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stili di gioco

Antonio Conte, il vincente antipatico

La Juventus, gli scandali e le prese per il culo: perché nessuno lo sopporta, e perché io non riesco a fare lo stesso.

di Daniele Manusia
17 aprile 2013, 9:36am

Antonio Conte ha fatto sua la teoria secondo la quale è antipatico perché vincente già dall'ottobre del 2011, ovvero pochi mesi dopo essere tornato a Torino da allenatore: “Impossibile essere vincenti senza essere antipatici, almeno in Italia. Le gelosie e le invidie sono inevitabili, soprattutto ad alti livelli. Non succederà mai, difficile vedere un vincente simpatico.” Concetto ribadito nella famosa conferenza stampa dello scorso 23 agosto, tenuta in seguito alla condanna/squalifica di dieci mesi: “In cinque anni ho vinto tre scudetti.” Poi si corregge: “Uno scudetto, ho fatto due promozioni. Sono antipatico perché vinco? Non è un problema mio.” Un mese fa, dopo la partita col Bologna e la sua presunta esultanza esagerata, Antonio Conte si è lasciato andare in conferenza stampa dichiarando: “Adesso devo stare pure attento a come esulto, dove esulto e con chi. Ma stiamo scherzando? Piuttosto andiamoci a vedere le entrate della Juventus negli stadi. E ripeto sono rimasto veramente, cioè, esterrefatto che una città civilissima come Bologna—come Bologna—c'ha accolto con bastonate, pietre e sputi, con gente che ha dei bambini in braccio di tre o quattro anni che bestemmia, insulta, ma io dico: che educazione diamo? [...] Diciamo che fa male perdere, va'. Diciamo questo, che fa male perdere, forse.”

In sua difesa si è schierato persino Arrigo Sacchi, che ha scritto sulla Gazzetta dello Sport: “Enzo Ferrari diceva che gli italiani perdonano tutto ma non il successo, mi chiedo quando l'intelligenza e la cultura avranno la meglio sull'ignoranza e l'invidia e quando andremo allo stadio per divertirci e non per insultare e compiere violenze. Poi facciamo i puristi se Conte si agita in panchina.” E dato che si sta parlando di allenatori e non di imprenditori, e che nello sport in teoria il fine non giustifica i mezzi, Sacchi si sente in dovere di difendere anche il gioco della Juventus di Conte: “Antonio è l’artefice principale del gioco dei bianconeri: autore e direttore di una squadra che è cresciuta in breve tempo in modo esponenziale regalandoci partita dopo partita spettacolo e serietà.”

Ecco, ci sono due cose che non capisco: (1) come fa a starvi antipatico Antonio Conte; (2) come fa Arrigo Sacchi a difendere il gioco della Juve. 

Davvero vi sta antipatico Antonio Conte?

È ancora vero al giorno d'oggi che “La storia la scrive chi vince, gli altri la leggono”?

Che vinca o che perda, voglio dire, guardatelo:

(1) Per quanto a me non stia antipatico (devo dire anzi che AC suscita in me una certa simpatia istintiva dovuta, forse, a quel tono sempre un po' lamentoso di mostrarsi umile) posso limitarmi a notare, con una semplice e rapidissima ricerca, che si trova traccia dei problemi di antipatia di Antonio Conte fin dai primissimi tempi. Nell'ottobre del '92, AC è arrivato alla Juve da un anno ma solo da poco ha trovato un posto da titolare nell'undici di Trapattoni (che a quanto pare lo ha aiutato a esercitare la tecnica). Sembra quasi profetico l'incipit dell'articolo che sulla Stampa del 27 ottobre ne consacrava l'importanza:  “Tutto sommato un pizzico di presunzione non guasta. Nel calcio, come nella vita, non si diventa qualcuno senza un po' di ambizione, senza la voglia di far sentire ogni tanto la propria voce.” Più avanti ci viene detto che “Conte oggi si concede atteggiamenti che qualche mese fa avrebbero fatto sorridere. Questo perché attorno a sé non sente più diffidenza, ma fiducia.” E le dichiarazioni di AC sono già venate di un polemico spirito di rivalsa: “So soltanto io cosa mi sia costato dimostrare di non essere un maratoneta;” oppure: “Sì penso alla Nazionale. Lo fanno in tanti, perché non posso farlo anch'io?”

