Hard Dik Dik

Hard Dik Dik

Erano i bravi ragazzi del beat, piacevano anche al Papa, ma nascondevano un cuore di puro metallo pesante.
14.3.17

L'ISOLA DI WIGHT è la trattoria legata a noi Dik Dik, e prende proprio il nome di un nostro intramontabile successo. È un piacevole locale nella più vicina periferia milanese, Buccinasco, in mezzo al verde della campagna, dove poter trascorrere una divertente e rilassante serata che comprende una buona cena e tantissima musica. Molte volte anche insieme a noi.

Questo agghiacciante spot direttamente dall'inferno della ristorazione di provincia era la prima cosa che si leggeva aprendo il sito ufficiale dei Dik Dik fino a qualche tempo fa. Oggi, invece, campeggia più opportunamente una celebrazione del loro cinquantesimo anniversario, forse per restare in scia agli eterni rivali Pooh. Il sospetto viene, perché in realtà il gruppo debutta nel 1965.

La differenza è che i Dik Dik, forse in virtù della loro scialuppa di salvataggio a forma di ristorante, non hanno evidentemente le ambizioni da cofanetto ultralusso dei quattro orsacchiotti e ripiegano su un album-polpettone con rifacimenti e ospiti come Elio e le Storie Tese, Zampaglione e via dicendo, non brillando certo per originalità. Ma siccome tale raccoltone è uscito i primi di dicembre e pare che nessuno se lo sia cagato, facciamo giustizia e continuiamo i festeggiamenti (tanto abbiamo già due anni di ritardo, che sarà mai) riproponendo un articolo che scrissi nel lontano 2014 sulla band, oggi sparito dalla rete, un po' come loro. Perché anche stavolta si ricordi quello che poteva essere e che, ancora oggi, non è.

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La storia dei Dik Dik potrebbe essere una perfetta sintesi del percorso culturale delle sottoculture giovanili italiane: da capelloni in preda a schitarrate forsennate e "fari spenti nella notte per vedere se poi è così difficile morire" al verde della campagna, buone cene, momenti di relax per dimenticare lo stress quotidiano da liberi professionisti annoiati. Insomma, un epitaffio dei favolosi anni sessanta. Vero è che i Dik Dik non sono mai stati identificati come un gruppo di ribelli in cerca di un mondo diverso (sfido, entrarono nel magico circo del pop dalla porta principale, ottenendo un'audizione grazie alla raccomandazione di un tale cardinal Montini, noto al grande pubblico come il futuro papa Paolo VI), ma nel loro seno cova una trasversalità a volte sottintesa, poco sottolineata dal giornalismo musicale. Il quale invece, ahimè, da sempre tende ad associarli a gruppi easy listening tipo i Collage e compagnia cantante.

Lo spirito di questa rubrica però ci spinge a fare luce su una band che è stata la cartina al tornasole dei costumi del nostro paese, anche e soprattutto nei suoi flop commerciali. Per chi li conoscesse solo come degli anziani in giubbotto di pelle e chitarra acustica senza cavo che cantano in televisione il classico "Sognando la California" (cover dei Mamas and Papas) per qualche trasmissione amarcord, è importante puntualizzare che i Dik Dik (nome di un'antilope africana) sono stati il primo gruppo per cui Battisti abbia mai scritto qualcosa (il retro "Se rimani con me", quando Mogol era ancora lontano) e probabilmente una delle sue prime backing band in assoluto.

Non del tutto beat, non del tutto pop e soprattutto non del tutto originali (quasi tutti i loro più grandi successi sono, infatti, cover di gruppi stranieri, come da tradizione italiana dei Sixties, oppure scritti dalla premiata ditta Mogol-Battisti), nei primi anni Settanta svoltano drasticamente verso l'ibridazione con formati canzone sperimentali, tanto che arriveranno a farsi addirittura padrini del punk/hard rock italiano. Dite che è impossibile? Seguiteci con attenzione.

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Negli anni Settanta hanno un exploit magistrale col brano dedicato al celebre festival dell'isola di Wight, un'altra cover che ha, se non altro, il merito di essere divulgativa del movimento hippie, movimento del quale il leader e chitarrista Pietruccio si sente ancora parte, nonostante i capelli corti. La cosa buffa è però che nessuno nella band, tantomeno Mogol, autore dell'adattamento, è stato al festival, così come nessuno di loro, pare, all'epoca fosse stato in California. La massa non ci fa caso e continua a comprare i loro singoli, ma dal '65 al '72 non c'è ancora traccia di un album, se si escludono raccolte di 45 giri con qualche inedito. Il fatto è spiegabile con un'astuta quanto logica idea di base, cioè andare sul sicuro: ma le ambizioni dei Dik Dik sono un po' diverse.

