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Minatori non accompagnati

In Bolivia il lavoro minorile non è solo una norma, ma una necessità. Tanto che i bambini lavoratori, specialmente quelli delle miniere, si sono organizzati in un proprio sindacato.
22.1.14

Jose Luis e suo cugino, due giovani minatori del Cerro Rico. Foto di Jackson Fager.

Nel 1936 George Orwell visitò una miniera di carbone a Grimethorpe, in Inghilterra. "Questo luogo si avvicina molto all'idea che ho dell'inferno," scrisse di quell'esperienza. "Dentro c'è ciò che viene comunemente attribuito all'inferno—il caldo, il rumore, la confusione, l'oscurità, i miasmi, e, su tutto, l'incredibile angustia degli spazi." Come Orwell, che era sul metro e novanta, anch'io sono piuttosto alto, ed è per questo che di recente mi sono ricordato di quel paragone mentre strisciavo per un tunnel oscuro e malsano quanto una fogna medievale. Mi trovavo a un chilometro e mezzo sotto terra, dentro una delle più antiche miniere tuttora attive dell'America Latina: il Cerro Rico di Potosí, in Bolivia. Le condutture erano così strette che non sarei riuscito a girarmi—o tornare indietro—nemmeno se avessi voluto.

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Orwell non è stato il primo ad avvicinare le miniere agli inferi: i minatori boliviani sapevano già di lavorare all'inferno. Negli ultimi 500 anni sono almeno 4 milioni quelli che hanno perso la vita nel Cerro Rico a causa di crolli, inedia o silicosi, e in una sorta di segreto vaffanculo ai devoti spagnoli che nel 1554 iniziarono a fare affari nella zona schiavizzando la popolazione di etnia quechua, i minatori boliviani venerano il diavolo—fa parte di una cosmologia schizofrenica in cui Dio governa il mondo in superficie mentre Satana comanda su quello sotterraneo.

In suo onore i minatori macellano i lama e ne spargono il sangue intorno agli ingressi dei 650 cunicoli che perforano la collina. Appena all'interno della miniera, vicino alle macchie di sangue, sono poste alcune statue barbute dagli occhi spiritati e con incontrollabili erezioni, una goffa caricatura di Satana nota come El Tio, o "lo Zio", a cui i lavoratori offrono liquore clandestino e sigarette in cambio di fortuna. Prima di calarmi nelle profondità del Cerro anche io ho offerto una piccola busta di foglie di coca a uno di questi piccoli demoni chiedendogli una bendiga, una benedizione per la mia incolumità.

Qualche ora dopo ero decine di metri sotto terra, avanzavo a fatica in tunnel alti 90 centimetri e mi sbucciavo le ginocchia ossute sulla dura roccia. La nostra guida, Dani, un ometto con la resistenza e il temperamento di un mulo, procedeva molto più speditamente, e dopo un po' l'ho perso di vista. L'ho chiamato. Quando non ha risposto, Jackson, il fotografo, si è girato verso di me e ha tossito. "Sto impazzendo," ha detto, ma siamo andati avanti, cercando di seguire il percorso di Dani attraverso i cunicoli che odoravano di zolfo.

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Il Cerro Rico è al collasso. Al picco della produttività la Collina Ricca, questa la traduzione, produceva più della metà dell'argento mondiale. Ha finanziato l'impero spagnolo per 200 anni e ispirato un modo di dire che trae origine dal nome della località, "Valere un potosí"— per esempio, "Quella Cadillac Escalade deve valere un potosí, hombre"—ma dopo 500 anni di sfruttamento è esausta quanto chi ci lavora.

Oggi la collina—che, con i suoi quasi 5.000 metri di altezza, è in realtà una gigantesca montagna che svetta come un grattacielo sulle piazze e le chiese diroccate di questa città di 240.000 abitanti—continua a produrre un po' di stagno, zinco e argento e 15.000 uomini lavorano tuttora al suo interno, ma hanno fatto un lavoro così meticoloso che il Cerro Rico è diventato strutturalmente fragile. "Una delle nostre paure," ha dichiarato nel 2010 a un giornalista Roberto Fernandez, coordinatore di Yachaj Mosoj, una ONG che si occupa della tutela dei diritti dei lavoratori, "è che il Cerro Rico stia per crollare su se stesso come le Torri Gemelle, piano dopo piano."

