L’Europa si trova davvero in uno stato di emergenza perenne?

Leggi pensate per essere eccezionali e legate ad uno stato di emergenza temporaneo stanno gettando l’Europa in uno stato di paranoica allerta costante.

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09 febbraio 2017, 3:57pm

Dal 7 gennaio 2015, giorno dell'attacco terroristico ai danni della rivista satirica Charlie Hebdo a Parigi, fino ad arrivare al 19 dicembre 2016, giorno in cui un uomo ha investito con un camion delle persone in un mercatino natalizio a Berlino, ci sono stati circa 8 attacchi terroristici in Europa in cui i morti sono stati più di 200 e i feriti più di  700.

Questi eventi radicali hanno modificato profondamente l'ideologia degli stati europei, come afferma un report di Amnesty pubblicato a gennaio 2017 — Il passaggio è piuttosto netto: secondo Amnesty si è passati dall'idea che "i governi debbano garantire la sicurezza in modo che i cittadini possano beneficiare dei propri diritti," all'idea che "i governi debbano limitare i diritti dei cittadini per garantire la loro sicurezza."

Il report analizza le leggi anti-terrorismo che sono state adottate in tutta Europa, analizzandone i tratti comuni — come ad esempio la graduale tendenza a consolidare maggiori poteri nelle mani delle agenzie di intelligence, spesso senza un controllo giudiziario adatto — e sottolineando i gravi pericoli a cui andiamo incontro.

Queste leggi, che dovrebbero essere eccezionali e legate ad uno stato di emergenza temporaneo, stanno diventando parte integrante dei sistemi legislativi nazionali, gettando di fatto l'Europa in uno stato di emergenza perenne.

Queste misure anti-terrorismo hanno introdotto leggi di sorveglianza di massa che prevedono dei meccanismi che ricordano proprio quelli che erano stati la causa della fine del Safe Harbor — l'accordo sullo scambio di dati tra l'UE e gli USA, ora sostituito dal Privacy Shield — dopo che la corte di giustizia europea aveva preso una netta posizione contro la sorveglianza segreta attuata dall'NSA e rivelata dai documenti di Snowden. Dopo due anni, gli stati europei hanno deciso di adottare delle misure simili ma, a differenza dell'NSA, scegliendo una sorveglianza pubblica e non più segreta.

Contattato telefonicamente, Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International, mi fa notare che "sebbene queste leggi sulla sorveglianza diventino pubbliche, quello che rimane invariato è il loro carattere arbitrario e massivo." Ribadisce, inoltre, che pur essendo leggi, in alcuni casi la loro applicazione resta poco limpida, "C'è il rischio che milioni di persone non sappiano di essere sorvegliate, non siano al corrente di quando la sorveglianza abbia avuto inizio, né come si sviluppi né se sia terminata."

"C'è il rischio che milioni di persone non sappiano di essere sorvegliate, non siano al corrente di quando la sorveglianza abbia avuto inizio, né come si sviluppi né se sia terminata."

Esempi di tali leggi si possono trovare in Germania e Francia, in quest'ultimo caso è ancora in vigore lo stato di emergenza, che dura quindi da più di un anno e che è stato esteso fino a dopo le elezioni presidenziali francesi di luglio, come indica il report. Ma ci sono altri stati europei che si sono adeguati, come nel caso del recente referendum svizzero con cui sono stati concessi ampi poteri ai servizi di intelligence nazionali che mettono in pericolo la privacy dei cittadini.

In Germania, dopo l'ampliamento dei poteri dei servizi segreti nell'ottobre 2015, ad ottobre 2016 è stata adottata una nuova legge che permette l'intercettazione, la raccolta, e l'analisi delle comunicazioni di cittadini non europei quando si trovano al di fuori della Germania. Questo tipo di intercettazioni, che può essere sia di massa che individuale, sono consentite nei casi in cui il punto dell'intercettazione si trovi all'interno del territorio nazionale.

Bisogna ricordare, però, che la Germania possiede un elevato numero di internet exchange points — infrastrutture fisiche che permettono lo scambio di traffico dati fra diversi fornitori di servizi internet — e quindi il rischio di attuare una sorveglianza indiscriminata e massiva è estremamente alto. Proprio per questo motivo, il più grande internet exchange point tedesco, Decix, con sede a Francoforte, aveva presentato ricorso contro il governo tedesco in quanto la sorveglianza messa in atto presentava molti tratti di incostituzionalità.

Anche l'Italia aveva adottato delle misure urgenti anti-terrorismo nel 2015, dalle quali fortunatamente erano state tenute fuori delle disposizioni per l'utilizzo dei captatori informatici che sarebbero state molto pericolose a causa della loro vaghezza — captatori informatici che sono stati oggetto di una recente proposta di legge da parte del gruppo Civici ed Innovatori.