Non c'è molto da sapere sulla carriera calcistica di Antonio Conte, nonostante si stia parlando di più di dieci anni coronati da successi. Sull'Enciclopedia dello Sport Treccani viene definito “centrocampista grintoso, incisivo negli inserimenti offensivi, con buona tecnica e forte spirito di corpo.” Poi si parla degli infortuni che gli hanno impedito di giocare le partite più importanti della sua carriera (il ritorno della finale di Coppa Uefa nel '93 contro il Borussia Dortmund; metà della finale di Champions con l'Ajax nel '96, l'Europeo e la Coppa Intercontinentale quello stesso anno—nell'articolo sopracitato del '92 si dice che a 17 anni si è fratturato a distanza di poco tempo prima la tibia e poi, in uno scontro diverso sempre con un compagno di squadra, il perone). Anche la sua pagina wikipedia è sorprendentemente rapida sulla sua prima vita sportiva (diciamo, a occhio, la parte da calciatore è un terzo di quella da allenatore e dei processi) e di fatto sembra quasi un comprimario delle sue stesse vittorie. Ha vinto cinque campionati in dieci stagioni e mezza alla Juve, una Coppa Uefa, una Champions League, un'Intercontinentale, eccetera eccetera.

Si è tolto qualche soddisfazione, certo, ma sempre con un retrogusto amaro. Nella stagione '98-'99 (una delle sue migliori) torna titolare a 33 anni. Sulla panchina della Juve adesso c'è Ancelotti e Lippi, che lo aveva fatto fuori, è all'Inter. Aveva anche saltato il Mondiale del '98 proprio perché nella sua squadra di club non giocava. Comunque a marzo '99 segna un gol ad Atene, in Champions League contro l'Olympiakos, ed esulta—non si fa, è antipatico—mettendosi il dito davanti alla bocca. Aveva segnato anche all'andata (e segnerà anche all'Old Trafford contro il Manchester) e quando gli chiedono maliziosamente cosa è cambiato dall'anno prima che l'allenatore era Lippi ad ora con Ancelotti, lui risponde: “Fate voi. Si vede che prima meritavo quello e ora questo.” Quando Lippi torna alla Juve nel 2001 gli toglie la fascia da capitano ma ok, AC ha 35 anni e non deve dimostrare più niente e nessuno; anzi può godersi ancora due scudetti (2001-2002, con al rimonta sull'Inter nelle ultime due giornate di campionato—qui l'esultanza sempre un po' antipatica di AC—e 2002-2003), con una ventina di presenze a campionato. Insisto su questo suo ruolo di co-protogonista, di eroe nell'ombra, di capitano usa e getta, perché in fondo mi sembra che AC l'abbia vissuta un po' così. Ad Antonio Conte piace vincere contro qualcosa, contro qualcuno, alla faccia di qualcuno (una cosa, ora che ci penso, molto italiana), forse è anche un po' la sua storia in effetti, ma ciò fa di lui un polemizzatore naturale (non che questo me lo renda antipatico). 

In un'operazione simpatia che giustifico pensando che chi vuol vedere confermata la propria antipatia per Conte può sempre guardarsi le imitazioni di Crozza, ecco il suo più bel gol in assoluto (IMHO) in rovesciata contro il Brescia:

O un'altra rovesciata, meno bella (IMHO) contro la Turchia a Euro 2000 (poi si è rotto anche lì e non ha giocato semifinale e finale):

Ovviamente sulla sua antipatia influisce il fatto che alleni la Juventus e che sia passato attraverso due dei tre principali scandali del calcio italiano (evitando per un pelo il processo di Calciopoli, per cui la stagione di riferimento era la 2004-2005: proprio quella successiva al suo addio al calcio giocato). AC, e lo dico senza voler esprimere un giudizio, ha la reputazione sporca. Ha avuto la sfortuna, durante il processo per doping, di testimoniare dopo che già alcuni suoi compagni avevano fatto gli gnorri e si è beccato lo sfogo del giudice di cassazione (qui):

