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Sono rimasta incinta la prima volta che ho fatto sesso

Sono rimasta incinta la prima volta che ho fatto sesso. Ovviamente non era previsto. Quello che avevo previsto, invece, era che avrei voluto fare sesso con l'uomo che un tempo mi sarebbe piaciuto sposare.
19.5.16

Questo post è tratto da Broadly

Sono rimasta incinta la prima volta che ho fatto sesso. Ovviamente non era previsto. Quello che avevo previsto, invece, era che avrei voluto fare sesso con l'uomo che un tempo mi sarebbe piaciuto sposare. Non ero sposata. Avevo quasi 19 anni, andavo all'università, e portavo in grembo il seme del ragazzo che avevo incontrato in chiesa. Sembra un cliché.

Sono diventata una battista protestante alle scuole medie, dopo che un pomeriggio un'amica mi ha portato a un gruppo di preghiera nella sua chiesa. Mi sono inserita subito: ho iniziato a frequentare l'oratorio, ad andare ai pellegrinaggi. Ho imparato a memoria decine di versetti biblici solo per il gusto di farlo. Dopo poco, trascorrevo i miei weekend a bussare agli sconosciuti per parlar loro di Gesù e di come accedere al paradiso. Il sesso prematrimoniale con un ragazzo conosciuto in chiesa non era certo uno dei modi per farlo.

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Anche se i miei non erano proprio dei religiosi praticanti, in fatto di regole sul sesso erano severi quanto i battisti. La parola "sesso" non doveva essere pronunciata, figuriamoci affrontare un discorso a riguardo. Io e mio fratello siamo stati adottati e scherzavamo sul fatto che i miei non lo avessero mai fatto. Sono sicura che lo abbiano fatto, ma credo che tecnicamente non avrebbero dovuto.

Ho chiesto a mia madre di spiegarmi come funzionasse il sesso quando ero in prima media, mentre facevamo compere.

Le avevo detto, "Ma non sarebbe il momento di parlare di sesso?"

Mi aveva guardata, e aveva detto, "Abbiamo la tv via cavo."

Quindi, sì, avrei dovuto ricevere le mie informazioni sul sesso dalla televisione. E in effetti credo di averle prese da lì.

A 18 anni avevo gli ormoni a palla e Gesù non ha fatto nulla per alleviare tutto questo. A dirla tutta, ho smesso di pensare alla mia fede dopo la prima lezione di storia antica all'università. Una volta che ho capito quanto la Bibbia e il Cristianesimo fossero stati usati per tenere le persone sotto controllo, soprattutto quelle che non sapevano leggere, tutto a un tratto quelle storie hanno perso la loro attrattiva. Nel frattempo avevo impulsi sessuali che non capivo appieno. Mi svegliavo con le vampate, mi strusciavo compulsivamente contro il cuscino o mi dimenavo e basta. Mi bagnavo mentre dormivo. Mi bagnavo quando stavo vicino ai ragazzi. Pensavo ci fosse qualcosa di sbagliato in me, perché nessuno mi aveva mai detto che tutte le ragazze avevano i loro desideri.

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Alla fine, il corpo ha avuto il sopravvento sulla mente, e ho fatto sesso con Dan.

Io e Dan avevamo iniziato a frequentarci alla fine del liceo. Era dolce e goffo, tarchiato ma carino, ed ero selvaggiamente attratta da lui. Eravamo così appiccicosi e sempre mano nella mano durante le gite della chiesa che a quanto pare alcune persone avevano dato per scontato che avessimo già fatto sesso. Quando sono diventata una matricola, lui era al secondo anno e stava in un'altra università vicina a dove siamo cresciuti. Ci eravamo persi di vista e non stavamo neanche più insieme, lo vedevo solo ogni tanto quando tornavo a casa.

Ma un paio di settimane prima del mio 19esimo compleanno, mi sono fatta tre ore di macchina per tornare a "casa" senza dirlo ai miei. Sono andata a cercare Dan. Lui non lo sapeva nemmeno, ma non ero andata semplicemente a cercarlo: ero andata a fare S-E-S-S-O con Dan.

