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Confessioni di un eroinomane alla terza esperienza in una comunità di recupero italiana

Com'è la tua vita in una comunità di recupero, e come affronti ogni singolo giorno quando ti ci ritrovi.

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lug 21 2017, 8:57am

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M. ha 32 anni, ed è un tossicodipendente alla sua terza esperienza in una comunità di recupero. L'ho incontrato in una struttura del centro Italia, e questo è ciò che mi ha raccontato.

Avete presente quei film americani in cui si vedono delle sale con poster scoloriti alle pareti e un gruppo di persone sedute in cerchio, che si presentano a turno con facce piene di rassegnazione o disgusto? "Ciao mi chiamo Paul, e sono dipendente dall'eroina."

Tutto sommato, l'impatto con una comunità di recupero in Italia è lo stesso—la prima cosa che devi affrontare è la vergogna e il rifiuto di trovarti in mezzo a una porzione alquanto sgradita della società. Di essere la feccia di quella società. Magari non ci sono frasi cerimoniose, o riti di incoraggiamento prestabiliti, ma il confronto con questa realtà è impossibile da eliminare. Stai per entrare in un luogo ovattato e chiuso, circondato 24 ore su 24 da persone che, come te, sono finite nella merda. Più o meno in profondità magari, ma poco importa.

Personalmente sono alla mia terza esperienza in comunità, e arrivato a questo punto ho capito bene quanto questo impatto sia importante: quanto rendersi conto della propria situazione reale sia il concetto più abusato della terapia—il più banale— e anche il meno compreso. Quando mi è stato chiesto di spiegare come cambia la tua vita una volta entrato in comunità, quindi, ho deciso di partire da qui.

Perché la verità è che la tua vita può anche non cambiare di una virgola, se bypassi questa fase: ho visto un sacco di persone, me compreso, che per tutta la durata del soggiorno—a volte anche molto lungo—si sono limitate a vivacchiare serbando dentro la convinzione, o la speranza, di essere gli unici a non incastrarci niente lì dentro. Tossicodipendenti con una sorta di salvacondotto. Tutti gli altri sono rifiuti merdosi, perdenti, ladri, puttane, madri snaturate, rincoglioniti di provincia. Tu no. Sei speciale, e la tua tossicodipendenza non ha niente a che fare con quella dei tizi con cui dormi, ti lavi, parli, mangi, lavori e piangi.

In questo tipo di situazione, la comunità si trasforma in una sorta di ritiro momentaneo. La tua vita è scandita dalla rottura di palle delle attività quotidiane, dalla fatica di scaricare la legna in garage per le stufe in inverno, dal fastidio di dormire in un letto singolo troppo basso che cigola, e con coperte che prudono, dal dover parlare in pubblico di cose di cui non vorresti parlare, o dal dover ammazzare il tempo chiacchierando di cose insulse con persone che non ti piacciono. Questo tipo di soggetti in comunità li riconosci subito, perché cercano sempre qualcun altro che come loro si senta diverso, e di stabilire una relazione esclusiva che li isoli dalla realtà circostante. Durante le ore di terapia comune sono sempre quelli più scocciati, più rabbiosi, più introversi. Io, almeno, lo ero. E alla fine, con una percentuale di incidenza che tende a infinito, ricominciano tutti a farsi una volta usciti. Per poi tornare un'altra volta in comunità.

Tornano sempre, perché in realtà l'unica cosa che hanno introiettato è la possibilità di trovare un rifugio, messi alle strette. Che il cambiamento può aspettare. Una situazione difficile da cui uscire, perché in realtà ti consente di continuare a nutrire la dipendenza con la scusa che un giorno, senza dover far poi molto, ci sarà sempre la possibilità di cambiare le cose.

Nel caso in cui invece riesci ad accettare, quasi come una tassa d'ingresso, quel senso di vergogna e allo stesso tempo di appartenenza, allora tutto quello che ti accadrà avrà un peso totalmente diverso. Paradossalmente, la mancanza della droga è una delle ultime cose che ti fanno capire di essere entrato in un luogo che tenta di sovvertire le regole della tua vita per salvarti: segui una terapia farmacologica che, almeno dal punto di vista fisico, riesce a darti un minimo di sollievo.


Dagli archivi, il nostro documentario Amore tossico in Galles:


La prima cosa che ti colpisce, invece, è la mancanza di privacy. Ci sono pochissimi luoghi in cui puoi rifugiarti per stare da solo, in comunità. Lo scranno di un bagno, una saletta di lettura se c'è—i tossicodipendenti in genere tendono a leggere poco, almeno nella mia esperienza—o magari un angolo riparato del cortile. Ma comunque non sei mai solo. Se tenti di isolarti, di stare anche solamente un'ora per conto tuo, tutti se ne accorgono. E tu ti accorgi che se ne accorgono. Cominciano a chiedersi se c'è qualcosa che non va, anche se magari non ti dicono niente. Persone che fino a qualche settimana prima non conoscevi adesso hanno fatto loro le tue routine.