“Se venite tutti a dire e a non dire, è ancora più allarmante questo, lo capite bene questo che è ancora più allarmante? Perché uno dice: perché non dicono? Perché non penserete mica che se uno viene nello spogliatoio e dice io non so cosa fanno gli altri, uno ci crede così ciecamente? Dopo dieci anni che state insieme. E insomma Conte, fate questa cortesia. Almeno un po' di rispetto.”
“Ma io, quello che voglio dire, dopo tanti anni che uno gioca a calcio non è che sta lì a guardar ogni cosa.”
“Uno le sa le cose,” insiste il giudice.
“Ma non sono d'accordo io su questa cosa.”
“E va bene, non è richiesto che lei sia d'accordo.”

Poi c'è stato il processo per la questione catalogata col termine di Calcioscommesse e la conferenza stampa del suo “agghiacciante” e del “sono antipatico perché vinco” in cui ha detto anche: “Non dimentichiamo che io ho subito un'aggressione con bastoni, davanti a mia figlia, di due anni, e a mia moglie. Per la mia integrità morale. Per la mia onestà. Per la mia correttezza. Questo è Antonio Conte. A chi forse ancora non lo conosce, o fa finta di non conoscerlo.” E per quel che mi riguarda non è neanche il caso di mettersi a cercare La Verità in questa sporca vicenda (certo, ho un'opinione, credo più alle dichiarazioni di certi giocatori rispetto ad altri) ma non posso non rimanere soggiogato dall'immagine di Antonio Conte che viene preso a bastonate (mentre gioca a calcetto in spiaggia, tra l'altro). Così come, sempre senza metterne troppo in discussione la buona fede, mi piace molto quando fa il finto tonto: “Io mi sono dovuto far spiegare cinque ore che significa non poteva non sapere dai miei avvocati, e se mi dite ancora se io ho capito che significa non poteva non sapere io vi dico: ho dei dubbi. Non mi sembra di essere un deficiente da questo punto di vista.” (Mi piace—non mi convince, ma mi piace—anche quando, in un altro contesto, fa l'imitazione di quelli che ce l'hanno con la Juve)

La questione comunque si è fatta personale (basta leggersi i commenti a uno qualsiasi dei suoi video youtube) e adesso AC pensa a un possibile futuro all'estero. È difficile sopportare la pressione dei media quando i media sono anche le pagine facebook coi meme e oltre alla reputazione poco limpida ti prendono di mira per i difetti di pronuncia e perché ti sei fatto il trapianto di capelli o perché c'è una certa somiglianza con Valentino lo stilista.

Quindi, Antonio Conte non è una figura eticamente limpida come Cesare Prandelli.

Forse però non mi sta antipatico perché non piace alla parte peggiore degli italiani. A quella che trova divertente storpiare il nome della Juventus in Rubentus e quello di Antonio Conte in AnDonio ConDe, a quelli che pensano che il calcio sia tutto uno schifo eccetera però ce l'hanno solo con poche, pochissime persone. Il calcio italiano recente viene da lì, dai processi e dagli scandali, mettiamoci l'anima in pace.

E bisogna ammettere che la critica alla sua esultanza, in qualsiasi modo possiate pensarla su doping e Calcioscommesse, è ridicola e se per caso Conte fosse davvero innocente (c'è chi lo crede) in effetti andarsene dall'Italia sarebbe la soluzione ideale per godersi i successi ottenuti sul campo. Non credo che AC sia veramente come Mourinho—la cui antipatia è strumentale ad attirare le pressioni esterne nei momenti di difficoltà per fare da scudo alla squadra—ma forse in questo sono effettivamente simili. Il punto non è che l'Italia non perdona il Successo, ma che in Italia non è mai bello vincere.

Poi c'è il modo in cui la questione della reputazione si riversa nel discorso più strettamente calcistico, perché per AC (sempre nella conferenza del 23/8/12) l'allenatore “Deve essere un leader. Deve trasmettere valori positivi. Deve trasmettere la vittoria in campo.” E con questo vengo rapidamente al punto (2). 

