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L’estate in cui la Germania si è trovata a convivere con la rabbia e il terrore

La Germania è stata finora tra i paesi più ospitali, coi rifugiati. Ma dopo gli attacchi delle scorse settimane, le cose stanno cambiando rapidamente per strada e fra i giudizi dei cittadini.

di Meredith Hoffman
02 agosto 2016, 7:30am

Centinaia di persone durante una manifestazione a Berlino, il 30 luglio scorso. Sullo striscione, la scritta “Berlino! Meglio senza nazisti” [foto di Joerg Carstensen/EPA]

Due settimane fa Inga Rauber ha preso un treno per Wurzburg con le sue amiche, attraversando boschi bellissimi e la suggestiva campagna bavarese — una delle regioni più ricche della più grande economia europea.

Pochi giorni dopo, la 64enne - attraversando la stessa linea al contrario, sulla via del ritorno - rimase scioccata scoprendo che su quella identica tratta, a una manciata di giorni di distanza dalla sua partenza, un profugo afgano aveva preso a colpi d'ascia dei passeggeri.

Si trattava di uno dei quattro gravi attacchi avvenuti in Germania in pochi giorni, e che hanno causato la morte di 10 persone — tre di queste per mano di uomini che erano entrati nel paese come richiedenti asilo. Due di questi avevano dichiarato di essere membri dello Stato Islamico.

"Sapevo che non poteva trattarsi di uno di noi," dice adesso Rauber, che vive a Lahnau — una cittadina di 8mila abitanti nella Germania centrale.

L'attacco ha scatenato il panico nei confronti del flusso di migranti che di recente ha fatto ingresso nel paese, riflettendo il disagio di una nazione che fino ad oggi - fra quelle dell'Unione Europea - era stata tra le più aperte nei confronti dei rifugiati.

Come più della metà dei cittadini tedeschi, Rauber è adesso contraria alla decisione del cancelliere Angela Merkel di accogliere più di un milione di rifugiati nell'ultimo anno, il numero più alto d'Europa.

"Non c'è modo di trovare un linguaggio politico o un'analisi abbastanza chiara per spiegare alla gente cosa sta succedendo"

"All'inizio, ovviamente, pensavo dovessimo aiutarli," spiega Rauber, "ma poi hanno cominciato a entrare nel paese senza controllo: nessuno sa quanti di loro abbiano un passato pericoloso. Questo flusso incontrollato fa paura."

La popolazione di Lahnau, continua, è seriamente preoccupata. "All'inizio c'era una cultura dell'accoglienza, ma adesso tanta gente.. ha semplicemente paura. Quando vai dal panettiere, senti le donne dire frasi tipo 'devono andarsene, devono andarsene'..."

Secondo un sondaggio pubblicato mercoledì scorso dalla società per ricerche di mercato Emnid, il 39 per cento dei tedeschi si sentirebbe meno al sicuro da quando ci sono stati gli ultimi attacchi, e il 57 per cento ritiene che le politiche per i rifugiati della Merkel abbiano fallito.

Per placare i timori, lo scorso giovedì la cancelliera Merkel ha tenuto un discorso pacato ma fermo, nel quale ha difeso la sua politica ma anche sottolineato le misure precauzionali che il governo prenderà in un piano sviluppato in nove punti. La Germania - ha riferito - preparerà le forze di polizia e militari con speciali addestramenti anti-terrorismo, ulteriori poliziotti verranno inviati per le strade, si avvieranno indagini ai primi segni di radicalizzazione di un individuo, e verranno introdotti procedimenti di espulsione più veloce per coloro ai quali verrà negata la richiesta d'asilo.

"Oggi, come in passato, sono convinta che ce la possiamo fare – possiamo essere all'altezza di questo compito storico, una prova straordinaria nell'era della globalizzazione," ha proseguito la Merkel. "Questo ci pone davanti a una grande prova. Una prova sul nostro modo di vivere, sulla nostra idea di libertà e democrazia."

"Il suo più grande obiettivo è quello di infondere fiducia alle persone," spiega Astrid Ziebarth, esperto di politiche di migrazione per il German Marshall Fund degli Stati Uniti.

Il discorso della Merkel e la reazione del pubblico si sono concentrati sulla sua 'politica delle porte aperte' per i rifugiati siriani, avviata lo scorso autunno in risposta al flusso di profughi disperati assiepati ai confini del paese. Non esisterebbe però un legame tra questa politica e gli attacchi, ha spiegato Ziebarth: in ogni caso, pochissimi profughi starebbero attualmente entrando nel paese, in ragione di un accordo tra l'Unione Europea e la Turchia per limitare il flusso migratorio.