Abbiamo bevuto qualcosa e ci siamo fatti due chiacchiere. Ero un po' in imbarazzo, perché ufficialmente non eravamo più una coppia, ma sapevo che non mi sarei fermata. Abbiamo pomiciato come ai vecchi tempi, poi siamo andati in camera da letto. E alla fine lo abbiamo fatto.

Ero pronta. Non sapevo cosa aspettarmi dal sesso, non ci avevo mai pensato razionalmente: avevo solo l'impulso che lui entrasse dentro di me. È stato primordiale. Si è messo sopra perché era la mia prima volta—non c'era bisogno di essere creativi. Aveva messo un preservativo, e poco prima che entrasse, mi aveva sussurrato all'orecchio, "Basta che ti aggrappi a me."

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Un ottimo consiglio. Ho avvolto le mie braccia intorno alle sue spalle e mi sono aggrappata a lui mentre iniziava a muoversi. Mi sono sentita investita dal calore. A livello mentale, non potevo credere che stesse accadendo. A livello fisico, ero un deposito di fuochi d'artificio in esplosione.

È finito tutto piuttosto velocemente, ma non troppo velocemente. Siamo rimasti sdraiati lì per un po', a elaborare quello che era appena successo. Poi volevo già farlo di nuovo. Come quando vuoi subito fare un secondo giro sulle montagne russe. L'ho baciato e abbiamo iniziato a farlo di nuovo, stavolta sopra e senza preservativo. Mi sarei fermata prima o poi, ma mi ripetevo "tra un secondo, tra un secondo." Poi, l'ho sentito. È venuto dentro e ho sentito qualcosa, proprio all'altezza dell'ombelico.

Ero incinta.

Poche settimane dopo ho iniziato a chiedermi se ero incinta, perché mi faceva male il seno e mi sentivo strana, fuori di me. Ma ho cercato di non pensarci. Dai, su. Nessuna rimane incinta dopo la sua prima volta, sono solo paranoie inutili. Quando il ciclo non è arrivato, ho comprato un test di gravidanza. Diceva che ero incinta. Provavo terrore e vergogna. Ma era un test a buon mercato; il dubbio restava, insomma.

Sono andata in una clinica, ho urinato in un vasetto di plastica, e fatto un vero test.

Quando la clinica mi ha chiamato per i risultati, la mia compagna di stanza era in biblioteca e io sonnecchiavo in camera. Vivevo nel dormitorio più figo del campus. L'edificio è stato definito il miglior esempio di architettura georgiana lasciato al sud. Puoi trasferirti lì solo se sei discendente di un massone, e bisogna avere qualche lettera di raccomandazione. Le mie lettere di presentazione erano state firmate da dei senatori.

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Mi sono seduta sul mio letto, ad ascoltare, in attesa che qualcuno mi dicesse che non ero incinta. Aspettando di sentirmi una cretina per aver creato un marasma inesistente. Avevo solo fatto sesso, no? Tutti lo fanno.

Ma la donna dall'altra parte del telefono mi ha detto che il test era positivo.

E adesso?

Avevo sempre creduto che abortire fosse una scelta a disposizione di ogni donna, ma non pensavo che avrebbe mai riguardato me. Sono sempre stata una brava ragazza, una studentessa modello, una cristiana con la C maiuscola. E adesso ero incinta. Dovevo prendere in considerazione tutte le opzioni.

Ho pensato di poter dare il bambino in adozione. Mia madre biologica era rimasta incinta ai tempi dell'università. Andava al conservatorio e dirigeva il coro della chiesa, mai poi fece qualcosa con il ragazzo di una confraternita che non era nemmeno il suo ragazzo e rimase incinta di me, e partorì me (ovviamente). Era successo nel 1969, quando aveva 19 anni. Nel 1989, avevo 19 anni anch'io, e mi ero ritrovata con lo stesso identico problema.