Ecco i principi calcistici che Conte ha espresso nella prima conferenza stampa come nuovo allenatore juventino (1 giugno 2011):

“Sicuramente a me piace che la mia squadra abbia il pallone. Il pallone dobbiamo averlo noi, dobbiamo fare la partita. [...] Ci sono tanti principi che... a cui sono fedele e sono caro, anche sulla riconquista. Di essere una squadra comunque sempre molto corta. Di cercare di conquistare subito palla. Non mi piace che la squadra scappi indietro. [...] Però ripeto che, ecco, quando si parla di principi parlare solo di numeri secondo me è riduttivo. Ci sono cose ben più importanti da trasferire ai calciatori. Tra queste una cosa importante sicuramente è la mentalità, la mentalità di fare la partita ovunque e dovunque.”

Ecco adesso come Sacchi (sempre nel tentativo di spezzare una lancia a favore di AC) descrive la Juventus 2012/13: “Un team che aiuta ad ampliare la nostra conoscenza calcistica, apre nuovi orizzonti facendoci uscire dagli stereotipi e dai luoghi comuni: i bianconeri vincono e segnano molti gol senza avere uno specialista del gol. [...] Nella Juventus possano alternarsi tutti i giocatori e il gioco cambia poco, questo vale per Giaccherini, Asamoah ma anche per Pirlo e tanti altri, i quali stanno dando il meglio di se stessi in un sistema che ne amplifica soluzioni e fantasia [...] Se questa squadra fosse un’orchestra sarebbe intonatissima e potrebbe interpretare tutte le musiche: dal rock alla sinfonica. I giocatori si muovono a occhi chiusi, come fossero una sola cosa, non soltanto per lo spirito di squadra bensì per la conoscenza che il mister gli ha saputo infondere.”

Che la Juventus di Antonio Conte sia una squadra estremamente solida (Mourinho ha parlato di “vascello quasi inaffondabile”) e, almeno in Italia, dominante è fuori dal dubbio. Eppure guardandola contro la Lazio (0-2) mi sono chiesto come sia possibile confonderla con una squadra “totale”.

La faccio breve: AC ha costruito una squadra a misura del giocatore che era una volta. Contro la Lazio giocavano tre centrocampisti di corsa con il compito di inserirsi, più due giocatori muscolari sulla fascia e un playmaker che garantisse il possesso della palla sufficiente a far muovere i compagni. Vucinic, l'unico attaccante in campo (neanche un vero e proprio numero 9), faceva da punto di riferimento attirando su di sé uno dei due centrali della Lazio mentre Marchisio e uno tra Vidal e Pogba si gettavo nel buco lasciato alle sue spalle (come è successo ad esempio sul gol dello 0-2).

Quella che per Sacchi è un'innovazione che testimonia la duttilità del gioco della Juventus, a mio avviso è un segno da leggere in senso opposto: proprio perché il gioco offensivo della Juventus si basa interamente sugli inserimenti dei centrocampisti (e la superiorità numerica che così si crea), non serve a nulla avere una punta di ruolo.

Non che ci sia niente di male in un sistema di questo tipo (anche se ha mostrato i suoi limiti in ambito internazionale), ma non parlerei di orchestra intonatissima, piuttosto di un'orchestra di soli percussionisti (e un violinista nomade: Pirlo).   

Il paradosso è che al Sacchi allenatore non piaceva l'Antonio Conte giocatore. Nel Mondiale del '94 non lo faceva giocare (due spezzoni di partita in totale) e AC si sfogò sulla Stampa in un articolo del 4/7/'94 dal titolo Conte il precario che prega: “Tre minuti, almeno tre minuti me li farà giocare?” E poi rifletteva: “Non è stato facile entrare in una nuova mentalità. Ma non è vero che per me il calcio di Sacchi sia troppo difficile. Mi hanno fatto passare per stupido, e invece ho solo i problemi di chi cambia completamente modo di pensare.”


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