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salute mentale

La felicità non esiste senza la tristezza più nera

Non credete a quelli che dicono che il segreto sono otto abbracci al giorno.
13 marzo 2017, 11:45am

Che ci crediate o no, la Giornata internazionale della felicità esiste. È una vera festività che cade il 20 marzo, creata dalle Nazione Unite, in cui ogni persona del mondo dovrebbe prendersi un giorno per... boh, non lo so esattamente. Essere felice?

Se vi sembra una cosa cinica, avete ragione. La pressione per essere felici, nel 2017, può al meglio essere opprimente, e al peggio generare illusioni impossibili a realizzarsi. Dai, avete visto che cazzo sta succedendo nel mondo? C'è un pazzo scatenato al governo degli Stati Uniti, i crimini d'odio sono all'ordine del giorno e l'Orologio dell'Apocalisse è 30 secondi più vicino alla mezzanotte.

Ma questo non ha impedito a molti ricercatori, filosofi, psicologi e guide spirituali, tutti benintenzionati, di cercare di penetrare nel meccanismo della felicità. Grazie a studi reali, condotti da istituzioni reali e pubblicati da giornali davvero accademici, ora sappiamo che la felicità si può raggiungere sorridendo di più. O mangiando più verdura. O non comportandosi da stronzi. O con otto abbracci al giorno—sì, esattamente otto abbracci al giorno.

E poi c'è l'eminenza grigia di tutte le ricerche sulla felicità, il Grant Study, che da quasi un secolo segue centinaia di uomini di Harvard e dintorni, ne analizza il comportamento e cerca di determinare quali siano gli elementi di una vita piena, felice. George Vaillant, psichiatra di Harvard che ha guidato lo studio per tre decadi (dal 1972 al 2004), ne ha sintetizzato così le conclusioni:"Il Grant Study porta a una conclusione netta: la felicità è amore. Punto." Ottimo. Quindi i Beatles avevano ragione?

Molti ricercatori del World Happiness Summit si dichiarano d'accordo: la ricerca sul tema non ha fatto grandi passi avanti. "Non è cambiato molto dal 2007 a oggi, perlomeno, niente di fondamentale," dice Tal Ben-Shahar, speaker del congresso ed ex professore di Harvard, le cui lezioni di psicologia positiva hanno raggiunto il vertice storico di popolarità nella storia dell'ateneo. "I passi avanti più importanti si stanno facendo nell'area delle neuroscienze. Stiamo imparando sempre più cose sul cervello, e su come appare durante i diversi stati emotivi."

Le scansioni cerebrali hanno reso possibili alcune scoperte importanti—per esempio che la felicità soggettiva si origina soprattutto nel precuneo destro del cervello—ma questo spiega perché sei felice, non come essere felice. Una delle persone che si sono sottoposte alla scansione è Matthieu Ricard, un monaco buddista tibetano e speaker del convegno. È stato soprannominato "l'uomo più felice del mondo"—titolo che dichiara di odiare, e che nondimeno è stato confermato dalla scienza, quando i neuroscienziati della University of Wisconsin hanno monitorato le sue onde cerebrali con un EEG [_elettroencefalogramma_] e hanno scoperto che la sua mente è capace di "un quantitativo anormale di felicità."

Ma Ricard non pensa di essere un caso eccezionale. Piuttosto, secondo lui tutti possono raggiungere uno stato di benessere permanente una volta che si sono liberati di "afflizioni emotive come odio, ossessione, arroganza, gelosia e confusione mentale. Quello stato di benessere è un po' la saggezza che ci permette di vedere il mondo per quello che è, senza veli o distorsioni."

A vederla così, sembra la saggezza di un uomo che non usa i social media, che non ha mai avuto un lavoro per raggiungere il quale doveva fare un'ora di metropolitana, che non è mai stato a un pranzo di famiglia in cui i tuoi parenti di destra vogliono condividere le loro opinioni con te, che non ha mai litigato con la fidanzata per chi deve lavare i piatti.

"Sfortunatamente, il nostro controllo del mondo esterno è limitato, temporaneo e spesso illusorio," mi dice Ricard. "La nostra mente può essere nostra amica o la nostra peggiore nemica. Allenarla, che è il significato profondo della meditazione, è cruciale per affrontare con efficacia le illusioni e le emozioni negative che sono le cause della sofferenza. È una capacità che può essere sviluppata."

Ovviamente ha senso. Ovviamente è vero. Ma il motivo per cui molti di noi (io per esempio) hanno reazioni prostranti, è che questo modo di pensare non prende in considerazione la tristezza. Pensa che il nostro malessere siano solo "illusioni ed emozioni negative." Dovremmo dunque fuggire dalla tristezza? Forse è la felicità che non è poi questa gran cosa.

