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Perché è arrivato il momento di perdonare il finale di 'Lost'

Il 23 maggio 2010 è andato in onda l’ultimo episodio della serie 'Lost', che ha lasciato molti dei suoi misteri senza una spiegazione. O forse no.
Giulia Trincardi
Milan, IT
finale lost spiegazione
Immagine via Lostpedia

Sono passati molti anni dalla messa in onda il 23 maggio 2010 dell'ultima puntata di Lost, la serie di fantascienza targata ABC, scritta da Damon Lindelof e prodotta da J.J. Abrams, in cui un gruppo di sopravvissuti a un incidente aereo si ritrova bloccato su un'isola bizzarra e deve arrivare a capo di un mistero molto, molto complesso.

Mi ricordo il giorno dell'ultima puntata di Lost come fosse ieri: mi sono alzata a un orario improbabile della notte per guardarla in contemporanea con gli Stati Uniti e versare tutte le mie lacrime su un finale che per chiunque altro è corrisposto all'esperienza più deludente della storia dell'intrattenimento.

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Non fraintendetemi, non penso che il finale di Lost sia un buon finale. Il punto, però, è che non poteva essercene uno migliore. Perché l'idea stessa di dare un finale conclusivo (ed esplicativo) alla serie è stata un errore. Lost non avrebbe dovuto avere un finale e basta.

Provo a spiegarvi perché.

‘Lost’ ha cambiato il modo di scrivere le serie

Lost ha rappresentato una sorta di spartiacque nel modo in cui si producono le serie TV, il cui merito principale è stato rendere chiara a tutti l'importanza di un'autorialità coerente, anche a discapito della longevità della serie. Lost ha reso chiaro il potenziale di una serie scritta bene e con una linea narrativa stabilita a priori—e dunque sviluppata in un numero di stagioni decretato in partenza—proprio perché ha fallito in questo stesso scopo.

Sin dalla prima stagione, era chiaro che Lost avesse qualcosa di innovativo nel modo in cui erano strutturati i suoi misteri (e nel modo in cui internet è diventato una piattaforma parallela di teorie dei fan), che abbiamo percorso come una matrioska rotante: ogni stagione introduceva uno scenario che ribaltava lo status quo, conservandone gli elementi ma mutandone il significato. Nemici che diventano amici, dettagli bislacchi che acquisiscono un senso grazie alla rivelazione di un contesto ancora più bislacco.

Eppure, il rinnovo della serie era condizionato dagli ascolti, cosa che ha costretto autori e produzione a diluire la storia quando richiesto e, nel contempo, cercare di sviluppare i semi piantati nella prima stagione sapendo che la serie sarebbe potuta finire prima del previsto. Dopo Lost, e forse in parte grazie proprio a Lost, si è compreso il potenziale esplosivo di una serie la cui storia fosse costruita magistralmente sul lungo periodo. Questo risultato è stato raggiunto poi da serie come Breaking Bad, per intenderci, un po' meno invece da altri prodotti di J.J. Abrams, come Fringe (la cui sceneggiatura fa acqua da tutte le parti, per quanto sia sicuramente coinvolgente).

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Ma Breaking Bad non è una serie di fantascienza, e questa è l'altra grossa sfida che Lost lancia ai prodotti che l'hanno preceduta: portare al grande pubblico un aggregato di concetti filosofici, scientifici, religiosi senza precedenti.

‘Lost’ e il rapporto tra scienza, fede e assurdità dell’esistenza

Nella prima stagione i sopravvissuti del volo Oceanic 815 Sidney - Los Angeles devono vedersela con le conseguenze pratiche dell'essersi schiantati su un'isola nel mezzo del nulla e dover sopravvivere, tra gli inquietanti rumori che si sentono al di là delle frasche, una popolazione "autoctona" aggressiva ribattezzata "gli Altri," e una serie di incontri come quello con l'orso polare (diventato poi iconico) e la scienziata francese che invia un segnale di S.O.S da troppi anni senza ricevere risposta. C'è—da subito—un'atmosfera surreale nella trama di Lost, che ne fa il capostipite di un filone dove la fantascienza sfocia nell'esoterico.

L'isola rappresenta l'inconoscibile a cui si contrappone il pensiero razionale umano.