La montagna del Cerro Rico—che i minatori chiamano anche "la montagna che mangia gli uomini"—incombe sulla città di Potosí, in Bolivia.

Nel tentativo di placare i nervi di Jackson gli ho ricordato che ogni giorno all'interno di queste miniere vengono organizzate visite turistiche. In realtà dieci anni fa le avevo visitate anch'io. Quello che non gli ho detto è che la profondità in cui stavamo giocando agli speleologi era molto oltre i limiti consentiti agli studenti.

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Stavolta il nostro obiettivo è trovare i minatori bambini: si dice che nelle miniere del Cerro Rico ne lavorino illegalmente almeno 3.000. E dato che quello che fanno è ufficialmente proibito dal governo, quando capitano intorno degli stranieri tendono a stare lontani da occhi indiscreti. Per quanto mi sforzassi di rassicurarlo Jackson era ancora nervoso, e a ragione—secondo le ultime statistiche disponibili, solo nel 2008 all'interno del Cerro Rico, tra crolli e altri incidenti, sono morti 60 bambini. In un paese povero come la Bolivia, il semplice fatto che i turisti—o i bambini—siano autorizzati a fare qualcosa non vuol dire che sia sicuro.

Nel frattempo Dani si era fatto strada strisciando fino a un gruppo di minatori al lavoro, ed è lì che l'abbiamo trovato. Un dedalo di minuscoli tunnel portava ad ampie sale scavate nella roccia, dove le vene d'argento erano state portate alla luce con picconi, martelli pneumatici e candelotti di dinamite. Intorno a lui c'erano cinque uomini a torso nudo, sudici. Dani ci ha presentati.

"Osama bin Laden si nasconde quaggiù!" ha detto ridendo un uomo con una pala. Quando ho fatto notare che bin Laden era morto mi è sembrato genuinamente sorpreso.

Gli uomini erano tutti sulla trentina, e lavorano insieme nelle miniere da circa dieci anni, dividendosi i profitti dei minerali estratti e venduti. Al massimo, mi hanno detto, riescono a guadagnare circa 30 dollari al giorno a testa. Hanno confermato l'impiego di bambini, ma nei pochi minuti della nostra conversazione non hanno saputo darmi indicazioni più precise. Erano quasi al termine della giornata di lavoro, avevano appena finito di piazzare otto candelotti di dinamite in una parete rocciosa lì accanto e non gli restava soltanto accenderli, così da poter andare a casa—ma non potevano, perché si erano dimenticati i fiammiferi.

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"Capitan America," ha detto un minatore, rivolgendosi a me, "hai un cerino?"

La statua di un minatore, con un martello pneumatico e un fucile, al mercato dei minatori di Potosí.

Non ce l'avevo. L'unica soluzione era che qualcuno tornasse indietro fino all'ingresso della miniera—un viaggio di mezz'ora, procedendo in fretta—e ne recuperasse qualcuno.

Ed è stato allora che Dani, la nostra guida fidata, ci ha abbandonati nelle profondità del Cerro Rico.

"Vado a cercarne un po'," ha detto al gruppo prima di infilarsi in fretta in uno dei cunicoli e scomparire. I minatori hanno scrollato le spalle e sono tornati al lavoro.

"Cristo," ha detto Jackson. "Se n'è andato davvero."

"Già," gli ho detto.

Pochi minuti dopo ho sentito un crepitio. Jackson mi ha fissato. Poi entrambi abbiamo guardato verso l'angolo della grotta dove le micce di dinamite penzolavano dal muro, simili ai cordini degli assorbenti interni.

"Sono accese?" ho chiesto a uno dei minatori.

"Indovina," ha risposto. A quanto pare alla fine erano riusciti a trovare dei fiammiferi.

"E quando esploderanno?" ho chiesto. Mi sembrava una domanda sensata, dato che ci trovavamo un chilometro e mezzo sotto terra, in una grotta piena di dinamite, all'interno di una montagna già di per sé instabile.

"Da un momento all'altro, Capitan America. Faresti meglio a correre!"

Un operaio nella miniera di Cerro Rico.

