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Ho passato un'intera giornata dentro Expo

Si sono scritte tantissime cose su Expo, ma cosa c'è davvero dentro? Come funziona? Ho passato un'intera giornata all'interno dell'esposizione, per capire che cos'è questa cosa enorme con cui Milano avrà a che fare per mesi.

di Mattia Salvia
14 maggio 2015, 8:17am

L'albero della vita. Foto di Stefano Santangelo

Qualche mese fa ho fatto una delle esperienze potenzialmente più significative—in negativo—che Milano offre a chi ci abita: passare un'intera notte, dal tramonto all'alba, sulla "celebre" linea 91, definita da molti la più malfamata della città. Dato che in quell'occasione non mi è successo niente di male, sentivo il bisogno di riequilibrare il mio karma. Il modo migliore era senz'altro fare l'esperienza opposta, quella più potenzialmente significativa in positivo. Ovviamente, almeno per quest'anno, non c'è niente di più rappresentativo di Milano di Expo.

Oltretutto, si è detto e scritto di tutto sull'evento: dai ritardi alla questione del lavoro, fino ad arrivare alla manifestazione No Expo del primo maggio, agli scontri e alle successive analisi. Quello che si è scritto meno e che tuttora molti ignorano, però, è cosa sia materialmente questa cosa chiamata Expo 2015 e con cui dovremo convivere per almeno sei mesi.

Cosa c'è dentro? Come funziona? Vale la pena andarci? Per una settimana buona ho tempestato di email e di telefonate l'ufficio stampa dell'esposizione, così da farmi dare un accredito e poter rispondere a queste e ad altre domande, e martedì mi sono presentato a Expo.


Il Centro Accrediti di Expo 2015 alle dieci di mattina

Sono circa le dieci quando arrivo al Centro Accrediti, un minuscolo ufficio all'interno della stazione della metropolitana di Rho Fiera. A meno di due settimane dall'inizio della manifestazione, l'ufficio è già famoso per la sua lentezza e la sua disorganizzazione—che avrò modo di sperimentare sulla mia pelle, dato che sarò costretto a rimanerci per oltre un'ora a causa di un malfunzionamento della connessione a internet che impedisce agli addetti di stampare il mio pass.

Risolto l'inconveniente, mi dirigo verso l'ingresso. L'apparato di sicurezza è decisamente imponente: ovunque mi giro ci sono agenti di polizia in divisa e in borghese, carabinieri, finanzieri, uomini della forestale e persino militari in tuta mimetica armati. Nonostante tutto questo, però, all'ingresso il tornello non funziona.

Con metal detector e scanner sotto cui vengono fatte passare borse e zaini, gli ingressi di Expo sono in tutto e per tutto simili ai check-in di un grande aeroporto—un grande aeroporto in un giorno di sciopero dei voli. Molti dei tornelli sono inutilizzati, e da quelli in funzione passano quasi solo scolaresche in gita e giornalisti sudati.

La prima struttura che accoglie i visitatori è il Padiglione Zero, un'enorme costruzione asimmetrica dalla facciata in legno. Per quasi tutti i visitatori l'esperienza-Expo parte da qui, perciò decido di entrare.

All'interno, dal buio pressoché totale, emerge una parete in legno intagliato in stile neoclassico, con tanto di colonne corinzie, finti cassettoni e statue di pastorelli che portano agnellini in spalla.

È l'ultima cosa che uno si aspetterebbe di trovare lì—proprio perché non c'entra niente, anche solo a livello puramente estetico, con il resto delle strutture contenute all'interno della manifestazione—e per questo motivo sembra impressionare molto i visitatori, presi alla sprovvista da quell'indigestione improvvisa di sfarzo posticcio.

Nella stanza successiva sembra di stare al planetario; sulle pareti viene proiettato un documentario muto fatto di scene agresti e di pesca, bambini, prati e pescatori. I visitatori, rapiti, osservano il tutto con grande partecipazione.

Le stanze successive dovrebbero, in teoria, raccontare la storia del cibo. La prima è dedicata ai vegetali, che galleggiano nello spazio profondo a là 2001: Odissea nello spazio. Il tema della seconda, invece, è l'"addomesticazione animale" (sic).


L'autore mentre fissa una capra

Delle due stanze seguenti, invece, una è dedicata "alla tavola"—e infatti è interamente occupata da un enorme tavolo di legno—mentre l'altra non si capisce se parla dell'invenzione dell'agricoltura o se è il set di Saw - L'enigmista.

