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'Abbiamo veramente poco da perdere': com'è essere un giovane medico in Italia

Ce lo siamo fatti raccontare da Lucrezia, medico e fondatrice del movimento Giovani Medici Anti Sfruttamento.

di Lucrezia Trozzi; come raccontato a Flavia Guidi
27 novembre 2017, 6:40am

Foto via Unsplash

Se dite a una persona esterna a questo mondo che studiate medicina, probabilmente vi risponderà che è sì una facoltà molto dura, ma che avrete le vostre ricompense, sociali ed economiche. Se a una cena vi presentate come un giovane medico, vi si crederà immediatamente rispettati e benestanti, immuni dai problemi di precariato e disoccupazione che affliggono il resto dei giovani—che tanto “di medici e becchini ce ne sarà sempre bisogno."

Bene, sono un giovane medico. Nello specifico, sono una ragazza di 25 anni, agli inizi della sua carriera. Mi sono laureata con lode l’anno scorso, con un anno di anticipo rispetto alla maggior parte dei miei colleghi, e ho fatto diversi corsi di formazione nel campo della medicina d’emergenza. Posso praticare in ambulanze, auto-mediche, nelle cliniche e in pronto soccorso.

Eppure ultimamente invece che salvare vite umane o anche solo rassicurare pazienti, sono stata soprattutto a casa a dare ripetizioni di latino. O davanti a social, registratori e telecamere a raccontare quanto la visione del medico condivisa socialmente sia lontana dalla realtà. Più nello specifico, a cercare di far passare il messaggio di quanto sfruttati, precari e denigrati sono i giovani medici in Italia.

Ma andiamo con ordine. Come molte persone che conosco, mi sono iscritta a medicina a 18 anni, spinta dall’ideale di "dedicare la mia vita a salvare le vite degli altri." So che può sembrare incredibilmente retorica come affermazione ma, a giudicare dagli anni che ho passato in questo mondo, posso dire che è questa la motivazione principale dietro ogni bravo medico o aspirante tale—che ne sia cosciente o meno.

Tra gli studenti di medicina nessuno si illude più che sia un percorso semplice, la percezione che tra il laurearsi in medicina e l’avere un lavoro dignitoso come medico il passo sia enorme è ben salda. Solo che finché hai l’obiettivo della laurea tendi a non pensarci, o a credere che per te sarà diverso.

Ti rendi conto che non lo è solo quando quel titolo finalmente arriva, e ti si presentano davanti diverse opzioni: sostituire medici di medicina generale quando vanno in ferie, fare turni da guardia medica (in cui le condizioni di lavoro sono spesso disagevoli o persino pericolose), presidiare eventi sportivi o manifestazioni, o coprire guardie nelle cliniche private o residenze sanitarie assistite (RSA). Questo in attesa di cimentarsi con l’esame di specializzazione, che è fatto per essere passato solo da una minoranza di studenti e senza il quale tuttavia non ci si può, come ovvio linguisticamente, specializzare in una qualche branca medica.

Personalmente, grazie a una famiglia che se lo poteva permettere, la mia scelta è stata quella di investire circa duemila euro per corsi di formazione in area critica. Sono corsi duri e costosi, al fine dei quali, naturalmente, bisogna sostenere un esame. Mi sono formata nel supporto di base, nel supporto avanzato cardiologico e nell’assistenza al trauma pre-ospedaliero. E a quel punto ho cominciato a lavorare su auto mediche e ambulanze.

Per trovare uno di questi lavori devi essere inserito in un network, che può essere su un social o tramite rete di messaggi privati. Oppure puoi contare sul passaparola. Come ho presto scoperto, sono lavori saltuari, che non hanno possibilità di evolversi in nulla di fisso. Per i turni abbiamo un preavviso di 24 ore, e spesso mi è stato chiesto di lavorare per 24 ore di fila—cosa che non ho mai accettato di fare, in quanto mi ritengo una professionista e credo si debba essere lucidi sul posto di lavoro, specialmente quando fai il medico. Si lavora anche nei giorni festivi, ma lo stipendio non varia rispetto ai feriali. La paga è di 16 euro lordi all’ora (almeno a Roma), e i turni medi sono di 12 ore.

Di primo acchito può anche non sembrare una cifra bassissima, ma bisogna considerare una serie di fattori, oltre alle spese fisse che un medico deve sostenere. Spero sia superfluo dire che è un lavoro stressante a livello psicologico e che comporta una responsabilità enorme. Anche attenendosi esclusivamente alla mole di lavoro, in un turno di 12 ore posso arrivare a fare 17-18 interventi, e ogni intervento prende una media di 40 minuti. Non mi fermo mai.