Eric Wilson, professore alla Wake Forest University e autore di Against Happiness: In Praise of Melancholy, dice che il modo in cui diagnostichiamo la depressione è cambiato. "Quella che una volta sarebbe stata considerata un po' di tristezza, per esempio in caso della morte di una persona amata, ora, se dura un po' più del normale, viene subito chiamata depressione clinica," dice. "Ci mettiamo pochissimo, a produrre una diagnosi di depressione."

Viviamo in una cultura per cui la felicità, o la parvenza di felicità perlomeno, sono importanti. Wilson, che soffre di disturbo bipolare, dice di lottare personalmente contro le aspettative della nostra cultura che tu sia sempre felice. "Pensavo di avere qualcosa di sbagliato perché non ero felice sempre," dice. "Nella nostra cultura esiste uno stigma sulla tristezza."

Molti studiosi in questo campo considerano felicità e tristezza come un aut aut. Sei felice o sei triste, e tutto dipende da una scelta che hai fatto.

"Dobbiamo annaffiare i semi della felicità, e non tutti sono pronti per farlo," dice Chetri, speaker del World Happiness Summit. "Abbiamo bisogno di una nuova definizione di felicità. Penso che saremmo più felici se riuscissimo a eliminare la tristezza. Come farlo è la domanda a cui voglio trovare risposta."

In teoria, eliminare la tristezza in toto sembra un'idea fantastica. Tranne che in realtà sarebbe terribile. L'esatto opposto di quello che vogliamo per i nostri figli. Vi ricordate inside Out? Diceva cose importanti sulla tristezza. Non perché la tristezza aiuti ad apprezzare la felicità, o ci possa ricondurre alla felicità, ma perché la tristezza, di per sé, è un'emozione che vale la pena provare. Se non sei triste a volte, magari molte volte, ti stai perdendo qualcosa della vita.

Sono padre, ho visto Inside Out con mio figlio, e ho pianto come un bambino. Non perché mi sono reso conto che dovevo accettare la tristezza come parte della vita, ma perché sapevo che doveva farlo mio figlio. E io dovevo farmi da parte. Ogni altro genitore con cui ho parlato ha avuto la mia stessa reazione. Il messaggio pro-tristezza di Inside Out è per i bambini, non per noi. Noi siamo adulti. Il nostro lavoro è di essere felici e soddisfatti tutto il tempo. Lasciamo che siano i bambini a piangere.

"Impareremo, alla fine, a pensare in modo meno bianco/nero e più utile," dice Randy J. Paterson, psicologo clinico e autore di How to Be Miserable: 40 Strategies You Already Use. "Non solo 'felicità è bene, ansia è male'. Scopriremo che 'le emozioni sono normali, non sono malattie mortali da sradicare. Alcune ci piacciono più delle altre, ma non dureranno per sempre'."

E se anche la scienza della felicità arrivasse al punto di accettare che a volte le persone scelgono di essere tristi, perché in alcuni casi la tristezza può essere l'emozione più genuina? La tristezza, in certi casi, può essere molto soddisfacente. Come scrisse una volta Victor Hugo, "la malinconia è la gioia di essere tristi." Se non concordate, forse non siete mai stati malinconici.

L'anno scorso ho toccato il vertice di felicità quando la mia squadra di baseball ha vinto il campionato mondiale, e ho pianto perché mi mancava mio padre, che è morto circa 15 anni fa. Non nel senso che mi sono venute le lacrime agli occhi. Nel senso che ho pianto come un vitello. Ero distrutto. Tutto quello che mi ero tenuto dentro per più di un decennio, perché ero troppo concentrato sull'essere felice e positivo—sono un adulto, per l'amor del cielo, e gli adulti non si affogano nel loro malessere—è salito in superficie. Sono diventato un geyser di lacrime.

La notte che la mia squadra, la squadra della città dove vivo, ha vinto, sono uscito per strada e ho incrociato decine di uomini in lacrime. Non so se anche loro piangessero per i loro padri, ma per qualcosa piangevano. Ci siamo scambiati cinque alti in lacrime.

Non sono arrivato a quella tristezza-felicità con la meditazione. L'ho fatto semplicemente accettando di essere molto, molto, molto triste e arrabbiato e ferito per il fatto che mio papà non fosse vissuto abbastanza a lungo per festeggiare la vittoria della sua squadra.

È stato un sollievo avere finalmente una scusa per dire, "Odio tutto, cazzo." Lasciare che il dolore mi ghermisse mi ha causato una scarica di adrenalina. Mi sono sentito vivo, senza pensieri, grato. Forse è la stessa sensazione che provano gli esperti di felicità quando fanno yoga sulla spiaggia o pensano pensieri positivi. Se è così, forse stiamo tutti facendo la stessa cosa e le diamo solo nomi diversi.

Molti ricercatori ed esperti con cui ho parlato hanno nicchiato sulla questione della tristezza, o hanno insistito che essere infelici non sia necessario, perché chiunque può sconfiggere le emozioni negative meditando e pensando positivo. Tutto si ridurrebbe a "trovare la strada che dalla tristezza conduce alla felicità," mi ha spiegato Chetri.