In un'altra sala, sull'ennesima parete formata da schermi, passano i prezzi dei vari generi alimentari e le loro variazioni in tempo reale, corredati da grafici e diagrammi e da sequenze tratte da film e pubblicità.

Segue una finta discarica che dovrebbe farci riflettere sul tema dello spreco. La colonna sonora che mi accoglie quando entro, oltre a esprimere perfettamente l'atmosfera dell'evento, ha uno strano potere calmante—è formata da urla di bambini e sirene della polizia.

Il tema bucolico sembra essere ricorrente anche nell'ultima stanza—non tanto come cosa in sé, quanto come immaginario estetico. È più o meno in questo momento che guardando l'orologio mi accorgo che è mezzogiorno. Mi trovo da più di un'ora all'interno di una fiera internazionale dedicata al cibo e non ho ancora visto niente di commestibile.

Esco allora dal Padiglione Zero e mi incammino lungo il decumano su cui si affaccia la maggioranza dei padiglioni. La prima cosa di cui mi accorgo è la presenza costante e quasi intimidatoria di diversi stand Technogym ai lati della strada, uno ogni 500 metri circa. A quanto pare dopo aver nutrito il pianeta gli si farà fare dell'esercizio fisico.

Mentre cerco un posto dove mangiare mi interrogo sul modo in cui i diversi paesi hanno interpretato il tema della manifestazione. In alcuni casi, il riferimento alla sostenibilità è chiaro: il padiglione del Belgio, ad esempio, contiene delle specie di ecosistemi chiusi in cui piante e pesci si alimentano a vicenda in un grande abbraccio vitale.


Il padiglione della Repubblica Ceca

In altri casi, tuttavia, non si capisce bene quale sia il punto. Il padiglione della Repubblica Ceca, ad esempio, è un carnevale post-sovietico in cui sculture metalliche proteiformi e suggestioni cyberpunk si mescolano a stampe d'inizio secolo a tema alci. C'è anche una piscina, dove molti ragazzi stanno con i piedi a mollo—giustamente, visto che il sole picchia e il sito di Expo è fondamentalmente una grande colata di cemento.

Il padiglione dell'Olanda

Dal modo in cui si sono presentate, sembra che molte nazioni ci tengano a rispettare e perpetuare gli stereotipi che le riguardano. È il caso dell'Olanda, il cui padiglione è il Valhalla dei gabber—una giostra di paese con musica altissima, gente che balla e stand che vendono coni di patatine fritte.

Il padiglione del Nepal, 12 giorni dopo l'apertura

Per quanto riguarda le strutture, è incredibile constatare come siano effettivamente quasi tutte finite. L'unica eccezione è rappresentata dal padiglione del Nepal, che per ovvie ragioni è ancora un cantiere aperto. Dopo il terremoto, infatti, molti operai sono tornati a casa, e così quelli degli altri padiglioni hanno deciso di finirlo loro (gratis) in segno di solidarietà. Qui, la musica tibetana diffusa dagli altoparlanti si mescola al rumore dei trapani in un piacevole effetto di dissonanza cognitiva.

Ma al di là di questo caso particolare, in generale osservando alcuni dettagli si intuisce come, per arrivare pronti alla data dell'inaugurazione, si siano dovute fare delle "corsette." Ogni tanto dietro gli angoli spuntano ancora dei piccoli cantieri coperti dal camouflage, e alcune delle "esperienze" offerte dai padiglioni non sono disponibili.

Cartello all'interno del padiglione del Vietnam. Mi sono perso la performance di musica tradizionale :(

Visitando l'interno dei padiglioni non è però molto chiaro cosa i diversi paesi vogliano trasmettere. Nella maggior parte dei casi si ha l'impressione di trovarsi in mezzo a una costosissima gara geopolitico-commerciale a chi ce l'ha più lungo.

L'interno del padiglione del Turkmenistan

Ad esempio, nel padiglione del Turkmenistan non ho trovato riferimenti al cibo—giuro, ho guardato dappertutto, non ce n'erano. Solo rendering di quartieri di prossima costruzione, plastici di campi petroliferi, pile di blocchi quadrati di gesso, enormi tappeti alle pareti e gigantografie dell'ex presidente Saparmyrat Nyyazon.

Decido di approfittare di questo ambiente accogliente e rilassante per fare una piccola pausa.