Nel video: Lucrezia ospite a Tagadà

Comunque, dopo mesi a barcamenarmi tra automediche e ambulanze, sempre con l'ansia di non sapere se avrei avuto una chiamata per lavoro il giorno dopo, c’è stato un episodio che di recente mi ha fatto capire che non potevo più accettare questa situazione in silenzio.

Qualche settimana fa mi sono vista offrire un lavoro per una gara equestre, un contesto in cui la presenza di un medico diventa particolarmente rilevante. Ho accettato di lavorare dalle 8:00 di mattina alle 14:00, sei ore, per un compenso di 120 euro lordi—quindi 20 euro all’ora, in cui avrei dovuto far rientrare anche le spese della trasferta, visto che la gara era fuori Roma. Dopo che avevo accettato, mi hanno chiamata dicendomi che l’orario era cambiato e che avrei dovuto lavorare tre ore e mezza in più. Per la stessa cifra. Ho detto che per 12 euro e 50 all’ora non potevo accettare.

Ho passato un pomeriggio in casa a riflettere. Il primo sentimento è stato il senso di colpa: avevo rinunciato a quei 120 euro, che mi servivano, per presa di posizione. Passata questa prima fase è stato il senso di solitudine a prendere il sopravvento. Ho deciso di creare un gruppo Facebook, Giovani Medici Anti Sfruttamento, in cui raccontavo la mia storia e raccoglievo testimonianze di altri giovani medici che si erano trovati in situazioni del genere. Si tratta di un problema del tutto ignorato dall’opinione pubblica, e pensavo che diffondere le nostre storie potesse essere importante, e che in molti avessero voglia di ascoltarle.

I fatti dei giorni successivi mi hanno dato ragione. Sempre più giovani medici hanno cominciato a condividere le loro esperienze, mentre è aumentato il supporto di laureandi e abilitandi. In venti giorni il gruppo ha raggiunto quasi 4.000 iscritti, e la notizia è arrivata ai media. Sono stata intervistata, tra gli altri, da L’Aria che tira e Tagadà, e l’iniziativa è stata ripresa da Repubblica, il Corriere e molti altri quotidiani.

Le storie che vengono raccontate sul gruppo sono delle più svariate. Se quelle che fanno più notizia sono le storie sensazionalistiche—giovani medici pagati a birre, pizze o lezioni di sci—ce ne sono molte altre. A un medico in Campania è stato offerto di lavorare in un circolo ciclistico per un compenso di 3 euro e 50 all’ora, e il suo non è un caso isolato. Ci sono storie di guardie pagate 130 euro lordi per turni domenicali di 24 ore. C’è la testimonianza di un ragazzo a cui è stato offerto di fare il direttore sanitario per una onlus che coordina ambulanze per 200 euro al mese.

Ovviamente siamo ben coscienti del fatto che condividere le nostre storie e ricevere l’attenzione mediatica non basti per cambiare le cose. Servono azioni reali, che devono arrivare in primo luogo dalla politica. Anche se al momento proprio dalla politica, così come dall’ambiente sanitario, non abbiamo ricevuto nessuna risposta.

Le soluzioni reali che chiediamo sono principalmente due. La prima è la re-introduzione dei tariffari minimi—tolti con il decreto Bersani del 2006 volto a favorire la libera concorrenza. La seconda è quella di introdurre una re-equiparazione tra laureati e borse di specializzazione. In pratica, ogni anno si parla di 10.000 nuovi laureati, a fronte di 6.600 borse per la formazione post lauream specialistica e meno di mille borse per il corso da medico di Medicina Generale. Tutti quelli che non entrano rimangono incastrati nel precariato descritto finora, fenomeno che si potrebbe ridurre in due modi: diminuendo le immatricolazioni o aumentando il numero delle borse.

Ma se queste son cose per cui possiamo individuare delle soluzioni, per quanto complesse, ci sono altri problemi ben più strutturali e meno visibili. Se per esempio la laurea in medicina è accessibile a quasi tutti, i costi che la formazione successiva richiede stanno facendo del medico un mestiere che solo chi ha una famiglia benestante alle spalle può permettersi di fare. La lista potrebbe proseguire all'infinito.

Si tratta di una lotta difficilissima, ma siamo in tanti, e abbiamo veramente poco da perdere. Ma, nel caso non si fosse capito finora e tutto questo suonasse solo come un infinito lamento, vorrei concludere dicendo che amo il mio lavoro, e che tornando indietro farei esattamente lo stesso. O almeno ci proverei.

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