"Pensiamo ai quattro casi delle scorse settimane: nessuna di queste persone è entrata nel paese con la politica delle porte aperte: sono arrivati prima," ha precisato Ziebarth. "Il ragazzino che ha ucciso nove persone a Monaco di Baviera è nato in Germania; gli autori dell'attacco a Ansbach, Würzburg, e Reutlingen erano tutti entrati nel paese prima dello scorso autunno."

Tuttavia, gli attacchi hanno creato incertezza e alimentato pregiudizi sui rifugiati, un sentimento che sta 'aiutando' l'ascesa nei sondaggi di AFD, Alternativa per la Germania, partito d'estrazione xenofoba — se non neonazista.

Leggi anche: Quanti e quali degli ultimi attentati sono realmente collegati al terrorismo islamico?

"Non c'è modo di trovare un linguaggio politico o un'analisi abbastanza chiara per spiegare alla gente cosa sta succedendo," dice Mario Munster, un consulente di campagna politica di Berlino che ha lavorato di recente con i socialdemocratici. "Un anno dopo, la situazione è cambiata: dall'estate del benvenuto siamo passati all'estate della paura e della rabbia."

La società tedesca è profondamente divisa sulla questione dei rifugiati, in assenza di un piano nazionale per la loro integrazione. Fornire un alloggio, un'istruzione e un lavoro è in gran parte compito alle autorità locali, ma "se parli con i sindaci nelle loro città," dice Munster, ti accorgi che "non vi è alcun piano per trovare soluzioni a lungo termine, se non tenerli nei centri."

Anche all'interno delle famiglie - comprese quella di Raubers - le posizioni sono le più diverse.

"Sostenevo il piano della Merkel e non ho cambiato idea," dice il marito di Inga, Hans, un poliziotto in pensione, aggiungendo di non sentirsi particolarmente in ansia dopo i recenti attacchi. "Penso che un attacco sia in qualche modo 'prevedibile', è una reazione 'naturale' all'esclusione," spiega, riferendosi agli inadeguati livelli di integrazione nella società tedesca. Così se sua figlia Mona è così interessata all'argomento da dedicargli la sua tesi di laurea all'Università di Berlino, all'estremo opposto una parte di tedeschi ha usato il flusso di rifugiati come una scusa per esprimere pregiudizi contro tutte le persone nate in Medio Oriente.

"Quando incontro una persona per la prima volta, cerco di non dire che sono un rifugiato in modo che non si sentano a disagio"

"Ce ne sono troppi, e non possiamo più finanziarli," dice Katrin, che gestisce un ufficio immobiliare a Berlino Est e ha parlato a condizione che il suo cognome non fosse pubblicato. "Abbiamo pubblicato domande di lavoro e ci hanno mandato solo turchi, arabi. Ma quelli non sono venuti qui per lavorare: se ne andavano dopo due ore perché per loro il lavoro era troppo difficile, o troppo sporco."

"In tanti sono spaventati," ha detto uno dei suoi colleghi tedeschi, "perché è davvero troppo."

Mentre i rifugiati devono fare i conti con questa realtà, alcuni sono diventati riluttanti nel condividere le loro identità agli estranei.

"Quando incontro una persona per la prima volta, cerco di non dire che sono un rifugiato in modo che non si sentano a disagio, perché se lo dico all'inizio potrebbero avere paura," racconta Zain Hazzouri, 22 anni, siriano arrivato a Berlino dopo esser scappato da Aleppo 10 mesi fa. "Gli [aggressori] hanno fatto quello che hanno fatto non perché sono profughi, ma perché sono psicopatici."

Rifugiati, alcuni dei quali dalla Siria, protestano con cartelli che recitano frasi come 'Non nel mio nome'. Würzburg, Germania, 20 luglio 2016 [Foto di Karl-Josef Hildenbrand/EPA].

Eppure Hazzouri potrebbe essere considerato un esempio ideale di integrazione. Segue ogni giorno lezioni intensive di lingua tedesca finanziate dal governo federale, si appresta a studiare informatica all'università di Berlino, e ha stretto amicizia con un gruppo di tedeschi.

"Mi sento veramente bene qui, perché Berlino è multiculturale e ospita un sacco di nazionalità," spiega. "Non mi sento a casa, ma neanche come un estraneo."

Mohammad Al-Asri, arrivato anche lui da poco dalla Siria a Berlino dove sta studiando tedesco, è preoccupato che i recenti incidenti danneggino quelli come lui in tutto il paese.

"Sono venuti qui e hanno ottenuto tutto quello di cui avevano bisogno. Come hanno potuto fare questo?" dice Al-Asri, 22 anni, parlando degli attentatori. "Nessun paese è come la Germania: da nessun'altra parte trovi così tante possibilità per iniziare una nuova vita."

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