L'autore si rilassa sul terrazzo del padiglione turkmeno

Verso l'una e mezza inizio a sentire i morsi della fame e decido di lasciar perdere per un attimo il pianeta e cercare di nutrire almeno me stesso. I "ristoranti regionali" di Eataly sembrano degli Autogrill che si sono messi il vestito buono; alcuni offrono un piatto di pasta a 12-16 euro.

The answer is blowing in the wind

Si è già scritto molto, e di certo se ne scriverà ancora, sul costo e sulla qualità del cibo all'interno di Expo; per il momento, vi basti sapere che ho iniziato a mangiare alle 15 e ho finito alle 15.15. La mia pizza da dieci euro aveva bisogno di essere assaporata nei minimi particolari. Mi è piaciuta.

Dopo essermi rifocillato, è il momento di affrontare il mostro finale di Expo: Palazzo Italia—il cuore dell'esposizione, la struttura più costosa del padiglione italiano nonché l'unico edificio che rimarrà in piedi alla fine della manifestazione. All'ingresso c'è un sacco di fila—com'è logico che sia, visto che si tratta dell'attrazione principale di Expo.


Palazzo Italia

Secondo il commissario unico di Expo Giuseppe Sala, lo scorso sabato avrebbero visitato la manifestazione "almeno 220 mila persone" con un'affluenza superiore "almeno del dieci percento" rispetto al giorno precedente. Nonostante il sindaco Pisapia si sia detto entusiasta di questi "numeri da record," le cose potrebbero non essere andate esattamente così—a quanto pare, infatti, Expo non terrebbe conto del numero dei visitatori ma solo di quello dei biglietti venduti, e quelle citate da Sala sarebbero soltanto delle stime.

All'interno di Palazzo Italia, ho modo di avere una conferma, seppur parziale, di questo sospetto: mentre aspetto l'inizio della visita guidata mi cade l'occhio su un foglio su una scrivania alla reception. Ci sono segnati dei numeri, quelli (come si evincerebbe dalla scritta "visitatori") relativi alle visite di Palazzo Italia in questi primi giorni di Expo. Per quel che ho capito, sembrano un po' diversi da quelli di cui si è sentito parlare finora.

Grab


via

Nel mio giro di Palazzo Italia vengo accompagnato da Alice, una ragazza sulla ventina, che mi parla delle "quattro potenze dell'Italia" a cui è dedicata la mostra-esperienza-qualsiasi cosa sia questo trionfo dello spirito italico a cui sto assistendo.

Le "quattro potenze" in questione hanno ognuna un piano dedicato. La prima è quella del "saper fare," ossia l'elogio dell'imprenditoria portato avanti tramite l'esposizione della versione farinettiana dell'esercito di terracotta.

La potenza del "saper fare" , statuette di imprenditori del settore alimentare, in rappresentanza delle varie regioni d'Italia.

Segue la "potenza della bellezza," una sala dove alcune immagini delle bellezze architettoniche, storiche e paesaggistiche d'Italia vengono ripetute all'infinito in un gioco di specchi.

D: "Non è un po' inquietante?" R: "È perché ora c'è gente, quando non c'è nessuno rimarresti qui per ore."

Viene poi la "potenza del limite," che da quanto ho capito è un elogio dell'arte di arrangiarsi italiana—alla luce di questo, non sconvolge che la sala sia dedicata alle startup buffe: una per ottenere un tessuto dalle bucce d'arancia, una per far crescere funghi nei fondi di caffè, una per vincere l'appalto di Cascina Merlata. (Indovinate quale delle tre mi sono inventato.)

C'è anche un grosso plastico di come sarebbe l'Europa senza l'Italia, per mostrare al mondo cosa si perderebbe se non ci fossimo noi.

"Questa è una piccola provocazione"

L'ultima potenza è quella "del futuro," in una sala che Alice mi descrive come "un vivaio di cultura ma anche di coltura." Alla fine dell'esposizione è in mostra la Carta di Milano, l'"eredità culturale di Expo 2015," un "documento partecipato e condiviso che richiama ogni cittadino, associazione, impresa o istituzione ad assumersi le proprie responsabilità per garantire alle generazioni future di poter godere del diritto al cibo."

Esco da Palazzo Italia fisicamente provato da questa overdose di italianità, e decido di riposarmi un attimo all'ombra dell'albero della vita. Vedendolo di persona, noto che è molto più basso di quanto non mi immaginassi.