È come tornare bambini, in un certo senso. Una sensazione che in parte hai dimenticato—l'impressione, costante, che la tua vita sia vincolata in modo totale e quotidiano a chi ti circonda. È difficile da spiegare agli adulti che non hanno problemi di dipendenza in modo che non sembri una cosa banale, ma questo senso di partecipazione, di vicinanza costante—a persone che magari addirittura ti ripugnano—è molto importante per fare in modo che la terapia vada a buon fine. Perché nonostante tenti di raccontartela, sei esattamente come tutti quelli che stanno chiusi lì dentro.

E questo ha a che fare con il secondo grande impatto con cui ti scontri in comunità: gran parte dei luoghi comuni e delle banalità trite che sentiamo ripetere da una vita, è vera. "Siamo tutti sulla stessa barca," "aiutati che Dio ti aiuta," "non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te." Se sei una persona mediamente sveglia e consapevole, parole come "rispetto", "vicinanza", "solidarietà" e "sacrificio", rappresentano dei concetti piuttosto astratti nella vita di tutti i giorni. Perché difficilmente si ha quel senso di clausura nella miseria che ti consente di non poter scappare dal significato che si portano dietro: la tua vita e quella di chi ti circonda magari è una merda, ma c'è sempre qualche distrazione o ninnolo per poter distogliere lo sguardo. In comunità, semplicemente, questo non è possibile. E allora cominci ad avere una percezione diversa sulla sofferenza degli altri, o sul rispetto che pretendi da loro riguardo a quello che per te ha importanza e viceversa.

Ci sono comunità in cui si tenta di trasmetterlo attraverso il lavoro di gruppo con il terapeuta, ma secondo me funziona soltanto quando lo vivi d tua spontanea volontà: non poter dormire la notte perché il tuo vicino di letto cocainomane semi-analfabeta sta piangendo, e riuscire a non provare fastidio o repulsione, ma pietà, è una forma mentis molto più difficile da raggiungere di quanto si pensi. Ma, alla lunga, ti aiuta a non avere fastidio o repulsione per te stesso. La vita in comunità è fatta quasi interamente di queste piccole epifanie.

Un altro aspetto da affrontare, è la relazione con il mondo esterno. Spesso quando entri per un breve periodo ti è vietato avere contatti con familiari, amici e fidanzate/i. Nella situazione in cui si trova un tossico alla prima fase di disintossicazione, è molto dura. La prima volta ho potuto comunicare con la mia ragazza soltanto tramite lettere scritte a mano. Questo distacco serve a farti capire, tramite la lontananza, quali sono i meccanismi marci della tua vita che continuano a farti drogare. Perché è un'altra di quelle banalità trite estremamente vere, quella secondo cui "un tossico intossica tutto quello che lo circonda."

Questa è una parte estremamente dura da affrontare e superare, perché ha direttamente a che fare con il motivo per cui sei chiuso lì dentro: cercare di fare in modo, una volta uscito, di non mandare in vacca tutto e non ritornare a drogarti. Devi rimettere in discussione, aiutato dai terapeuti, ogni aspetto relazionale della tua vita. Ed è lì che cominci veramente a sentire la mancanza della sostanza. Non avere via di uscita dal dolore, e dalle responsabilità, e dalle proprie cazzate, ti fa venire una voglia smodata di drogarti. Altra banalità vera.

Il contraltare di questa situazione, altrettanto rischioso, è l'essere istituzionalizzati: riuscire ad affrontare le responsabilità della propria vita spesso è un peso improbo, e le comunità terapeutiche paradossalmente offrono di rimbalzo una soluzione per rifuggirle. Sei lì per affrontare la tua dipendenza, ma c'è comunque un modo per alimentarne un'altra—quella per la comunità stessa. Entrare di testa nel circolo della routine in comunità può essere una via di fuga—ti svegli la mattina, ti lavi, fai le pulizie che ti vengono assegnate, mangi, chiacchieri, ti appoggi al tuo terapeuta, ti autocommiseri, e alla fine non pensi. Fai finta di affrontare quello che ti dicono di affrontare, ma ti nascondi dietro alla vita di comunità. Ci sono persone letteralmente terrorizzate all'idea di uscire, di terminare l'ultima parte di disintossicazione con le proprie forze, di rimettere a posto i legami familiari e sociali che hanno lasciato all'esterno, di muoversi in un mondo in cui non c'è chi ti dice cosa devi fare. È difficile accettare il ridimensionamento alla fase neonatale dell'inizio in comunità, tanto quanto è difficile rinunciarci.

Molte persone, me compreso in passato, tentano di superare questo peso stringendo relazioni in comunità. Sono tantissimi quelli che "si innamorano perdutamente" una volta entrati. Ragazzini per lo più, ma anche persone adulte, magari sposate. E lo fanno per avere una spalla. Per quello che ho imparato, è un istinto che dovrebbe essere ignorato con ogni ione dell'organismo.

L'ultima cosa che puoi imparare in comunità, infatti, è l'importanza di guardare con sospetto alle proprie pulsioni irresistibili. Specialmente se sei un tossico. Tutto quello che ci appare incoercibile, incontrollabile, incontenibile—anche quando si tratta di un sentimento positivo—deve essere messo in discussione. Perché è proprio in questo che cambia veramente la tua vita una volta che sei entrato in comunità: tutto viene rimesso in discussione.

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