Alcuni—come Neil Pasricha, direttore dell'Institute for Global Happiness, e autore del bestseller The Happiness Equation—hanno invece confermato che sia un problema di cui discutere, non solo nel campo della ricerca ma anche tra persone normali che cercano di orientarsi nei campi minati della vita emotiva.

"Una domanda che mi fanno spessissimo è, 'Come posso essere felice sempre?" dice. "Facile. Non puoi, e non dovresti nemmeno provarci. Non è questione di vedere il mondo tutto positivo o tutto negativo. Quello che devi cominciare a capire, è che il bicchiere non è né mezzo pieno né mezzo vuoto. Però si può riempire."

Altri, come Ben-Shahar, pensano che sono uno stronzo. (Parole mie, non sue.)

"Attaccare la psicologia positiva—la scienza della felicità e del benessere dell'uomo—perché non prende in considerazione la tristezza è un argomento fantoccio," dice. "Pochissimi ricercatori ti direbbero che dobbiamo dimenticarci della tristezza. Quella è una cosa da auto-aiuto o da guru new age. Fingere che la tristezza non esista non fa che inasprirla. È importante darci il permesso di essere umani."

Ha ragione. Ma comunque, l'Happiness Summit non sembra lasciare molto spazio all'esplorazione della tristezza. Ci sono panel intitolati "In onda la felicità", "La felicità come vantaggio in una competizione", e "Celebriamo la felicità: condividiamola!" Se davvero alla tristezza è data pari importanza, perché non includere almeno uno o due panel con titoli come "Solo dio sa quanto sto male al momento (e va bene così)" o "Sto morendo, tu stai morendo, moriremo tutti?"

Ho mandato le mie idee alla cofondatrice del summit, Guggenheim, e lei le ha apprezzate. "Assolutamente," dice. "La tristezza deve essere più centrale nella discussione. Probabilmente non ce n'è abbastanza." E poi, senza soluzione di continuità, comincia a parlarmi di suo marito, morto quattro anni fa.

"Siamo stati sposati 21 anni, e l'ho perso per un'influenza," mi dice. "Una diamine di influenza. Chi muore di influenza negli Stati Uniti?"

Sentivo, dalla sua voce, quanto fosse spezzato il suo cuore. Era la stessa rabbia trattenuta che avevo sentito in mia madre quando era morto mio padre. Era il silenzioso contesto di "Vaffanculo, universo, come cazzo ti permetti di fare questo a me?" "Mio marito era un uomo meraviglioso, brillante, gentile," racconta. "Non era una persona cattiva. Non sarebbe dovuto succedere a lui. Ma è successo. È morto."

"Come fai a passare da quel buco nero in cui nulla sembra avere senso, tutto fa male ed è orribile, alla creazione di un Happiness Summit?" chiedo.

"Non è poi un gran salto."

"È un salto immenso," insisto. "È come passare da 'Ho perso l'amore della mia vita per colpa di un guidatore ubriaco' a 'Organizzo l'Oktoberfest'."

"Sai cosa?" dice. "Se un 4x4 ti si schianta in faccia, farà male. Saresti pazzo a dire, 'Oh, fantastico, bellissimo'. Mentiresti."

"Fa malissimo, cazzo," concordo.

"Esatto," dice lei. "E fa ancora male. La tristezza resta. Resta sempre. La sento il giorno del Ringraziamento, a Natale, all'anniversario del nostro matrimonio, al suo compleanno. La sento ogni giorno. Ero in quella stanza, quando è morto. Ho visto la morte. Attraversare tutto questo, non riesco nemmeno a spiegartelo. È doloroso, è come morire."

"Non posso—" le dico. Ed è vero. Quando cerco di immaginarmi come sarebbe vedere mia moglie morirmi davanti agli occhi... solo pensarlo mi strazia.

"Ma il punto è," continua, "è un sentimento che va e viene come un'onda. Non puoi rimanerci attaccato per sempre. Non puoi tenerlo sempre con te. Decidi che non puoi. Decidi di non ricordartelo sempre, e di non etichettare quel ricordo come 'Il mio dolore, la mia perdita'. Non è una cosa che sta sempre con te."

Non so perché mi abbia convinto. Potrebbe essere perché ha continuato a dirmi che non è un'esperta, che non ha un dottorato, che non si è allenata a meditare insieme al Dalai Lama. Forse è perché non continua a insistere che la felicità ci aspetta tutti a braccia aperte, se solo decidessimo di fare uno sforzo. La felicità esiste, certo, ma la tristezza non se ne andrà.

"Mi stai facendo sentire la mancanza di mio padre," le dico.

"Non c'è niente di male," dice lei, con una voce rassicurante. "La sofferenza è un catalizzatore fantastico per il cambiamento."

Questo articolo è tratto da Tonic.