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A Porta Venezia la convivenza tra migranti e residenti è sempre più difficile

A Porta Venezia, quartiere centrale di Milano, commercianti e residenti stanno protestando contro la presenza di profughi nella zona. Per capire quale sia realmente la situazione, siamo andati a fare un giro da quelle parti.

Il ristorante in via Palazzi fuori dal quale qualche giorno fa è stato esposto il cartello.

Foto di Fabrizio Di Nucci.

All'inizio dello scorso giugno, la temporanea sospensione di Schengen aveva causato l'"emergenza profughi" alla stazione centrale di Milano, dove erano rimasti bloccate centinaia di persone provenienti perlopiù da Eritrea, Somalia, Etiopia, Sudan e Siria . La difficoltà di distribuire i migranti nei centri di accoglienza––già ai limiti delle loro capacità ––era stata tamponata da una rete di volontariato civile improvvisata che aveva accolto i profughi e fornito loro beni di prima necessità.

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Terminato l'allarme e distoltasi l'attenzione mediatica, i problemi in città non sono però andati via del tutto. Mentre i migranti continuano ad arrivare numerosi in Stazione Centrale e si ricomincia a parlare di emergenza, da qualche settimana a questa parte l'attenzione sul tema si è concentrata sulla situazione a Porta Venezia.

Quella di Porta Venezia, un quartiere del centro poco lontano dalla stazione, è una zona storicamente multietnica in cui l'insediamento della comunità hebash risale a mezzo secolo fa. Il quartiere è tornato alle cronache dopo che la rilevante presenza di profughi––soprattutto eritrei––in via Palazzi ha portato alla formazione di un comitato anti-degrado di esercenti e residenti chiamato "Comitato di Liberazione di Porta Venezia".

Secondo quest'ultimo, si legge in una lettera inviata al prefetto di Milano, "Porta Venezia da troppo tempo vive e subisce una situazione d'insicurezza, degrado e disagio economico e sociale non più tollerabile." L'immagine più rappresentativa di questa insofferenza è poi quella di un ristoratore, tra i fondatori e membro del comitato, che ha affisso fuori dal suo locale un cartello che recitava: "Via Palazzi non è un centro di accoglienza, è una via italiana. No camping. Africa walk."

— I fatti nostri (@Infofatti)22 Settembre 2015

L'episodio non è la prima manifestazione di tensioni avvenuta nel luogo. A inizio settembre, nella stessa via, una donna aveva riconosciuto lo scafista del barcone che l'aveva portata in Italia. Secondo le cronache sarebbe partita una caccia all'uomo, e solo l'intervento della polizia ha evitato il linciaggio.

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Per capire come sia realmente la situazione e come la vivano i diretti interessati––residenti, commercianti e migranti––questo weekend ho fatto un giro nel quartiere per raccogliere alcune testimonianze.

Via Lazzaro Palazzi all'angolo con via Tadino, dove l'emergenza si concentra

Arrivata sul posto nel primo pomeriggio, noto subito che nel tratto che va da via Lecco a via Tadini si trovano decine di profughi, e che i marciapiedi delle vetrine delle varie attività sono bloccate da vasi o fili per impedire alle persone di sedersi. Il malumore e la poca voglia di parlare sembrano farla da padrone, e le lamentele si concentrano sul fatto che quel giorno siano passate diverse televisioni, nonostante la situazione sia così anni e nessuno, prima, se ne fosse mai accorto.

La prima persona con cui parlo è Alessandra, 29 anni, da pochi mesi affittuaria in via Palazzi. "Vivo qua ufficialmente da aprile," mi dice. "In questi giorni la situazione si è esasperata, ma cinque mesi fa già era più o meno così," anche se, aggiunge "non mi ha creato grandi problemi e continua a non crearmene."

Come puntualizza, "mi dispiace quando trovo proprio la calca sotto il mio portone, ma si tratta di gente sfollata, si ritrovano con gli amici perché ci sono parecchi locali di eritrei, è diventato un luogo di ritrovo e passano le giornate a ciondolare qua. Mi dispiace non per me, ma per loro."

Un locale di Kebab in via Palazzi

Per quanto riguarda il "Comitato di Liberazione di Porta Venezia," Alessandra non è nemmeno al corrente della sua esistenza; quando le spiego in cosa consiste, lei commenta così: "Non m'interessa, non credo che arriverei a tanto. Io personalmente non conosco persone che si sono lamentate o che vi hanno aderito, credo che il problema riguardi principalmente i commercianti. Ne conosco due in questa via ed effettivamente si lamentano."