Frequentando infatti il laboratorio Battistiano era difficile—se non impossibile—rimanere fuori dal prog rock, che ad esempio i Formula 3 toccavano con mano sapiente proprio nel '71. I Dik Dik, quindi, l'anno dopo, provano a tirare fuori un disco dalle sonorità nuove, sulfuree, con ampio uso di synth e un concept su un viaggio nel corpo di una donna. È Suite Per Una Donna Assolutamente Relativa. I testi, deliranti, sono di Herbert Pagani, uno dei terroristi della canzone italiana. L'album è veramente indigeribile sul piano commerciale, ma interessante su quello dell'ibridazione col pop. Sembra quasi più vicino alla new wave che alle sonorità beat del passato, grazie anche all'aiuto di Natale Massara, autore nel '71 di un disco di libraries pieno di rumoracci e noise chitarristico proto-Sonic Youth chiamato Politica. Ecco perché il prodotto non avrà alcun riscontro di pubblico e la critica storcerà il naso.

A questo punto sarebbe stato bene perseverare, ma i nostri temono di perdere la terra sotto i piedi ed eccoli sfornare un nuovo rassicurante singolo, "Viaggio di un poeta", che li rimette in piedi a livello commerciale. Non che i nostri fossero lontani da pruriti sperimentali anche prima: ricordiamo, infatti, nel '69 un paio di pezzi singolarissimi, ispirati sicuramente dalle sperimentazioni underground di Oltremanica. "Paura", lato B di "Vendo Casa", ne è un esempio: un hard rock plumbeo con un ammasso di sintetizzatori random stile Brian Jones di Their Satanic Majesties Request e testi fra il paranoico e il divertito. Oppure "Sheila", un ballatone in odor di Stelle di Mario Schifano che probabilmente narra di una disavventura del leader Pietruccio, che è lui stesso a confessare candidamente in un'intervista: "A fine anni '60 ho vissuto per un anno su un camper, da solo, depresso per essere stato mollato da una fidanzata. Un giorno ho incontrato un tizio che mi ha fatto provare una droga psichedelica, l'LSD. Ho guidato da Milano a Bologna e mi sembrava di pilotare un aereo".

Vero è che proprio nel '65 furono convocati da Fellini, un altro avvezzo alle allucinazioni, e affiancati a Stelvio Cipriani per la colonna sonora di Giulietta degli Spiriti. Dalle session uscì un brano, "Belfagor", che non fu utilizzato a causa della scena relativa, troppo spinta per passare la censura.

Logico quindi che i Dik Dik puntassero ad allargare lo stato di coscienza della propria musica. Se i pezzi proposti al grande pubblico rimangono orecchiabili, è vero però che lati B e collaboratori di volta in volta coinvolti tentano di percorrere strade diverse dall'usuale. Nel gruppo subentra infatti Roberto Carlotto, meglio conosciuto come Hunka Munka, mago dell'elettronica e per vari anni al servizio di band prog rock inglesi: il nuovo arrivo odora di sperimentazione, pop malato e di collaborazioni con Ivan Graziani (presente nell'album d'esordio del tastierista, vera perla del genere in Italia), ma nella sua vocalità c'è anche qualcosa che ricorda il cantato di Lallo, la voce solista simbolo dei Dik Dik. Eccolo quindi portare il suo sgranato suono di Hammond a livelli parossistici nel singolo "Piccola mia" del 1973, che vede in formazione anche il batterista dei seminali The Trip, prima addirittura negli Osage Tribe di Battiato. Cucciolo—questo il suo alias—ricorda il passaggio alla nuova band come una mossa scomoda:"In effetti io personalmente riscontrai qualche contestazione allorché entrai nei Dik Dik come batterista, finita l'esperienza con gli Osage. Mi dicevano che ero un traditore, che andavo a suonare delle porcherie. Il binomio musica/politica è stato disastroso, perché in quell'epoca la politica ha portato solo dei casini".

I Dik Dik tentano quindi pochi ma efficaci innesti di underground in territorio ultraleggero, facendo incazzare un po' tutti. Sono quasi una specie di asilo pop per musicisti dal passato radicale, come se tenessero dei terroristi in casa proteggendoli dalla polizia. Ma nulla avrebbe potuto far pensare alla svolta punk. Il giro di boa è dato in questo caso dall'ingresso di un nuovo tastierista e di un nuovo chitarrista: anche stavolta entrambi vengono dal prog, ma da quello duro. Il tastierista Joe Vescovi sempre dai celebri The Trip, e Roby Facini dagli Acqua Fragile, in cui era anche (tanto per cambiare) passato anche Vescovi. Quest'ultimo aveva anche rischiato l'ingaggio nei Rainbow di Richie Blackmore, come racconta in un'intervista a Filippo Casaccia: "[A Blackmore] piaceva il mio modo di suonare, ma per lui non ero abbastanza hard. È stato proprio quello a farmi diventare più hard, solo che poi non ero con una rock band ma con i Dik Dik". Come dire, dai Dik Dik ai Night Fudge il passo è breve.