L'Italia è assente nel report di Amnesty e, come mi conferma Fabio Pietrosanti, co-fondatore e presidente del Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights, allo stato attuale non possiamo parlare di sorveglianza di massa in Italia. Sono state introdotte le intercettazioni telematiche preventive che devono però rispettare le norme che erano già previste nelle attività preliminari di indagine. Logicamente, aggiunge Fabio, possono esserci casi di abuso, ma parlare di un vero e proprio sistema di sorveglianza di massa attuato dal governo italiano non è corretto.

Dello stesso parere anche Riccardo Noury, che aggiunge: "rispetto all'Italia ancora non ci sono misure organiche tali da far pensare a questo ossimoro che noi oramai riteniamo presente in Eeuropa, cioè l'emergenza permanente."

In Italia, il numero di siti web sorvegliati aumenta di mese in mese.

In Italia, però, è stata introdotta una lista nera dei siti web che inneggiano al terrorismo, in  questo modo è possibile censurarli ed impedire così l'accesso agli utenti. Allo stesso tempo vengono rimossi anche i contenuti postati online che rispecchiano idee di matrice terroristica, come possono essere ad esempio messaggi per arruolare foreign fighters.

Questo tipo di censura potrebbe rappresentare un rischio per la libertà di espressione: questo è infatti un altro punto analizzato nel report di Amnesty, dove si evidenziano casi in cui, per colpa di una definizione di "terrorismo" troppo ampia e poco chiara si corre il rischio di reprimere enormemente la libertà di parola. E' quanto successo, ad esempio, in Spagna, dove il rapper Cesar Strawberry è stato arrestato a maggio 2015 a causa di una serie di tweet, risalenti al 2013 e 2014, che erano stati giudicati dalle forze dell'ordine come messaggi di "glorificazione del terrorismo".

Un caso simile è avvenuto in Francia dove il comico Dieudonné M'bala M'bala è stato arrestato con l'accusa di apologia del terrorismo per un post su Facebook.

Per quanto riguarda la situazione italiana, conferma Fabio Pietrosanti, quello dei siti web censurati è un tema che può essere osservato in termini assoluti o relativi. "In termini assoluti, l'impatto sulla libertà di espressione è stato ridotto poiché ha riguardato l'attività di un numero esiguo di persone", afferma Fabio, "ed i casi di propaganda estremista sono stati pochi."

In termini relativi, però, "l'impatto sulla compressione delle libertà individuali è stato probabilmente molto elevato, infatti questo sistema di censura è stato istituzionalizzato in passato partendo con i casi di siti web di gioco d'azzardo, esteso poi ai siti che contengono materiale pedopornografia, fino ad includere ora il terrorismo", in questo modo si crea inevitabilmente un chilling effect — com'era già stato dimostrato in alcuni studi — sui cittadini che potrebbero finire con l'auto-censurarsi. "Questa eventualità è certamente più marcata in quegli Stati dove sono promulgate leggi di sorveglianza di massa più ampie ed invasive, come ad esempio in Germania o negli Stati Uniti d'America", chiarisce Pietrosanti, ma non dovremmo escludere degli effetti minimi anche in Italia.

Il futuro legislativo italiano, al momento, non sembra minacciato da leggi di sorveglianza di massa concrete, pur essendoci state, in passato, alcune discussioni riguardo l'utilizzo della videosorveglianza, un parere espresso a fine 2015 dall'allora primo ministro Matteo Renzi, e ribadito anche da Angelino Alfano, secondo cui la soluzione migliore per combattere il terrorismo sarebbe l'utilizzo massiccio del riconoscimento facciale. Quello della videosorveglianza è un tema vicino anche al Movimento 5 Stelle, infatti Chiara Appendino, attuale sindaca di Torino, lo aveva incluso persino nel suo programma di governo. Al momento, però, pare che queste idee non abbiano avuto seguito e ci sono comunque già dei progetti che cercano di mappare la presenza di telecamere di sorveglianza sul territorio italiano.

Fabio Pietrosanti, però, indica anche un'altra pericolosità dell'infrastruttura tecnologica messa in atto per censurare i siti jihadisti: in una situazione geopolitica instabile c'è il rischio che tali procedure e strumenti possano essere utilizzati per scopi completamente differenti semplicemente cambiando la richiesta del sito che si vuole bloccare.

Dobbiamo quindi valutare con attenzione le scelte dei governi europei, infatti, come delinea il report di Amnesty, il futuro dell'Europa è funesto poiché il livello di soglia per far scattare misure di emergenza si è abbassato enormemente, ed inoltre sempre più stati democratici introducono leggi che, come ribadisce Riccardo Noury, "non tengono in considerazione principi di proporzionalità, leggi che presentano un carattere indiscriminato, ed i cui risultati ci confermano ciò che Amnesty dice da sempre: la sicurezza non la ottieni togliendo i diritti ma la ottieni in un contesto nel quale rispetti i diritti di tutti."