Ma non mi è mai piaciuta l'idea di essere stata adottata. Mi sono sempre sentita strana, diversa. Non è una cosa che dovrei dire. Dovrei essere grata e sentirmi di essere stata "scelta" da una famiglia adottiva. A molti ragazzi adottati non dispiace—alcuni, come mio fratello, non hanno neanche mai fatto domande a riguardo.

Ho anche pensato di tenere il bambino, ma nulla mi suggeriva che sarei stata in grado di farlo crescere. Non avevo alcun desiderio di maternità. E, state sicuri, che a livello fisico non l'avrei voluto per nulla. Per me, in quel momento, partorire non avrebbe salvato la vita di qualcuno che non era ancora nato; sentivo, invece, che avrebbe causato dolore a persone già nate. Non volevo un bambino.

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Dopo è arrivato l'aborto. Ho chiamato Dan e gliel'ho detto. La sua prima domanda è stata, "Sei proprio sicura che sia mio?" Per abortire ci volevano 300 dollari. Dan mi ha detto che ne avrebbe pagato metà. In una frazione di secondo mi sono sentita come se fossi passata dalla ragazza casa, scuola, chiesa alla troia che deve tampinare un ragazzo per fargli sganciare i soldi per l'aborto. Ho venduto i libri dell'università per avere la mia metà. Il semestre non era ancora finito, ma non avevo altre scelte.

Provavo vergogna, mi sentivo sola e triste. Mi sentivo una stupida. Odiavo me stessa per essere in quella situazione. Odiavo il mio corpo per avermi fatto questo. Sentivo che Dio mi stava punendo. Avevo aspettato per fare sesso perché sapevo che non avrei dovuto, poi l'avevo fatto una volta—okay, tecnicamente due—ed ero rimasta incinta. Ero furiosa. Le persone fanno sesso IN CONTINUAZIONE senza nessuna conseguenza.

Qualche settimana prima di rimanere incinta, ero andata a casa di un'amica e avevamo visto una manifestazione al telegiornale. Delle donne dovevano passare attraverso una folla che gli gridava contro e bloccava loro la strada. "Gesù, che brutto modo di far sapere ai tuoi amici che stai andando ad abortire," aveva detto la mia amica. Adesso io ero una di quelle ragazze.

Quando è arrivato il momento per l'operazione, Dan non ha pagato la sua metà. Diceva di non essere riuscito a raccogliere la cifra. Dalla sua voce mi sembrava non gliene fregasse niente. Mi sono fatta prestare i soldi da un'amica.

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La clinica era scarna ma accogliente. Avevo la sensazione di essere in un normale studio medico, in cui i muri erano marrone chiaro invece che bianchi. Ho pagato in contanti. Mi ha sorriso leggermente, come a dirmi, "lo so, mi dispiace."

Fisicamente, la procedura inizia come una semplice visita ginecologica. Ma non ero mai stata dal ginecologo prima, quindi anche questo per me era nuovo e imbarazzante. Mi hanno fatto indossare un camice di carta aperto nel retro, mi hanno chiesto di salire sul lettino, messo i piedi sulla staffa, e hanno inserito lo speculum. Il dottore si muoveva velocemente; ne aveva fatti un sacco. Non era gentile né scontroso, era professionale e evitava o limitava il contatto visivo. C'era un'atmosfera generale di "nessuno vuole farlo, ma cercheremo di farlo al meglio."

Ho appoggiato la testa sul cuscino e mi è sembrato di capire che mi venisse infilato dentro un tubo. Non vedevo quello che stava succedendo, né avevo alcun desiderio di farlo. Il dottore ha annunciato che stava per accendere lo strumento. Ho sentito un ronzio nella stanza silenziosa. Me ne stavo lì sdraiata mentre quella vita mi veniva succhiata fuori. Stavo male. Era come se lo sentissi, ma non c'era nessun nervo nel mio utero. Il suono del macchinario e la consapevolezza di ciò che stava facendo, faceva sì che potessi vederlo mentalmente e sentirlo.