Subito dopo riprendo il mio giro per i padiglioni, e il primo che visito è quello del Vaticano, in cui ci sono solo video sull'impegno umanitario in Africa e nemmeno una guardia svizzera.

Il padiglione del Kuwait è un florilegio del futurismo del Golfo: giochi d'acqua che compongono scritte, pavimento in sabbia pressata per fare effetto deserto, video promozionali sulle bellezze del paese. C'è anche una stanza piena di cibi in esposizione, tutti sormontati dalla scritta "non commestibile."

Il padiglione della Russia, invece, è il Korova Milk Bar.

In orario da aperitivo mi fermo a prendere una birra al padiglione sloveno—il cui motto è "I feel Slovenia"—e vado a berla sul prato del padiglione tedesco. Qui i visitatori vengono coinvolti in balli di gruppo sulle note di grandi successi degli ultimi anni—roba tipo "Happy" e "Gangnam Style." Tra una canzone e l'altra, una voce robotica dà indicazioni ai ballerini sulla coreografia da adottare per il pezzo successivo.

Verso le sette faccio poi un salto al padiglione della Svizzera, forse l'unico ad aver rispettato davvero il tema della manifestazione. È formato da quattro torri piene di generi alimentari (sale, caffè, acqua e fettine di mela) di cui i visitatori possono fare quello che preferiscono, in completa libertà—salvo la minaccia psicologica rappresentata dal fatto che una volta terminate le scorte le torri non verranno riempite ulteriormente.

Lo scopo dell'esposizione dovrebbe essere quello di far riflettere sullo spreco e sulla limitatezza delle risorse di cui disponiamo, ma a giudicare dalla lunghezza della fila e dal numero di persone che vedo uscire bevendo acqua o mangiando fettine di mela, ho qualche dubbio sulla sua efficacia.

In ogni caso, fuori dal padiglione della Svizzera mi faccio un nuovo amico.

Da qualche parte, sotto quel buffo costume e dietro quel sorriso felice, c'è una persona

Decido di fare anche "un salto" al padiglione del Brasile—un'altra grande attrazione della fiera—il cui tetto è un grande tappeto elastico su cui si può camminare. Ormai sono davvero provato dalla giornata, sia nel corpo che nello spirito, e saltellare sul tappeto elastico brasiliano tira fuori la mia parte bambina e mi fornisce le energie necessarie per andare avanti ancora un po'.

Arrivo in fondo al decumano, dove mi aspetta il McDonald's—il luogo di gran lunga più affollato dell'intera esposizione. Con un gesto che io trovo davvero spavaldo ma anche profondamene rassicurante, è stato progettato e costruito in modo da essere uguale a qualsiasi altro McDonald's del mondo.

A questo punto si sono fatte le otto e mezza, e il numero dei visitatori sta diminuendo—un calo riscontrabile osservando semplicemente la via centrale.

Mi godo il tramonto riflesso dai vetri del padiglione della Moldavia e decido di percorrere a ritroso il decumano, fino all'uscita. Mentre passo, intorno a me iniziano a succedere cose strane. Tanto per cominciare, passa la guardia forestale e mi scruta con aria torva.

Nel padiglione del Kazakistan invece c'è un concerto di una popstar kazaka. E il padiglione di Israele—che per tutta la giornata era stato circondato da decine di agenti—si è trasformato in una discoteca a cielo aperto, dove una folla di sedicenni balla l'electroswing. Poco oltre, assisto a una lezione di aerobica.

Quando arrivo in fondo è ormai buio. Come una sorta di commiato, l'ultima cosa che incontro sulla strada verso l'uscita è la riproduzione della madonnina, che veglia sulla manifestazione e sui suoi visitatori così come quella vera veglia sulla città. Il senso, implicito ma ovvio, è l'identificazione totale dell'esposizione con la città e viceversa. Expo è Milano, Milano è Expo.

E in un certo senso, anche io durante questa giornata sono stato Expo—nel senso che l'ho vissuta appieno, ne ho respirato l'atmosfera e ne ho assimilato lo spirito. Forse è per questo che esco da quest'esperienza completamente svuotato, sfibrato, privo di energie e di risorse sia economiche che mentali—ovvero, più o meno come secondo alcuni sarà Milano alla fine di Expo 2015.

Segui Mattia su Twitter: @mttslv

(Aggiornamento del 14/5: i dati relativi ai visitatori di Palazzo Italia riportati dal foglio nella foto corrispondono a quelli riportati da ANSA il 9 maggio.)