Sono andato in Bolivia perché qualche ong e attivista del luogo hanno provato—apparentemente contro ogni buon senso—ad abbassare l'età legale per lavorare a 14 anni. Una mossa che, al contrario di quel che ci si potrebbe aspettare, non è partita dai proprietari della miniera o da qualche politico di estrema destra in cerca di mano d'opera a buon mercato. Al contrario, l'idea è partita da un gruppo di giovani dagli otto ai 18 anni chiamati The Union of Child and Adolescent Workers (UNATSBO) che hanno proposto una legge che permetta ai bambini di lavorare legalmente. Il parlamento boliviano ha in programma di votare una versione di questa legge entro il mese corrente.

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Ma perché un'organizzazione dedicata alla lotta per i diritti dei giovani lavoratore vorrebbe abbassare l'età legale per lavorare? Secondo le leggi correnti non si può iniziare a lavorare prima dei 14 anni, ma questi regolamenti sono raramente applicati. La Bolivia è una nazione con meno di 11 milioni di persone, tra le quali 850,000 bambini che lavorano a tempo pieno, la metà dei quali sotto i 14 anni.

“Lavorano di nascosto,” mi ha detto Alfredo, un sedicenne che lavora da quando aveva otto anni come muratore, operaio e ora clown di strada. L'ho incontrato in un café a El Alto, la sciamante baraccopoli appena fuori da La Paz, capitale della Bolivial. Per strada c'erano dei bambini conosciuti come voceadores—“annunciatori”—che si sporgevano dagli autobus e urlavano le rispettive destinazioni nella speranza di guadagnare qualche spicciolo dai viaggiatori che non sono in grado di leggere o da quelli benevolenti. "E questo lavorare di nascosto," ha continuato, "spinge i bambini nell'ombra, come se fossero criminali.”

Mentre pranzavamo, Alfredo mi ha raccontato la sua prima esperienza di sfruttamento, quando a 12 anni lavorava per costruire i matracas, dei piccoli carillon. "Il capo si rifiutava di pagarmi", e la cifra, mi ha detto, si aggirava attorno ai 2 euro per una giornata lavorativa di 10 ore. "Continuavo a chiedergli i soldi e lui continuava a rispondermi 'Ti pago dopo, ti pago dopo'. Dopo sei mesi, mi ha detto che non avevo lavorato abbastanza bene come motivazione per non pagarmi". Se Alfredo avesse lavorato legalmente, tecnicamente avrebbe potuto fargli causa per ricevere il suo salario. "Alla fine mi ha dato la metà di quel che mi doveva". Poco dopo quell'episodio, si è iscritto alla UNATSBO.

Jose Luis cerca dell'argento nel Cerro Rico.

Nel 1910, alla fine della rivoluzione industriale, qualcosa come 2 milioni di bambini negli Stati Uniti lavoravano in miniere di carbone, fabbriche e piantagioni. Un secolo prima in Inghilterra, più del 50 percendo della forza lavoro nell'industria tessile era rappresentata dai bambini. L'ispirazione dietro a David Copperfield di Charles Dickens veniva dal fatto che lo scrittore aveva davvero lavorato in fabbrica a 12 anni. "Conosco abbastanza del mondo da aver perso la capacità di stupirmi di qualcosa", scrisse, "ma tuttora la cosa che mi lascia sorpreso è il fatto che sia stato buttato via così facilmente, a quell'età.”

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Oggi, dopo due secoli di sviluppo economico, scuola dell'obbligo e legislazioni restrittive, meno dell'1 percento della forza lavoro occidentale è costituita da bambini, e la Convenzione sull'Età Minima dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha codificato questi sviluppi in un accordo internazionale ampiamente applicato. Nel 1973, la convenzione dell'ILO stabilì l'età minima per lavorare a 15 anni (14 in alcune circostanze) e fu ratificata da 166 paesi.

Gli sforzi per eliminare il lavoro minorile nei paesi sottosviluppati sono però naufragati. Secondo l'ILO, ci sono ancora 168 milioni di minori sotto i 17 anni che sono impiegati in lavori di enorme sforzo fisico. In Africa lavorano 59 milioni di bambini, ovvero uno ogni cinque; in Asia la forza lavoro include 78 milioni di ragazzi. In America Latina sono 13 milioni, ovvero quasi uno ogni dieci bambini. In Bolivia, il paese più povero del Sud America, uno ogni tre.

