Tutte le foto per gentile concessione di Pedro Gonzàlez-Rubio

Da Roma a un atollo messicano: 'Alamar' racconta il rapporto tra padre e figlio attraverso la natura

Dopo quasi nove anni dalla sua uscita, il film è finalmente arrivato in Italia. Ne abbiamo parlato col regista, Pedro González-Rubio.

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mag 26 2017, 9:20am

Tutte le foto per gentile concessione di Pedro Gonzàlez-Rubio

Credo che il mio rapporto con la natura sia quello di qualsiasi giovane cresciuto vicino a essa ma con tutti gli agi a disposizione per poterci non avere mai veramente a che fare, e che alla fine è pure scappato in città: dopo un certo numero di mesi senza ne sento seriamente la mancanza, ma fatico a mantenere l'autocontrollo di fronte a un qualsiasi insetto e quando torno a casa ci metto un po' ad addormentarmi con il buio completo e le cicale .

Detto ciò, nel passare in pochi minuti dallo smog di Milano alla barriera corallina messicana c'è la sensazione che certe storie, certi ritmi e certi rapporti siano possibili esclusivamente a contatto con la natura, e che ci sia un mondo molto più autentico che ci si perde lontani da questa.

Il passaggio di cui sopra è avvenuto tramite Alamar, un film che racconta il rapporto tra padre e figlio sullo sfondo del Banco Chuncorro, atollo corallino messicano che è anche il più esteso del mar dei Caraibi. Là Natan, che abita a Roma con la madre, viene mandato a passare i mesi estivi in compagnia del padre, Jorge. Il film mostra padre e figlio nella loro quotidianità: tutti i giorni pescano con il nonno Matraca usando le antiche tecniche dei pescatori locali, Natan impara dal padre ad addestrare un uccello, a nuotare senza spaventarsi alla vista del fondale, a riconoscere le piante e ad essere a suo agio con Jorge e con la natura che lo circonda.

Dopo quasi nove anni dalla sua uscita e dopo esser stato proiettato a inizio mese al cinema Beltrade di Milano, grazie allo sforzo di tre realtà indipendenti Alamar è arrivato da ieri nelle sale italiane. Ho contattato Pedro González-Rubio, regista del film, e ho parlato con lui della contrapposizione tra natura e città, della difficile convivenza tra realtà diverse e del rapporto tra padre e figlio.

VICE: Da dove nasce l'idea di questo film e come poi si è evoluta?
Pedro González-Rubio: Il punto da cui questo film parte è Jorge [ padre di Natan e uno dei protagonisti]. L'ho conosciuto a Playa del Carmen, in cui ho vissuto per molti anni, mentre stavo facendo dei video a tema ecologico. Siamo diventati amici e fin da subito mi è stato chiaro che aveva una personalità che in qualche modo avrei dovuto raccontare—ancora non sapevo come di preciso, ma doveva essere qualcosa legato al mare. Qualche tempo dopo sono stato a Banco Chinchorro e ho percepito immediatamente che si trattava di un luogo magico. A quel punto avevo il luogo e uno dei protagonisti.

Poco dopo ho conosciuto anche Natan [ figlio di Jorge, nella realtà e in Alamar] e ho capito che era perfetto. La storia cominciava a prender forma. Ho parlato con la madre, Roberta, che si è detta subito d'accordo. A quel punto ho cominciato a filmarlo con una telecamera, all'asilo e nella vita quotidiana, per far sì che ci si abituasse—non che ci fosse bisogno in realtà, fin dall'inizio era completamente a suo agio. Da qui è nato il film.

Si tratta di un film particolare perché, anche se sai che non lo è, guardandolo non puoi fare a meno di confonderlo con un documentario. Del resto, presenta diversi aspetti documentaristici.
Esatto, non è un documentario, ma non c'è neanche nulla di recitato. Le cose si sono svolte così: in testa avevo un'idea, che era quella di raccontare il rapporto tra padre e figlio, e alcune scene tramite cui svilupparla. Mi riferisco soprattutto alle scene in cui Jorge e Natan si dedicano ad attività pratiche: dipingono casa, puliscono la barca, pescano.

Detto ciò, non c'era nessun copione. I protagonisti venivano proiettati in un certo luogo per realizzare una determinata scena, e lì non recitavano, erano semplicemente loro stessi. Senza prove o scene che venivano rigirate.

alamar film

Dietro le quinte del film, Jorge mentre pesca.

Quello tra Jorge e Natan è un rapporto che racconti soprattutto tramite le immagini e la simbologia. Ci sono pochissimi dialoghi, e tutto il contesto viene dato esclusivamente all'inizio. Si tratta di una scelta dettata da ragioni specifiche?
È una critica che talvolta mi è stata rivolta, quella di voler raccontare il rapporto tra padre e figlio senza però dare i mezzi per capire bene quel rapporto. Tuttavia, credo che non sussista: è stata una scelta arbitraria e che rivendico. Tutto quello che c'è da sapere di Natan e dei genitori viene detto nei primi cinque minuti, nel dialogo iniziale. Jorge e Roberta sono stati insieme, si sono amati, hanno avuto Natan, il loro rapporto non è durato ma ha dato loro Natan, che amano. Natan vive con la madre a Roma e adesso si appresta a passare l'estate con il padre. Credo che questi siano tutti gli elementi necessari allo spettatore per guardare il film, non serve altro.

