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L'intervista di Di Battista a Die Welt è il miglior spot anti-M5S

La campagna elettorale è già praticamente cominciata—anche se in realtà non è mai sostanzialmente finita—e i potenziali candidati si stanno già seriamente impegnando per convincerci a votare. Dalla parte che non è la loro.

di Vincenzo Marino
09 dicembre 2016, 12:07pm

Foto di


Federico Tribbioli.

Nel caso in cui non vi foste accorti del fatto che Enrico Mentana è in onda da cinque giorni, da domenica scorsa si sta consumando l'ennesima crisi politica e di governo della Repubblica Italiana.

È quel momento in cui la miglior fauna politica torna in campo, cominci di nuovo a seguire tutti i programmi di approfondimento in tv, e personaggi come Casini e Schifani tornano ad avere temporaneamente una rilevanza nazionale.

A differenza delle altre volte, però, durante le quali una soluzione 'si trovava sempre'—anche in modo piuttosto fantasioso, come confermare il presidente della Repubblica per un altro mandato—questa volta la cosa sembra essere molto più intricata, e per una serie di fattori che vanno dall'esito clamoroso del referendum di domenica al fatto che si stavano immaginando futuri politico-istituzionali con una legge elettorale che non avrebbe più compreso il Senato—che alla fine, sorpresa, non cambierà di una virgola.

Da ieri il presidente Mattarella ha dato il via alle consultazioni, per cercare di capire come portare avanti la legislatura fino all'inevitabile ritorno alle urne—che ad oggi dovrebbe cadere quantomeno nel primo semestre del 2017. L'intenzione di Renzi, confermata durante la direzione nazionale del PD, è chiedere un governo "di tutti" o andare subito al voto. Unico problema: è più facile guardare una stagione intera de I Medici senza invecchiare di 46 anni piuttosto che ottenere almeno una delle due cose.

Tuttavia, al momento le uniche quasi-certezze sono due.

La prima è che a un certo punto, da qui al 2018, incredibilmente, dovremo andare a votare. Allo stato attuale saremmo invitati a scegliere fra Renzi (che sembra abbia tutte le intenzioni di restare segretario del PD), il MoVimento 5 Stelle, un polo di destra (a trazione leghista o berlusconiana: non si sa) e forse qualcosa a sinistra del PD (Pisapia? Sinistra Italiana? Civati? Bernie Sanders?)

La seconda è che la campagna elettorale è già praticamente cominciata—anche se in realtà non è mai sostanzialmente finita—e i potenziali candidati si stanno già seriamente impegnando per convincerci a votare. Dalla parte che non è la loro.

Questa settimana è stato il turno di Alessandro Di Battista.

In un'intervista a Die Welt riportata ieri da Repubblica, la "popstar del MoVimento"—come viene definito—è chiamata a disegnare i punti che dovrebbero animare un ideale (e neppure tanto inverosimile) futuro governo dei Cinque Stelle.

Già dalle prime battute si intravede quale sia il focus dell'intervista: la negazione. Di Battista, infatti, non fa che negare qualsiasi cosa gli venga domandata: non esistono correnti, non abbiamo preso soldi da Putin, non siamo un MoVimento di protesta, non abbiamo fatto una campagna di protesta, non siamo antipolitici, non vogliamo discutere con i partiti per una nuova legge elettorale—insomma una lunghissima serie di frasi in cui il M5S non fa cose, a differenza degli altri che fanno solo danni.

La parte più interessante arriva a metà intervista: gli viene chiesto quali strategia abbia per la crescita, dice "Green Economy", ma la vaghezza della risposta porta l'intervistatore a incalzarlo.

"Mi riferivo ai settori economici," chiede la giornalista di Die Welt. "Puntiamo sull'enogastronomia, una nostra eccellenza, il nostro petrolio," risponde Di Battista con il suo solito tono immaginifico. Ma come dovremmo puntare su questo settore? Con la "qualità, nelle start up, nelle piccole e medie imprese." Concretamente, vuol dire nulla. Ma non importa, perché intanto sono state pronunciate le parole chiave: "startup" e "piccole e media imprese," cioè le attività produttive che il M5S punta a suggestionare.

A un certo punto, però, le domande virano più sul "politico-politico", mirando a stanare l'ambiguità 'ideologica' del MoVimento. Tant'è che alle accuse di far parte dello stesso Eurogruppo di Farage, Di Battista risponde che "se non si aderisce a un gruppo non si ha accesso agli atti"—che è come richiedere un porto d'armi per scendere a fare colazione al bar. Poi, sull'Euro, chiede che "siano gli italiani a decidere sulla moneta"—in pratica lanciando un referendum sull'Euro che avrà sicuramente conseguenze piuttosto gestibili.

L'apice, a mio avviso, tuttavia si tocca sulle politiche migratorie. "Bisogna trovare soluzione ai grandi focolai di crisi internazionali, senza ricorrere alle bombe. I profughi con diritto di asilo devono essere accolti in Europa e distribuiti uniformemente in tutti i paesi membri. Chi è privo di diritto d'asilo in questo momento storico deve essere espulso. Il termine espulsione non deve essere ricondotto alla destra, alla sinistra, o alla xenofobia".

Non è difficile immaginare perché Di Battista, e più in generale il MoVimento, a settimane alterne si esprimano con dichiarazioni alla stregua di un consigliere provinciale della Lega Nord di Belluno.

Stando a un sondaggio realizzato per Repubblica da Demos, lo scorso settembre il 48 percento degli italiani si dichiarerebbe favorevole al ripristino dei controlli di Schengen—un'esigenza animata dal timore verso gli immigrati (almeno per il 63 percento dei casi).

D'altro canto, qualche mese fa, era stato lo stesso Grillo a elaborare una sua definizione in fatto di migranti. "Da un po' di tempo," scriveva sul suo blog, "chiunque entri in Italia con un barcone è un definito 'migrante' [sic], ma le parole giuste sono solo due: 'rifugiato politico' (circa un decimo di chi sbarca sulle nostre coste) o 'clandestino'. Migrante non vuol dire nulla [...], è un eufemismo [che] serve ad aumentare i voti ai 'buonisti' di sinistra con il culo degli altri e ai razzisti che alimentano la paura del 'diverso'."

Insomma, come dimostra l'intervista, Di Battista cerca di occupare tutti i terreni, tutte le posizioni politiche che coprono l'arco parlamentare, oscillando continuamente tra posizioni salviniane sull'immigrazione, vagamente liberiste sull'economia, e di "sinistra" quando evoca il "petrolio" sostenibile dell'enogastromonia e della Green economy.

Il tutto, ovviamente, è fatto senza che la mancanza di coerenza provochi il minimo imbarazzo, o senza capire che interviste come quella di ieri—per quella parte di popolazione che non ha problemi a votare con matite copiative—sono un gigantesco cartellone pubblicitario con su scritto Grasso 2080 a caratteri fosforescenti.

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