Ci sono voluti cinque o dieci minuti. Quando ha detto che era finita, sono stata investita dalla realtà.

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Avevo tenuto le emozioni sotto controllo per poter completare l'operazione, ma adesso le sentivo tutte. Avevo appena abortito. Forse avrei dovuto averlo. E se aveva un'anima? E se non avessi mai potuto avere figli? E se era speciale e doveva nascere? Il mio passato religioso non mi dava pace. Avevo commesso un peccato imperdonabile? Avevo commesso un omicidio? E se mia madre lo avesse fatto con me?

Sono svenuta, sopraffatta.

Un'infermiera mi ha aiutata, mi ha porto una pila di assorbenti spessi e mi ha detto che nelle 24 ore successive mi sarei dovuta aspettare perdite di sangue e crampi. Sono stata condotta in una sala d'attesa con la luce tenue, qualche poltrona e una tv. Le altre due donne che prima avevo visto in sala d'attesa erano già lì. Ho aspettato che la mia amica venisse a prendermi, poi sono andata al dormitorio e ho dormito.

Nei giorni successivi, ho dormito praticamente tutto il tempo, poi sono tornata alla mia vita. Ma adesso avevo un segreto. A 19 anni, non sapevo come gestirmi quella situazione. Mi sentivo triste e depressa. Per i mesi successivi, mi sono sfogata. Ho bevuto un sacco, mi sono fatta di ecstasy e di acido. Ho scopato. Non me ne fregava più niente. Adesso non c'era niente di speciale nella mia sessualità e nel mio corpo; non c'era niente per cui aspettare. Avevo fatto sesso ed ero stata punita, a questo punto perché non continuare a farlo. Era come se fossi arrabbiata con il sesso. Mi odiavo per essere rimasta incinta, mi sono punita per anni.

Con il passare del tempo, mi fermavo a pensare a quanti anni avrebbe avuto mio figlio. Quando avevo 23 anni, insegnavo a ragazzi di 12 anni e ho cominciato a fare stand-up. Mio figlio avrebbe avuto tre anni. Quando avevo 27 anni, ho partecipato a un programma su MTV. Mio figlio avrebbe avuto 7 anni. Quando mia madre è morta mio figlio avrebbe avuto 15 anni. Ho smesso di contare quando è entrato nei venti.

L'aborto è una cosa importante. Richiede un prezzo emotivo. Durante le sedute di terapia, fuoriesce; ho superato faticosamente la vergogna e il senso di colpa e adesso riesco ad accettare completamente quello che ho fatto e ho imparato a conviverci. Mi sono anche convinta del fatto che le idee conservative cristiane sul sesso sono stronzate per mantenere il patriarcato. Ecco da dove veniva il mio senso di vergogna: mi hanno insegnato che il sesso era una cosa che non dovevo fare con il corpo. Il sesso è definitivamente una cosa che i ragazzi di 18 anni devono fare con i loro corpi giovani. E se non avessi ricevuto un'educazione tanto strana in materia di sesso, forse non lo avrei fatto così segretamente e non sarei rimasta incinta.

Dicono anche che la nascita è un miracolo e che ogni bambino è speciale. È un modo di pensare alquanto strano. Quante persone veramente speciali conoscete? Io conosco un sacco di stronzi. E sono sicura che se avessi messo al mondo quel bambino, oggi sarebbe un adulto piuttosto stronzo. Sono anche sicura che non avere un figlio non equivale a derubare il mondo di quella persona.

Non è stato facile, ma lo rifarei se mi trovassi in quella situazione, lo rifarei mille volte. È stata la cosa giusta da fare e sono grata di aver avuto la possibilità di farlo in modo sicuro. Avere un figlio è una decisione che richiede un sacco di pensiero. Ero una 18enne eccitata, leggermente ubriaca, che si è arrampicata su un pene in un moneto di passione. Non sono i presupposti giusti per mettere al mondo una persona. E non è un errore per il quale devi pagare per il resto della tua vita.

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