Secondo l'ILO il numero totale dei bambini che lavorano nel mondo è diminuito dal 1960, ma l'urbanizzazione rapida di alcune parti del mondo ha rialzato le statistiche in molte città. Oltre ciò, uno studio del 2008 sempre ad opera dell'ILO ha previsto che la recessione globale porterà dai 300.000 ai 500.000 bambini nella forza lavoro latinoamericana. Il fatto che così tanti bambini continuino a lavorare è, secondo uno studio degli economisti della Cornell University, "un fallimento di proporzioni colossali". Visto che molti di questi bambini lavorano illegalmente, diventano invisibili. in altre parole, non sono solo i piccoli minatori a lavorare nell'oscurità.

Minatori dentro il  Cerro Rico.

L'UNATSBO è stata creata attorno al 1995 come risposta alle condizioni tuttora tremende dei giovani lavoratori della Bolivia. All'inizio era composta dagli stessi ragazzi, che votavano per eleggere il proprio rappresentante e stabilire dei regolamenti. L'anno scorso Alfredo, il clown da strada con il quale ho pranzato, è stato eletto presidente della sezione di El Alto. Nel dicembre 2007, ha partecipato con altri 1.000 altri ragazzi dell'UNATSBO davanti al palazzo presidenziale di La Paz per protestare contro la legge proposta dal presidente boliviano Evo Morales che avrebbe innalzato l'età minima legale per lavorare dai 14 ai 18 anni. I suoi compagni manifestanti sorreggevano cartelloni con su scritto "se non lavoro, chi sostenterà la mia famiglia?"

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La protesta dell0UNATSBO ha aiutato ad evitare l'approvazione della legge. È stata una chiara vittoria, ma non una soluzione ai problemi macro-socioeconomici della Bolivia.

Luz Rivera Daza, una dei sostenitori adulti della UNATSBO proveniente dalla ong Caritas in Potosí, è parte di una grossa fetta di opinione pubblica formata da intellettuali latinoamericani e attivisti che si chiedono come affrontare la realtà del lavoro minorile nel 21esimo secolo.

“Se chiedo ai ragazzi di smettere di lavorare in miniera, cosa gli offro in cambio?” mi ha detto quando l'ho incontrata nel suo ufficio a Potosí. “Le famiglie di questi bambini potrebbero letteralmente morire di fame se i figli smettessero di lavorare—i loro salari aiutano a tenere le famiglie a galla. Leggi troppo restrittive non fanno altro che danneggiare i bambini," mi ha detto. "Bisogna prima cancellare la povertà se si vuole cancellare anche il lavoro minorile.”

Luz mi ha detto che non è stata pagata per tre mesi perché la sua ong non ha ricevuto un finanziamento molto importante. "Non credo che il lavoro faccia male ai bambini", ha detto. Quel che non va bene è lo sfruttamento e la discriminazione dei ragazzi.”

Ma quando ho chiesto a Luz se lei manderebbe i suoi bambini a lavorare ci ha pensato per un po', poi mi ha risposto: "No, non ce li manderei.”

Minatori dentro il Cerro Rico.

Le grandi organizzazioni internazionali come l'ILO e le Nazioni Unite sono d'accordo con Luz su questo ultimo punto. La posizione politica dell'ILO è di proibire ogni tipo di lavoro minorile sotto i 14 ann. "I pericoli che un bambino di sei anni corre lavorando sono tremendi" mi ha detto Jose M. Ramirez, capo del Programma Internazionale dell'ILO per L'Eliminazione del Lavoro Minorile. "Se lavorano allora è probabile che non passino abbastanza tempo a scuola. E se nel breve raggio il risultato è positivo perché guadagnano dei soldi, nel futuro la mancanza di un'educazione glieli farà perdere.”

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Un altro effetto distruttivo, ha sottolneato Jose, è che i datori di lavoro a volte assumono bambini al posto degli adulti, causano un abbassamento totale dei salari. Questo è esattamente quel che accade nei campi di canna da zucchero boliviani dove i bambini vengono chiamati cuartas, “quarti”—nel senso che vengono considerati come un quarto di persona e vengono pagati di conseguenza. Tagliare via le canne con il machete a temperature molto alte li espone a dei rischi fisici e psicologici molto gravi.