La dicotomia scienza/fede è sicuramente uno dei temi principali della serie, ma è trattata in modo molto diverso da altre situazioni. Ho parlato in precedenza di come questo pensiero binario faccia da substrato anche a tante delle riflessioni di un'altra serie di fantascienza famosa, X-Files. Eppure, i due esempi sono molto diversi tra loro: mentre quella tra Scully e Moulder è una dinamica quasi classica—dove l'ateismo è contrapposto alla religione occidentale per eccellenza, ovvero il Cristianesimo—quello che fa Lost è un discorso di sfumature e la fede non è un fede religiosa in senso stretto, ma spirituale. L'isola rappresenta l'inconoscibile a cui si contrappone il pensiero razionale umano.

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Non a caso—e questo è sempre stato uno dei miei dettagli preferiti di Lost—i personaggi principali hanno nomi simbolici, legati alla filosofia giusnaturalista (quella corrente di pensiero nata tra il Seicento e il Settecento che si occupava del rapporto tra essere umano e legge naturale, e che ha introdotto il concetto di patto sociale), alla letteratura del Romanticismo e alla storia della fisica. Pensate a personaggi come John Locke, Danielle Rousseau, Kate Austen, Desmond Hume e Daniel Faraday: ognuno di loro gioca un ruolo specifico nella serie che è legato al contributo dato alla storia dal pensatore di cui portano il nome.

Il romanzo che ha ispirato la serie ‘Lost’

La fonte di ispirazione che invece non è chiara a tutti e che, a mio avviso, è necessaria se si vuole comprendere e perdonare l'errore alla base del finale di Lost, è quella letteraria. Lost è infatti liberamente ispirato a un capolavoro della letteratura di inizio secolo, che si intitola Lost Horizon (Orizzonte perduto, edito da Sellerio in Italia) ed è stato scritto da James Hilton nel 1933.

Questo libro parla di un aereo con poche persone a bordo—un ambasciatore inglese, una suora, un truffatore professionista e un giovane soldato—dirottato e portato tra le valli del Tibet, in un luogo fuori dal tempo dove le persone vivono secondo una morale moderata, sotto lo sguardo attento e distaccato di un Lama estremante longevo. Si tratta di Shangri-La, archetipo di un mondo perduto dove la vita decorre in modo diverso (esattamente come sull'Isola di Lost) e i protagonisti si trovano ad affrontare una serie di domande fondamentali sull'esistenza, sul destino dell'umanità (viene profetizzato un nuovo drammatico conflitto internazionale) e sulle conseguenze relative al decidere di assumere un certo ruolo piuttosto che un altro nella vita.

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Il parallelo tra la serie Lost e il romanzo in questione è evidente in diversi passaggi, per quanto ampiamente rielaborati: il Lama ha convocato (fatto rapire) i personaggi del libro perché uno di loro possa diventare il suo successore e affrontare gli eventi catastrofici che si prospettano, esattamente come il personaggio di Jacob (a proposito di nomi simbolici) in Lost ha portato i passeggeri del volo Oceanic 815 sull'isola perché uno di loro ne diventasse il custode.

Se avete visto il finale della serie, saprete che non è Jack Shephard ad assumere l'incarico offerto (imposto) da Jacob, ma Hurley. Il crescendo narrativo di Jack è basato sul rapporto conflittuale che ha con l'isola: riesce a fuggirne, eppure la sua percezione del reale è talmente condizionata da quell'esperienza che non può più riprendere una vita normale. "We have to go back, Kate" è una delle frasi della serie diventate poi meme, che simboleggia perfettamente la perdita della grazia del personaggio: la fede nell'isola è uno stato di illuminazione esistenziale che Jack desidera ma che non riesce ad abbracciare fino in fondo, fino, in realtà, al momento della sua stessa morte sull'isola.

Questo conflitto è lo stesso che muove il protagonista di Orizzonte perduto, che rifiuta l'offerta di una vita dedicata alla distaccata contemplazione dell'universo a Shangri-La, perché non sa rinunciare all'amore tutt'altro che moderato nei confronti di un amico. Il protagonista di Orizzonte perduto farà di quello stesso conflitto, quel costante turbamento, la propria natura d'essere: la perdita della grazia è essa stessa una dimensione d'esistenza nel suo caso, che lo spinge a un continuo peregrinare.