Non a caso, la parte iniziale è quella meno improvvisata. Finito di girare il film mi sono accorto che mancava un'introduzione forte, che creasse la premessa al resto del film. Così ho passato un pomeriggio con Roberta e Jorge e ho chiesto loro di farmi vedere alcune foto di famiglia. Nel mentre, facevo loro domande sulla loro storia d'amore, sul come era finita, su Natan. Una specie di sessione di terapia. Ho registrato le risposte e da lì deriva il voiceover di introduzione.

Tra le varie cose che Roberta dice all'inizio, c'è una frase rivolta a Jorge: "io non sarei mai felice nella tua realtà e tu non saresti mai felice nella mia." Nella tua esperienza, in quel posto si tratta di un'affermazione particolarmente vera?
Di sicuro in due realtà così opposte questa frase assume un significato ancora più concreto, ma personalmente io l'ho interpretata in modo molto più ampio. Anche persone che vengono dalla stessa città ogni tanto sono infelici insieme se le loro due realtà sono molto diverse. Sono convinto che se Romeo e Giulietta non avessero fatto la fine che hanno fatto si sarebbero lasciati [ride].

Quindi più che il luogo penso sia una questione di quanto due modi di vivere riescono a incastrarsi, e molto raramente è facile. È per questo che la vita di coppia è così difficile. Sul tema, però, mi piace pensare che a giovare di questi due contrasti sarà Natan: lui può prendere gli aspetti migliori dei due estremi e farli suoi.

Parliamo del ruolo fondamentale che ha la natura in questa storia: è tramite questa che il rapporto tra Jorge e Natan si evolve, ma la natura è al tempo stesso protagonista.
Certo, la natura è presente in diverse forme. Infatti, in molti casi rappresenta un simbolo di ciò che Jorge vuole insegnare a Natan: tramite i coccodrilli Natan impara a esser cauto, l'oceano gli insegna la pazienza, l'uccello la libertà e al tempo stesso ad accettare le delusioni.

Ma la natura è anche un personaggio, vivo, che scandisce i loro ritmi e le loro giornate. I personaggi non sono che parte della natura, una parte piccolissima di essa, alle cui leggi si devono adattare. Dopotutto, quello che io stesso provo quando mi trovo in luoghi come questi è quanto siano piccoli e insignificanti, quanto i miei problemi urbani in quel contesto diventano assolutamente nulla.

alamar jorge e natan abbraccio

Jorge e Natan.

Si tratta di un film fatto con bassissimo budget e una crew limitatissima. Che ruolo credi abbiano giocato questi fattori nel risultato?
Ho usato solo una camera, dietro la quale stavo io stesso, e poi un'altra per le riprese subacquee. Quindi sì, praticamente non c'era nessuna crew, eravamo solo noi. Credo sia stato fondamentale e che Alamar non avrebbe potuto essere fatto altrimenti.

In alcuni modi, questa domanda mi fa pensare a Fuocoammare: con una crew più numerosa, sono convinto che Rosi [il regista] non sarebbe riuscito a creare lo stesso rapporto di empatia con il bambino, non avrebbe avuto accesso alle stesse situazioni. Per me, in un certo senso, è stato lo stesso. C'era un'atmosfera molto intima e non avevamo alcuna pressione esterna. Non dovevo pensare a occupare il tempo in modo efficace, non dovevo pensare a gestire la crew e a girare in un certo periodo: eravamo noi ad adattarci ai ritmi della natura, e non il contrario.

Venendo alla scena finale, in cui dall'isola Natan si ritrova a Roma, il contrasto tra le due realtà è molto forte. Volevi mandare un messaggio in particolare con quella scena, o secondo te si presta a diverse interpretazioni?
Non credo assolutamente nel contrasto bene-male, vita bella in mezzo alla natura e vita brutta in città—anche perché se avessi voluto manifestare questo avrei scelto un'altra zona di Roma, magari in mezzo al traffico. Credo che il senso sta invece in un graffito che casualmente si trovava sul muretto su cui abbiamo girato quella scena e che recita Amore mio tu sei il mio presente. A contare è il presente, e non ha senso paragonarlo ad altri momenti. Non divido le due realtà in modo netto e non penso che abbiano intrinsecamente un valore negativo o positivo.

A cosa stai lavorando e quali progetti hai per il futuro?
Attualmente sto portando in giro il mio ultimo film, Antigone. Sto dedicando a questo il cento percento e l'accoglienza che per ora gli viene riservata è positiva. Dopodiché vedremo!

Alamar è nelle sale italiane dal 25 maggio. Per sapere di più sulle proiezioni, vai sulla pagina Facebook di Alamar e del Cinema Beltrade.

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