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Un'altra persona con cui riesco a parlare è Roberta, anche lei di 29 anni, che vive in via Palazzi da quattro anni ma è in procinto di trasferirsi. Anche lei mi conferma che la presenza dei profughi sulla via è una costante che non si limita agli ultimi mesi, sebbene da agosto la situazione si sia acuita. "Ultimamente hanno cominciato a chiudere ristoranti italiani qui intorno, e questo ovviamente porta ad una maggiore presenza di immigrati," racconta. "Non danno fastidio, il fatto è semplicemente che sono tanti, che sono posizionati qua tutto il giorno."

A differenza dell'altra ragazza che ho intervistato, Roberta ha sentito parlare del Comitato. "Non sono tra quelle che urla 'rimandiamoli a casa'," precisa. "Però sono tra quelli che dicono che se dobbiamo accoglierli, questo non può avvenire per strada. Tutte le mattine, quando esco alle otto per andare a lavoro, vedo gente che raccoglie spazzatura e pulisce i marciapiedi. Bisogna trovare una soluzione, che non so quale sia. Ultimamente vedo un sacco di volontari, a tutte le ore, ma si tratta di un palliativo, non della soluzione."

L'aiuto dei volontari a cui fa riferimento Roberta, è quello dei City Angels e di altre realtà locali che operano dall'inizio dell'emergenza. Lo loro attività si è intensificata da agosto, anche su richiesta del Comune: presidiano la zona nelle ore diurne, e la sera, a partire dalle 18, si recano sul luogo per indirizzare gli immigrati nell'hub di via Tonale, in Stazione Centrale, dove possono usufruire della cena per poi essere trasferiti nei vari centri di accoglienza.

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Una commerciante ci mostra le foto scattate quella stessa mattina davanti al suo negozio, in una parallela di Via Palazzi

Dopo aver parlato con altri residenti e aver raccolto il rifiuto a rilasciare interviste di numerosi profughi, inizio a rivolgermi ai commercianti. Più o meno tutti si lamentano del fatto che questa situazione allontanerebbe la clientela; nella lettera del Comitato, inoltre, si dice che negli ultimi due anni il calo dell'attività commerciale si attesterebbe addirittura al 70 percento.

Nei trecento metri oggetto delle cronache, i negozi sono quasi tutti gestiti da cittadini di origini straniere. All'angolo tra via Palazzi e via Tadino mi rivolgo al manager di un ristorante argentino, nonché residente della zona. Se da residente la situazione non gli crea troppi problemi, da commerciante l'opinione è diversa.

"L'attività è calata notevolmente, per l'immagine che viene data di questa via," mi dice. Quando gli chiedo i motivi dell'adesione del locale al Comitato, spiega che l'ha fatto "per provare a trovare una soluzione. Queste persone––bambini, famiglie––non possono stare in mezzo alla strada. Il problema è che si mettono tutti qua davanti, sul marciapiede, non si può camminare." Il gestore conclude dicendo che "non si tratta di razzismo, io stesso sono un immigrato, farei la stessa protesta anche se fossero più bianchi di me. Non so gli altri, ma qui non si tratta di volerli mandare a casa e non accoglierli, si tratta, al contrario, di accoglierli nel modo giusto."

Gli operatori di una delle associazioni di volontari impegnate nel presidio della via

Altri commercianti preferiscono non parlare, e si limitano a lamentarsi della presenza mediatica e dei blitz della polizia del giorno precedente, quando numerose volanti sono arrivate facendo un sopralluogo nei locali della via e rilasciando diverse multe.

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Quando a parlare sono i gestori milanesi delle attività, il punto di vista cambia un po'. Il proprietario di un negozio––che non vuole rilasciare il suo nome né specificare l'attività per paura di qualche ritorsione––ribadisce che "l'attività è calata tantissimo." Ha aperto il suo negozio trent'anni fa, e adesso dice di non riuscire più ad arrivare a fine mese. Anche lui ha aderito al Comitato, pur avendo poca fiducia nel fatto che la situazione possa cambiare.

Lo stesso mi viene fatto dalle proprietarie di un'enoteca a poche centinaia di metri di distanza. Le due sorelle non hanno aderito al Comitato per mancanza di tempo, ma hanno visto l'attività ridursi "di più del 70 percento, ieri abbiamo chiuso con un incasso di 50 euro." La colpa di questi problemi viene addossata alla politica, "che ha lasciato che la situazione degenerasse in questo modo."