“Alcuni dicono che i nostri sforzi per eradicare il lavoro minorile fanno parte di una cultura imperialista” mi ha detto Jose, facendo presente un altro motivo di dissenso nel dibattito sul lavoro minorile. Nella gran parte del mondo, il concetto di infanzia si distacca dall'idea vittoriana di "giardino recinto"—ovvero l'idea per cui i bambini si sviluppano meglio se li si protegge al più lungo possibile dai problemi del mondo adulto. In Bolivia però, dove il 62 percento della popolazione è indigena, i leader indiani delle popolazioni Quechua e Aymara celebrano il lavoro minorile e non credono che i bambini dovrebbero essere esentati dal contribuire al sostentamento delle loro famiglie.

Anche se il presidente Morales è da sempre stato uno dei sostenitori delle culture tradizionali boliviane e della loro conservazione nei gruppi indigeni, la sua amministrazione crede che il lavoro al di sotto dei 14 anni dovrebbe essere vietato esplicitamente. Non si sa al 100% cosa è stato incluso nella proposta di legge che l'UNATSBO ha presentato al parlamento boliviano, perché al momento della redazione dell'articolo la proposta era ancora in divenire. L'UNATSBO punta esplicitamente a proibire i lavori più pericolosi, come quelli nelle miniere o nei campi di canna da zucchero, e allo stesso tempo di abbassare l'età minima per lavorare.

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Mabel Duran, un consulente del Ministero del Lavoro boliviano, mi ha detto che l'attuale amministrazione è d'accordo sulla prima parte della proposta, ma non sull'abbassare l'età minima per lavorare. Mi ha spiegato che il suo team porta avanti delle ispezioni e investiga sullo sfruttamento dei bambini lavoratori.

Ma l'incapacità del governo di rinforzare le leggi esistenti dà forza e leggittimità all'approccio dell'UNATSBO. In Bolivia, l'UNATSBO e le sue varie sezioni contano 15,000 membri, e ci sono simili sindacati per minori in Peru, Ecuador, Venezuela, Guatemala, Colombia, Paraguay e Nicaragua. Man a mano che questi gruppi si diffondono e guadagnano influenza, si allarga sempre di più la forbice tra primo e terzo mondo. La proposta di legge dell'UNATSBO potrebbe anche non passare al parlamento, ma di sicuro non sarà l'ultimo tentativo in questo senso.

Alfredo, sulla destra, è il leader 15enne della sezione di El Alto. Di giorno lavora come clown da strada insieme al suo nipote dodicenne.

Il Sucre Cemetery di Potosí—pieno di bare luccicanti e alberi scheletrici e sullo sfondo il Cerro Rico innevato—è la cosa più vicina a un parco che c'è in città. Lì ho incontrato due timidi fratelli, Cristina e Juan Carlos, che si guadagnavano da vivere pulendo le lapidi. Cristina, 16 anni, ha iniziato a lavorare quando ne aveva 13 mentre Carlos, che ha 13 anni adesso, ha iniziato quando ne aveva otto.

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Dato l'affollamento, nel cimitero le bare sono sistemate in file verticali, e Cristina e Juan Carlos si arrampicano per pulirle o per metterci dei fiori, pagati dagli anziani dai quali riescono a guadagnare dai due ai quattro dollari al giorno. Lavorano tutti i giorni dopo scuola, e dalle sei del pomeriggio a mezzanotte nei finesettimana. Metà dei loro guadagni serve per finanziare libri per la scuola e vestiti, mentre l'altra metà la danno a loro padre, un camionista, per aiutare col pagamento dell'affitto e della spesa quotidiana. Mi hanno anche detto che loro padre ha una fidanzata e che quindi un po' dei soldi vengono spesi per farle dei regali.

Il fratello più grande dei due, Jhonny, ha trascinato Juan Carlos nell'UNATSBO. Jhonny lavorava da quando aveva otto o nove anni, ma l'anno scorso, all'età di 19 anni, si è suicidato impiccandosi.