Siamo nel '78 e i nostri si prendono delle libertà: il lato B del singolo "Strani fili" è una cavalcata glam hard rock di Vescovi, strumentale e massiccia, mentre il lato B del singolo "Vuoto a rendere" dell'80 ("Mamamadama") è nientepopodimeno che un brano contro le forze dell'ordine firmato da—udite udite—un insospettabile Giorgio Faletti, prima dell'exploit paraculo/sanremese/destrorso di "Minchia, signor tenente" e prima di diventare romanziere a tempo pieno.

"La marcia in più è sempre nella struttura armonica: tre accordi". Non sono i Ramones a parlare, ma Petruccio: dal beat siamo nel punk. L'etichetta è la prestigiosa Ariston. Sulla copertina del 45 i Dik Dik sembrano dei barboni schifosi che non si lavano da giorni, con le facce dure. Vanno in tour con Umberto Tozzi in Sudamerica e—a dispetto di tutto e di tutti—il loro opening sembra un misto fra i Thin Lizzy e i Kiss, con tanto di mega assolazzi fregati ad Ace Frelhey, magliette stracciate e fomento post pippata. Insomma, pare proprio che i Dik Dik siano impazziti.

Puntuali arrivano le accuse di cavalcare una moda, ma in questo caso sono da rispedire al mittente, considerando che sono i padrini—ancora una volta dopo la famosa "Isola di Wight"—dello sdoganamento di una sottocultura in campo mainstream. Infatti tutti i brani del primo disco dei Decibel di Enrico Ruggeri, chiamato per comodità Punk, sono firmati da loro; non perché ne siano effettivamente gli autori, ma perché Ruggeri e co. non sono ancora iscritti alla Siae. Non contenti, sono proprio i Dik Dik in persona ad affidarli al produttore Sandro Colombini per il lancio definitivo, poiché alle sue spalle come fantomatico "musical supervisor" c'è proprio Joe Vescovi.

Del resto, prestare il proprio nome a questi brani controversissimi (ricordiamo "Col Dito" contro le femministe e "Papa rock", per ironia della sorte contro lo stesso simbolo di fede che aiutò i Dik Dik ad avere successo, brano prevedibilmente censurato) non è un gesto così inconsulto per loro: il retro di "Strani fili" di cui sopra—"Hard stuff"—infatti è stato scritto da Vescovi nel '76 in piena esplosione punk. Negli anni Ottanta, la vicinanza con i Decibel emerge anche dal singolo "Laser vivente", che li vede esibirsi con occhialoni alla Vibrators (o alla Ruggeri), testi sull'orlo del surreale e un Vescovi capellone che manco un deathmetallaro svedese, per un brano che si avvicina alle escursioni pop/wave della band milanese di "Vivo da re" (con tanto di citazione dei Supertramp di "The Logical Song" e degli Stranglers riveduti e corretti).

A causa della casa discografica di turno, che non ha voglia di rischiare su una band dai successi così incostanti, i Dik Dik saranno costretti a limitarsi alla pratica dei singoli fino a diventare un terzetto: guarda caso con l'allontanamento degli elementi più disturbanti, ovvero Vescovi e Cucciolo. Il canto del cigno del gruppo fu uno spettacolo con Dario Fo, L'opera dello sghignazzo, per il quale i Dik Dik avrebbero interpretato brani con testi, guarda caso, adattati da Zappa, Patti Smith, Nina Hagen, David Bowie: il gruppo si spaccò rispetto alla linea da seguire e non si ricompose più.

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A questo punto la discesa negli inferi della musica "da sagra dell'anguilla in umido" sarà definitiva, con i membri restanti che scoprono nuove passioni—Pietruccio addirittura comincerà a scalare le vette più alte del mondo—e tramutano il marchio Dik Dik in una furbastra macchina per scucire soldi a nostalgici curiosi. Sono stati proprio questi ultimi, con la loro faciloneria, a uccidere definitivamente la portata punk della faccenda. "Mi viene da ridere quando sento dei favolosi anni '60", dice Cucciolo nel suo sito ufficiale. "Tutti i gruppi italiani di quegli anni non sapevano suonare, a parte i Ribelli e i Quelli. Quindi favolosi fino a un certo punto. Nei primi '70 invece c'era un'atmosfera strana, ma bellissima. E circa la droga, quando abitavo a Genova il massimo che ci capitava erano le canne, solo pochi si facevano di LSD e eroina. In ogni caso rimane per me un'esperienza bellissima, che ancora rimpiango".Parola di rocker.

Ma le generazioni, si sa, cambiano: in futuro, una volta spariti i rimastini degli anni Sessanta, l'amarcord potrebbe partire proprio da lì. Da quei Dik Dik rinnegati, zozzi, ribelli finanche a se stessi.

Un grande grazie a Tim Small che mi ha permesso di riproporre questo scritto, originariamente apparso sulle pagine di L'Ultimo Uomo. Long live amicizia.

Demented è su Twitter: @DementedThement.

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