Il favoloso mondo di Amélie o di Forrest Gump”; fino al capolavoro del RAIM, una frase che ho dovuto rileggere più volte e con l’aiuto dell’indice per capire di non aver zompato un rigo: “Tanto me la sono immaginata pensando a una lettera di Francesco Petrarca.”

Quando non tratta la musica, Jovanotti prende in prestito il Riferimento Alto per descrivere il luogo di lavoro o lo stato d’animo: nel primo caso paragonando la saletta “alla Factory di Andy Warhol” e nel secondo comparando il periodo in America “alla poesia di Nietzsche: ‘E chi un giorno dovrà scagliare il fulmine | dovrà per molto tempo restar nube’.” In due altri momenti s’inerpica in similitudini tiratissime: “Buon sangue si doveva chiamare 10 e mezzo, perché era il mio decimo album e mezzo e perché avevo l’età in cui Fellini ha fatto 8 e mezzo,” e “Su internet un giorno ascoltai un discorso di Steve Jobs agli studenti dell’università nel quale dice: ‘Volete un consiglio da me? Unite i puntini’. Pensa un po’, Steve! Proprio quello che mi piaceva fare da bambino su La Settimana enigmistica.

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Non mancano come in ogni libro della nostra rubrica le parti scritte con la penna della follia: “Le canzoni sono il modo di tirare una palla contro un muro per vedere come ci rimbalza contro” o “Incontrare un leone nel suo ambiente naturale è come imbattersi in un personaggio famoso, il primo impulso è quello di chiedergli un autografo.”

Il nostro autore però non si ferma a una scrittura da debito in italiano, ma si mette alla ricerca di una lingua ancora da inventare: parla di “upgrade di coscienza,” “moscerini che stavano per schiacciarsi sul parabrezza dello show business,” “Papa Bergoglio Francesco Francisco Francis (Sinatra),” e “il destino è una grande figata.”

Quando ho raggiunto la metà del libro, espressioni simili mi avevano talmente frastornato che arrivato al ricordo dei primi incontri con Francesca (sua moglie), ci ho letto soltanto ambiguità: “Come se avessi scoperto una parte della mia vita che stava sigillata in qualche stanza e che lei mi ha aperto, nessuna prima di lei aveva mai avuto accesso al sancta sanctorum, un luogo dove il maschile e il femminile si incontrano, un luogo magico per davvero.”

Il problema centrale di Gratitude è che all’autore è stato permesso davvero troppo: non solo di prendere fonti evidentemente sbagliate come Petrarca e Nietzsche, ma addirittura di edulcorarle per renderle appropriate alla sua visione hippie dell’universo-mamma-affrica.

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Questo scempio è stato compiuto ai danni di Papini, dalla cui opera, Marcia del coraggio, è stata estrapolata senza ritegno una citazione che ne stravolge il senso facendola sembrare una canzone di Safari: “Ci vuole il coraggio ogni giorno, ogni ora, ogni momento. Coraggio per la demolizione e coraggio per la creazione. Coraggio dinanzi al ridicolo e coraggio dinanzi all’amore.”

“Ogni tanto la Francesca mi urla cose tremende,” ricorda Jovanotti nelle ultime pagine: “tipo che sono una merda, perché sono egoista, egocentrico, autoriferito.”

Anche la moglie sembra essersi accorta della "megalomania" del musicista, ma non basta a fermarlo: “E io penso, tra me e me, sono un ARTISTA e agli artisti tutti quei difetti che lei elenca sono concessi giusto?”

Segui Matteo su Twitter: @stai_zitta

Thumbnail via Flickr.