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C'è una differenza sottile tra i due protagonisti: mentre il primo si assume la responsabilità della propria scelta, accettando di vivere in bilico "tra due mondi," Jack è letteralmente tormentato dalla sua incapacità di abbandonarsi e questo è ben chiaro anche nel tanto ostracizzato finale: Jack è l'ultimo a raggiungere la chiesa dove lo aspettano tutti, perché è l'ultimo a venire a patti con sé stesso. Jack, d'altronde, è il personaggio tramite cui, volenti o nolenti, facciamo il grosso dell'esperienza di Lost. È il nostro tramite narrativo e per questo non può essere più risoluto di noi davanti alla voragine di non-senso dell'esistenza.

‘Lost’ aveva capito che la tecnologia non ci salverà

L'altra faccia della dicotomia classica scienza/fede che Lost punta a scardinare è, ovviamente quella di una scienza positivista e di un'umanità prometeica. Alcuni dei misteri più intriganti della serie girano intorno alle leggi dell'elettromagnetismo, alla scienza dei viaggi nel tempo e alla meccanica quantistica, ma sempre da un punto di vista esistenziale: la scienza in Lost non è la risposta, ma un mezzo che indaga e crea allo stesso tempo la realtà.

Desmond Hume, il personaggio che occupa una misteriosa botola ed è costretto a inserire una stringa di numeri e premere un bottone ogni 108 minuti, è l'incarnazione del conflitto tra ciò che deve essere e ciò che è. Esattamente come il filosofo omonimo parlava di determinismo e libero arbitrio, Desmond è un personaggio allucinato, che crede che la sua vita sia già stata scritta e ripete in maniera meccanica e ridondante un'azione imposta e di cui non sa con certezza neanche la funzione. Fino al momento della propria liberazione, Desmond vive come un criceto su una ruota, irrimediabilmente condizionato dagli eventi del suo passato.

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In seguito all'esplosione della botola e alla sua liberazione, però, Desmond diventa uno dei personaggi chiave della serie, la cui vita è legata agli esperimenti del fisico Daniel Faraday: in una delle puntate più belle dell'intera serie, "The Constant," Desmond in preda a flashback di coscienza tra l'isola attuale e il suo passato, fa visita a Faraday all'università di Oxford, per far sì che i due personaggi diventino uno la costante dell'altro e possano sopravvivere alle discrepanze fisiche legate all'esposizione all'elettromagnetismo sull'isola. Faraday soffre di vuoti di memoria, che l'isola sembra riuscire a calmare. I due personaggi rappresentano due aspetti del rapporto con la tecnica e la tecnologia: quello meccanico e cieco—dove l'uomo è assoggettato a un compito—e quello di ricerca spasmodica di risposte. La morte di Faraday, che avviene non a caso all'interno di un paradosso temporale, simboleggia forse l'incapacità della scienza di spiegare ogni cosa.

Il finale di ‘Lost’ ci ricorda che la vita non ha senso, ma le relazioni sì

Ma se prendiamo come valida la metafora che ho fatto all'inizio e interpretiamo l'isola come l'inconoscibile, nessun finale esplicativo avrebbe potuto funzionare: l'intero ruolo dell'isola è l'effetto che essa stessa ha sui personaggi, di cui condiziona l'esistenza in maniera irreparabile.

Se l'isola è un archetipo narrativo dell'inconoscibile, che scienza e religione tentano parimenti di afferrare per fallire parimenti nell'impresa, il tempo passato sull'isola è come l'illuminazione offerta al protagonista di Orizzonte perduto a Shangri-La: una consapevolezza ineffabile che muta l'animo umano radicalmente. I personaggi di Lost condividono questa esperienza e poco importa che destino avranno l'organizzazione Dharma, gli Altri, l'orso polare e lo stesso Jacob (la cui morte è come la morte di Dio, l'alba di un mondo libero, ma anche frantumato): il punto è la condivisione di quell'esperienza e, per questo, il finale di Lost—con questa sorta di riunione strappalacrime—ha assolutamente senso: l'unico modo che abbiamo per affrontare la perdita della grazia è condividere la sua mancanza con altri esseri umani.

L'unica alternativa era lasciare Lost sospeso, con un finale aperto e ancora più "deludente." Ma chiedere un finale di spiegazione a una serie che ha fatto del suo fulcro la mancanza stessa di senso dell'esistenza è illusorio. Per quanto maldestramente, Lost ci ha ricordato che una spiegazione a tutti i costi non è sempre disponibile e questa incertezza è ciò che ci porta a vagabondare per la Terra. E per questo, rimane una gran serie.