A questo punto, realizzato che l'insofferenza dei commercianti supera di gran lunga quella dei residenti con cui abbiamo parlato, vado dal proprietario del ristorante che una settimana fa ha affiso il famoso cartello fuori dal suo locale, nonché uno dei fondatori del "Comitato di Liberazione di Porta Venezia."

Il ristoratore che, esponendo il cartello, ha scatenato la polemica

Quando arriviamo davanti al ristorante, il cartello non c'è più. "Serviva solo a lanciare il messaggio," racconta il proprietario, a cui chiediamo maggiori dettagli sul Comitato e i suoi obiettivi. "Il nome è provocatorio, se non si fosse chiamato così non si sarebbe mosso nessun giornalista," spiega. "Si tratta di un'organizzazione apolitica che vuole porre l'attenzione su un problema che esiste." A chi lo accusa di razzismo, risponde: "Sono stato emigrante pure io ma avevamo un contratto, non potevamo andare all'avventura. Io sono per proteggere la mia famiglia e il mio lavoro, il cartello è stata una richiesta di aiuto in un momento in cui mi sentivo solo."

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Dopo discorsi già sentiti da altri commercianti sul fatto che i profughi non vogliono stare nei centri di accoglienza, sul degrado e sui traffici di migranti, torniamo a parlare del comitato e delle sue richieste. "Stiamo aspettando che ci diano un appuntamento con il prefetto. Noi siamo qua per aiutarli, non per fargli la guerra. Ieri è venuta la polizia, ma quello che noi chiediamo è un pattugliamento democratico, non abbiamo bisogno di protezione, abbiamo bisogno di controllo."

La via, intanto, comincia a svuotarsi. In un ristorante che si trova in una parallela di via Palazzi mi aspetta Teclemariam, dall'Etiopia, in Italia da quarant'anni, fondatore e presidente della comunità etiope eritrea che lo scorso venerdì si è unita al "Comitato di Liberazione di Porta Venezia."

Gli chiedo i motivi che lo hanno spinto a far parte del comitato, e mi racconta: "Ho deciso [ di aderire] quando ho visto tanti italiani troppo nervosi. Io capisco il nervosismo, per il disagio sono più radicale di loro, vivo con italiani e lavoro all'integrazione da quarant'anni, ma qui si tratta di trovare oggettivamente il modo di risolvere il problema insieme. Vogliamo persone che abbiano la capacità di integrarsi: non condivido le idee del comitato, ma ne condivido le esigenze."

Teclemariam sostiene che il disagio "esiste, non si può negare, sono problemi vecchissimi e seri, ma voi italiani siete grossolani. Il razzismo è un razzismo di rabbia, che nasce da un'esasperazione, dalla mancanza di fiducia delle istituzioni, qua serve un intervento istituzionale, ma la politica è assente."

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I Bastioni di Porta Venezia, a poche centinaia di metri da via Palazzi

Per quanto riguarda le soluzioni a breve termine e gli obiettivi dal comitato, Teclemariam dice che sono cambiati rispetto alla scorsa settimana, e che l'idea del pattugliamento 24 ore su 24––richiesto nella lettera e già promesso dal Comune a inizio agosto––è stata accantonata. "Stanno cominciando a ragionare, parlando troveremo una soluzione, che non è la polizia, lo hanno capito," mi dice. Al posto del pattugliamento, avanza l'idea di organizzare "una grande festa, che sarà una cosa bellissima, per promuovere l'integrazione."

Nonostante l'ottimismo di Teclemariam e "l'ammorbidimento" della linea del Comitato, la tensione nel quartiere rimane comunque palpabile. L'ultima persona con cui riesco a parlare nei pressi di via Palazzi è un ragazzo eritreo, dipendente di un bar gestito da etiopi che è indicato da più residenti come il punto di contatto tra stranieri e italiani.

"La situazione è peggiorata ultimamente," mi spiega. E indica il razzismo come la causa principale della tensione che si è venuta a creare: "È inutile fare tanti discorsi, se sei nero e senza scarpe si arrabbiano. Già un anno fa c'era il razzismo, è un problema di colore." Il ragazzo conclude dicendo di avvertire "sempre" una certa dose di astio: "C'è gente che mi lascia scritte sui muri, gente a cui non piacciono i neri. Il problema sta qua, inutile dire altro."

Alle 18 le varie associazioni cominciano a dirigere gli immigrati verso l'hub. Nel giro di due ore la strada è quasi deserta e i segni della presenza del pomeriggio sono praticamente spariti. Torneranno domani, come tutti i giorni da due anni a questa parte.

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