Al cimitero Juan Carlos mi ha portato nel suo posto preferito—la tomba di suo fratello, che lucida ogni giorno come parte della sua routine quotidiana. Mentre strofinava delicatamente la roccia, ho notato una bottiglia di un liquore fatto in casa, lo chicha, poggiato accanto alla tomba perché il fratello era un gran bevitore. "Prima c'erano molti più bambini al cimitero", ha detto Juan Carlos. "Ma molti di loro se ne sono andati a causa di problemi con alcool e droga.”

Mentre Juan Carlos finiva le pulizie, Cristina mi ha accompagnato in una parte del cimitero in cui sono seppelliti i minatori della città. Era un campo bellissimo, con le Ande che fendevano l'orizzonte. Sul muro c'era scritto: il servizio dei minatori alla comunità finisce qui.

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Quando ho chiesto a Cristina se ci fosse qualcosa che non le piacesse del suo lavoro, mi ha detto che a volte i ladri e gli ubriachi a volte sgattaiolano dentro il cimitero e le danno fastidio. "Mi chiamano scansafatiche, e dicono che lavoro solo per divertimento.”

Quando ha finito di lucidare le tombe dei minatori le ho chiesto se pensava mai alla morte, visto che passa così tanto tempo in un cimitero. "Mi fa più paura la vita che la morte", mi ha detto dopo una lunga pausa. "Perché quando sei morto, almeno puoi riposarti accanto a Dio.”

Cristina prepara dei fiori per le tombe 

Durante uno dei miei ultimi giorni a Potosì, sono riuscito finalmente ad organizzare un incontro con un bambino lavoratore. Ho incontrato il quindicenne Jose Luis nella baracca della sua famiglia nel quartiere operaio di San Cristobal. Come tutti quanti in città, anche Jose Luis vive nell'oscurità del Cerro Rico.

A volte, di mattina o di notte, fa una passeggiata di un'ora sul Cerro Rico prima di scendere in miniera per lavorare.

“All'inizio ero spaventato", mi ha detto ricordando il primo giorno in miniera a undici anni. "Tutto quel buio è spaventoso". Qualche anno dopo era in un tunnel a spaccare delle rocce quando ha visto un gruppo di uomini che portavano via un corpo. Era stato un incidente, e quella divenne la sua nuova paura: rimanere ucciso. "Quando entri, non sai mai quando ne uscirai.”

Jose Luis lavora in un team composto da suo padre e suo cugino. Evita i lavori più pericolosi come quelli in cui si usa il trapano, perché i polmoni si riempiono di polvere e detriti che porta alla silicosi (e alla morte) oppure quelli in cui si usa la dinamite perché si può rimanere bloccati dentro. Lui invece va in miniera pochi giorni a settimana dopo scuola per cercare piccoli pezzi di argento. Riesce a guadagnare anche 20 dollari al giorno; la maggior parte delle volte però non trova niente e quindi non guadagna.

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Al contrario dei piccoli lavoratori descritti da Dickens, sfruttati da industriali senza scrupoli, la maggior parte dei bambini lavoratori di oggi trova un impiego autonomamente e lotta per guadagnare qualche spicciolo. È per questo che il lavoro minorile di oggi è così difficile da sradicare: non c'è un altro nemico oltre la povertà.

Dopo la nostra chiacchierata, Jose Luis e io siamo andati insieme alla miniera. Volevo vedere con i miei occhi in cosa consistesse una sua giornata di lavoro. Era molto allegro della mia compagnia.

Juan Carlos davanti la tomba di suo fratello nel cimitero di Potosì.

Ci è voluta un'ora e mezza per raggiungere il posto di lavoro di Jose Luis dentro la miniera. L'ho osservato mentre, in ginocchio, scavava nella roccia in cerca di argento.

“Sai che è una cosa pericolosa, vero?” gli ho chiesto.

“Lo so,” mi ha detto. “Ma cerco di non pensarci.”

Di tanto in tanto si sentivano esplosioni di dinamite, e suo padre e il cugino arrivarono poco dopo. Con l'oro c'era un altro giovane minatore di 12 o 13 anni, vestito con una tuta rosa e dall'aspetto completamente shoccato. Insieme ad altri sei adulti, aveva passato l'ora precedente a trapanare e ad usare la dinamite. Mi ha detto di aver lasciato la scuola due mesi prima per venire a lavorare in miniera.

“Ti piace?” Gli ho chiesto.

“No”.

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